>CAPITOLO 14 < BLOODY FACEBOOK

Bloody Facebook – Chapter 14

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So poco della notte ma la notte sembra sapere di me, e in più, mi cura come se mi amasse, mi copre la coscienza con le sue stelle. Forse la notte è la vita e il sole la morte. Forse la notte è niente e le congetture sopra di lei niente e gli esseri che la vivono niente. (Alejandra Pizarnik) 

Porto di Genova, mercoledì notte. Giuseppe Cosentino e la sua squadra avevano appena finito di caricare su un Granducato Limousine la grossa partita di droga proveniente dalla Colombia. Cosentino era scortato da cinque gorilla, uno dei quali stava alla guida. L’automezzo era diretto verso le colline dell’entroterra di Cogoleto, attraverso la costiera ligure di ponente. Non c’erano rischi di incappare in eventuali blocchi in quanto il gruppo del detective corrotto Antonio Garbin gli copriva le spalle. Quando il Granducato giunse sulla Strada Statale 1 Aurelia, appena dopo Arenzano, fu costretto a un brusco testacoda, a causa di parecchi chiodi a tre punte sparsi sull’asfalto, e si ribaltò. Appena terminò di carambolare, dal veicolo uscirono immediatamente i cinque uomini della scorta che aiutarono Cosentino, rimasto incastrato fra le lamiere. In quel preciso istante, dai parapetti in metallo del lungomare di Cogoleto, spuntarono sei uomini vestiti di nero e armati di mitra col silenziatore. In pochissimi secondi eliminarono i cinque gorilla, tranne Cosentino, che rimase sdraiato dolorante sull’asfalto. La squadra di Atropo raccolse il mafioso come un sacco di patate, e ritornò sulla riva del mare, dove era pronto un aliscafo diretto alla spiaggia di Varazze. Lì, ad attenderli, c’erano Adrian e Atropo con il loro automezzo; sarebbero andati a Ovada, attraversando le colline. In quel tipico paese piemontese, in una casa di periferia, vi era un locale a uso cantina, destinato, però, non alla conservazione del tipico dolcetto D.O.C. ma a mattatoio. Nel frattempo, gli uomini di Antonio Garbin avevano seguito tutta la scena, ma, essendo distanziati, non poterono fare altro che la parte degli spettatori senza poter intervenire.

Camera 44 del Grand Hotel Megan. Matilde Vergani stava dormendo dopo aver fatto l’amore. Il suo partner  fra le lenzuola stavolta non fu Salvatore Longobucco bensì Antonio Garbin. Matilde non aveva ceduto al suo assillante corteggiamento; la sua fu una ripicca nei confronti del suo collega capo RIS. Il sesso con Antonio fu proprio come se l’aspettava: deludente. I preliminari furono inesistenti. Garbin la spogliò con la delicatezza di uno scaricatore di porto; le sue mani erano gelate. Un’unica posizione, la classica missionaria, venti botte di fianchi e via! Il suo desiderio di possederla si esaudì velocemente. In quel poco tempo concesso alla soddisfazione del suo collega “coniglio”, Matilde riuscì a provare giusto un piccolo brividino pensando intensamente a Salvatore. Erano le quattro del mattino quando lei si svegliò in preda a un incubo. Appena aprì gli occhi, si alzò di soprassalto dal letto e si ricordò di aver sognato di essere Alina, la prima vittima di Atropo. Le sembrò tutto vero, come se fosse proprio lei la vittima. Il dolore al petto, trafitto dalla forca, era tanto forte e, soprattutto, così reale da indurla a toccarselo per constatare che fosse tutto a posto. Ripreso il contatto con la realtà, guardò sul fianco destro del letto e vide che Antonio non c’era; pensò che se ne fosse andato. Meglio così, disse sospirando. Ma, nel silenzio profondo della suite, sentì parlottare a voce bassa. Si alzò dal letto e si avvicinò alla porta per guardare chi ci fosse nel salottino di ingresso. Si appoggiò allo stipite dell’uscio, si abbassò a mezza altezza e sbirciò rapidamente con l’occhio sinistro per non farsi notare. Vide Antonio Garbin in ginocchio e, davanti a lui, riconobbe Alket Behrami che gli stava puntando una pistola addosso. Dietro l’albanese, erano posizionate le sue due guardie del corpo, i suoi cugini che presidiavano l’ingresso della suite.

-Sei un imbecille! Hai permesso che tutto il carico di droga andasse a puttane!-disse Alket.

-Ma no! I miei uomini dovevano solamente tenere la spedizione del carico lontana dai controlli! Ti prego Alket, ti scongiuro, non uccidermi!-

Implorò il detective con tono sommesso e terrorizzato.

-Non me ne frega un cazzo! I tuoi uomini dovevano intervenire, a costo della loro vita! Invece se ne sono stati lì a guardare senza fare niente!- 

Dopo aver pronunciato quelle parole, Behrami sparò un colpo a bruciapelo alla fronte di Antonio Garbin, che cadde all’indietro come un sacco di patate. Matilde, che seguì la scena svolgersi in pochi secondi, vide gli occhi azzurri del detective contornarsi di sangue e, terrorizzata, corse verso la finestra della camera, dopo aver raccattato velocemente dal cassetto del comodino la sua piccola revolver Beretta. 

Behrami, udito il rumore provocato dalla donna, andò immediatamente verso la sua camera da letto, seguito dai gorilla. Vide Matilde che stava uscendo dalla finestra e le disse: 

-Dove credi di andare?-

La Vergani si girò verso di lui e, nel mentre faceva partire un colpo deciso di revolver, gli rispose: 

-All’inferno con te, bastardo!-

A loro volta, i due gorilla spararono alla donna, che cadde fuori dalla finestra precipitando nel vuoto.

Behrami, colpito da una pallottola al cuore, morì sul colpo.

Dopo aver trascorso insieme a Gabriele un’intera notte a sorvegliare inutilmente il suo ormai più che probabile padre Andrey Bykov, Federico stava lasciando sotto casa il suo inseparabile e prezioso amico.

-Allora zio, abbiamo passato proprio una nottata di merda, vero? Mi dispiace. Ti ringrazio per avermi fatto compagnia.-

Mentre scese dall’auto, Gabriele gli rispose col solito mugugno. A un tratto, Federico vide il suo amico cadere a terra in modo innaturale; a sua volta, molto allertato uscì dalla sua auto. Non appena aprì la portiera della stessa e mise il piede sulla strada, venne colpito alla testa con un corpo contundente. 

A circa centocinquanta chilometri di distanza, in una cantina di una casa di Ovada, Giuseppe Cosentino si svegliò, completamente nudo, seduto su una sedia e legato mani e piedi, e disse:

-Eccoci finalmente a quattrocchi, Atropo. Hai messo in piedi un bel casino, ma il tuo presunto regolamento di conti finisce qui. O pensavi che io e mio fratello non ci fossimo preparati a questa evenienza?- 

Proprio mentre sentì pronunciare queste parole, Adrian ricevette un messaggio criptato dalla squadra speciale. Si avvicinò, quindi, ad Atropo per riferirgli a bassa voce che Federico non si trovava in casa e che gli uomini attendevano sue istruzioni. Giuseppe Cosentino capì al volo che, finalmente, lui e il fratello erano riusciti a incastrare Atropo, e disse:

-Ora ti conviene chiamare il numero che ti detterò e fare esattamente quello che ti diremo, prima che mio fratello possa spazientirsi e fare del male a tuo figlio.-

Atropo si fece passare il cellulare da Adrian e compose rapidamente il numero indicatogli da Cosentino.

Rispose subito Calogero:

-Pronto Atropo, pezzo di merda schifoso, è finita ora la tua vendetta del cazzo, ho qui davanti a me tuo figlio Federico.” 

Atropo dovette, suo malgrado, stare al gioco e rispondere: 

“Ciao verme, chi mi dice che hai sequestrato Federico, fammi sentire la sua voce!” Calogero fece parlare al cellulare Federico, il quale disse: 

“Ciao Andrey oppure Atropo, come ti devo chiamare? Ti confermo che mi hanno rapito e se non stai ai loro patti mi uccideranno.” 

Atropo rimase sorpreso dalla freddezza di suo figlio e gli rispose: 

“Mi dispiace Federico che tu sia venuto a sapere della verità in questo modo e che ora ti trovi in questa spiacevole situazione, ma ti prometto che verrò subito a liberarti.” 

Mentre Atropo disse questa frase, Calogero prese la parola e disse: 

“Basta con queste melense e commoventi parole familiari. Ora ascoltami bene: dovrai venire da solo alle Case di Viso di Ponte di Legno. Troverai un parcheggio e una casetta di legno. Sul davanzale della casetta vedrai un cellulare. Nel registro delle chiamate c’è un solo un numero: lo comporrai e seguirai le mie indicazioni per raggiungere il posto dove effettueremo lo scambio di persona. Tuo figlio per mio fratello. Guarda che, se farai il furbo, tuo figlio farà una bruttissima fine!” 

“Lo stesso sarà per tuo fratello Giuseppe!” 

Rispose Atropo con tono di aperta sfida.

Salvatore Longobucco giunse nell’ufficio del comandante dei Carabinieri, Vincenzo Lo Presti, di buon mattino. 

-Buongiorno maggiore, l’ho convocata d’urgenza, con un giorno d’anticipo, per darle personalmente una tragica notizia. So che lei aveva una relazione con la criminologa Vergani.-

Mentre il comandante Lo Presti pronunciò quelle parole, il maggiore Longobucco sudò freddo al pensiero che la notizia fosse, quasi sicuramente, la morte della sua amante; al contrario e stranamente, non si meravigliò per nulla del fatto che il colonnello Lo Presti fosse a conoscenza della sua relazione con Matilde. 

-Stavamo tenendo sotto controllo i movimenti del detective Garbin, in quanto fortemente sospettato di essere sul libro paga di Alket Behrami. Ebbene, ieri sera Garbin è entrato nell’ Hotel Megan dove alloggiava la dottoressa Vergani; evidentemente anche lui aveva una relazione con la criminologa. Successivamente, a notte fonda, la squadra di Garbin ci ha informato che, sulla riviera ligure di Cogoleto, un carico di droga, arrivato a Genova dalla Colombia, era andato perduto. Dopo un’ora circa anche Alket Behrami è entrato nell’Hotel. A quel punto, ho dato l’ordine alla squadra speciale di intervenire. Neanche il tempo di fare irruzione nella suite che abbiamo trovato, riverso a terra, Antonio Garbin ucciso con una pallottola in fronte; ma anche Alket Behrami morto, ucciso probabilmente da Matilde Vergani con la sua Beretta. Un colpo dritto al cuore. Riteniamo anche che, mentre stesse sparando all’albanese cercando, nel contempo, di scappare dalla finestra della sua camera, la Vergani sia stata colpita da alcuni colpi di pistola sparati dai suoi uomini. Quando siamo entrati nella suite, abbiamo beccato in flagrante, e arrestato, i due cugini del malavitoso; purtroppo, per Matilde, non c’è stato niente da fare. È caduta, senza scampo, sulla strada, precipitando dalla finestra.-

Non appena terminò di parlare, il comandante Lo Presti osservò in silenzio Longobucco: Salvatore guardava nel vuoto, con gli occhi lucidi, pronti a scoppiare in lacrime da un momento all’altro. Il capo RIS si fece forza, inspirò ed espirò profondamente e, mentre stava per chiedere a Lo Presti quali fossero i sostituti dei colleghi defunti, squillò il telefono dell’ufficio.

-Pronto? Lo Presti, dimmi, come?! Devi passarmi Atropo in persona? Vuole parlare però con il maggiore Longobucco? Ok passamelo!-

Lo Presti passò la cornetta a Longobucco: 

-Pronto? Longobucco.-

“Ciao maggiore, sono Atropo. I Cosentino si sono fatti furbi, hanno sacrificato il loro carico di droga per tendermi una trappola. Io ho qui con me Giuseppe Cosentino, mentre suo fratello Calogero ha sequestrato mio figlio. Sto andando da solo a Ponte di Legno, ma non posso assolutamente dirti il luogo preciso. Dovremo fare uno scambio di ostaggi ma, ovviamente, sto andando incontro alla morte. Stai vedendo il mio numero di cellulare dal tuo telefono fisso dell’ufficio: ora lo disattiverò poi, quando sarò nel luogo stabilito da Cosentino, lo riattiverò, così potrai localizzare la mia posizione.”

Longobucco ripassò la cornetta a Lo Presti e gli disse: 

-Per favore colonnello, prepariamo con urgenza l’elicottero perché dobbiamo subito recarci, con gli uomini migliori del suo Comando, presso Ponte di Legno.-

Atropo arrivò nel parcheggio del borgo alpino del comune di Ponte di Legno: Case di Viso. Scese dalla sua berlina. La neve cadeva lievemente sopra i suoi capelli brizzolati, rendendoli lucenti e di colore simile all’argento. Al botto causato dalla chiusura dello sportello dell’automobile seguì lo scricchiolio ovattato delle sue scarpe sulla neve fresca. Dentro alla berlina rimasero il fedele Adrian, seduto sul sedile anteriore, e Giuseppe Cosentino, su quello posteriore, con le mani legate. Con sguardo deciso e impavido, Atropo si diresse verso la casettina di legno, completamente chiusa, che solitamente in estate ospita l’addetto per il pagamento del parcheggio delle auto. Raccolse il cellulare adagiato sul davanzale della casetta e compose l’unico numero memorizzato nel registro delle chiamate. Rispose, dopo appena uno squillo, Calogero Cosentino: 

“Segui il torrente, lungo la valle del borgo, in salita; dopo aver percorso circa duecento passi vedrai, sulla tua destra, una casa con tre ferri di cavallo sopra la porta. Entraci dentro con mio fratello Giuseppe.”

Naturalmente, Atropo non si sarebbe presentato nella tana del leone con Giuseppe: la sua intenzione era di fare lo scambio in un luogo più sicuro per la sua incolumità e anche quella di suo figlio. Mentre si stava dirigendo verso il torrente Arcanello, fece un gesto con la mano ad Adrian. Era il segnale che doveva accendere il cellulare per essere localizzato dalla squadra di Longobucco. Tuttavia, mentre stava per accendere il telefonino, Adrian sussultò a causa del rumore provocato da numerosi proiettili diretti al parabrezza e al finestrino sul suo lato della macchina. I colpi dei fucili di precisione provenivano dai cecchini di Calogero Cosentino. 

-Pensavate che fossimo così stupidi che saremmo venuti qui con un’auto normale? Questi vetri antiproiettile resistono anche ai colpi di un esercito di cento uomini-, disse Adrian a bassa voce rivolgendosi a Giuseppe Cosentino.

Al malavitoso non restava che guardare fuori dal finestrino, nel vuoto, con la speranza che suo fratello Calogero avesse avuto la meglio in questa partita a scacchi, giocata tutta sui nervi. 

Nel frattempo, Adrian accese il motore e con l’auto si diresse, lentamente, verso il torrente, mentre i cecchini continuavano a sparargli addosso inutilmente. Atropo salì lungo il torrente e, dopo aver percorso circa duecento passi, vide sulla sua destra l’ingresso della casa in precedenza indicatagli. Ne varcò la soglia e, subito, ricevette il benvenuto dal padrone di casa: 

-Ciao fetente! Ti avevo detto di venire con mio fratello e invece no, tu hai voluto fare di testa tua!-

Calogero disse queste parole ma sapeva benissimo che Atropo non si sarebbe presentato con suo fratello e proseguì: 

-Vorrà dire che farò soffrire ancora di più tuo figlio!-

E fece un cenno al suo uomo che tirò un tendone in fondo alla camera. 

Apparve Federico Bond, appeso per le braccia al soffitto tramite una corda e un gancio. Atropo non fece neanche in tempo a indignarsi vedendo suo figlio in quelle condizioni, che venne bloccato da quattro bestioni spuntati dagli angoli bui dell’ingresso. 

-Bastardo! Se solo gli torci un capello ti faccio rimpiangere di essere nato!-

Calogero si sfilò la cintura dai suoi pantaloni, si avvicinò a Federico, gli strappò la camicia e cominciò a colpirlo violentemente sul petto. Mentre inveiva sul corpo inerme del ragazzo, Cosentino parlò con disprezzo ad Atropo:

-Tenevamo sotto controllo tuo figlio già da alcuni giorni, grazie alla dritta che abbiamo ricevuto dai nostri informatori. Poi il ragazzo ci ha messo del suo: 

parlottando nel suo ufficio, nel quale abbiamo piazzato delle cimici, ha dedotto col suo collega hacker, dopo opportune ricerche, che tu, non solo potevi essere suo padre ma anche, se non addirittura, Atropo. Ci ha servito tutto su un gustosissimo piatto d’argento. Poi abbiamo organizzato la tua imboscata, come vedi, a regola d’arte. Pezzo di merda, pensavi che fossimo dei polli come i poveri nostri fratelli Romeo e Vincenzo?- 

Mentre diceva queste ultime parole, Calogero continuò a infierire sul corpo di Federico con la sua cintura. Atropo si stupì che il giovane non urlasse dal dolore a ogni colpo, limitandosi a emettere gemiti contenuti e stringendo i denti. Pensò che si trattasse di una manifestazione di orgoglio nei suoi confronti, in quanto molto arrabbiato con lui per il grande raggiro subito; ma anche nei confronti di Calogero Cosentino, per non dargli la soddisfazione di mostrarsi sofferente sotto tortura. Ma, alla trentottesima cinghiata, il ragazzo svenne.

Ospedale Maggiore di Brescia. 

Federico era sdraiato su un letto di una camera singola. Si svegliò faticosamente e con lancinanti dolori al petto. Girò la testa verso la sua destra e vide un’infermiera che stava cambiando la sacchetta della flebo appesa sull’asta. L’infermiera gli chiese: -Quando termina la flebo di antidolorifico sente forti dolori al petto, vero?-

 Il ricoverato annuì con un leggero cenno della testa. 

-Con questo si addormenterà di nuovo e vedrà che, dal prossimo risveglio, i dolori diminuiranno pian piano.-

Federico si addormentò e si svegliò dopo circa due ore e mezza. Vide di nuovo l’infermiera che si accingeva a cambiare la sacchetta-flebo, indi volse lo sguardo davanti a sé. Di fronte a lui c’era un uomo di circa cinquant’anni. In un primo momento, credette fosse Andrey Bykov, poi, guardandolo più attentamente, capì che si trattava di un’altra persona; una persona che gli dava la sensazione di appartenere alle forze dell’ordine. Sensazione confermata non appena quell’uomo gli parlò: 

-Buongiorno signor Federico Bond, sono il maggiore Longobucco, capo dei RIS di Parma. Le spiace se le faccio delle brevi domande riguardo Andrey Bykov?-

-Certo, mi dica, ma vorrei prima capire cosa è successo. Mi ricordo solamente di aver accompagnato il mio amico Gabriele davanti casa sua, ieri notte, e poi ho il buio assoluto nella mente.-

Longobucco disse : 

-In realtà, non è avvenuto ieri notte, ma due notti fa; quindi lei è rimasto in stato di semi-incoscienza per ben quarantotto ore. La perdita di memoria è normale, può succedere. Ha subito un forte trauma cranico e più di trenta cinghiate sul torace. Anche il suo amico Gabriele ha subito un forte colpo alla testa. Per fortuna che gli operatori ecologici erano di strada per la raccolta della nettezza urbana e hanno allertato subito i soccorsi, altrimenti sarebbe morto dissanguato. Il colpo alla testa è stato tagliente e piuttosto profondo.-

…Mentre ascoltava quelle parole, Federico fece un sospiro di sollievo per Gabriele e si toccò il petto, ancora piuttosto dolorante…

-Le comunico subito che Andrey Bykov, nonché molto probabilmente suo padre, è sicuramente deceduto. Siamo arrivati con l’elicottero al borgo Case di Viso, grazie al segnale del cellulare che lui aveva acceso appositamente per farsi localizzare. Bykov mi aveva chiamato al Comando dei Carabinieri di Monza per avvisarmi dello scambio di ostaggi. Evidentemente voleva contare sul nostro aiuto per la buona riuscita dell’operazione; in poche parole, per salvarla dalle grinfie di Calogero Cosentino. Sapeva che noi, in elicottero, saremmo giunti sul luogo dello scambio prima dei suoi uomini. Scesi a terra, abbiamo subito catturato tre cecchini, uomini di Cosentino, che tentavano di scappare. Abbiamo, quindi, continuato a seguire il segnale del telefonino finché non lo abbiamo trovato lungo il sentiero adiacente il torrente Arcanello dove, a pochi metri di distanza, Giuseppe Cosentino era steso a terra, con le mani legate, ferito alla schiena da una pallottola, ma ancora vivo. Ora è piantonato all’Ospedale Maggiore di Bergamo. Dobbiamo notificargli un avviso di garanzia, perché sospettiamo il suo pieno coinvolgimento nella fallita distribuzione di un carico di droga sulla riviera ligure. Abbiamo, poi, sentito degli spari provenire dal terrazzo del parco, situato sul monte sopra il borgo. Siamo corsi in quella direzione quando, lungo il sentiero, abbiamo visto una casa con la porta spalancata. Siamo entrati e abbiamo trovato lei, appeso come un animale da macello, sanguinante, ma, per fortuna, ancora vivo; vicino a lei, giacevano a terra tre uomini di Cosentino, morti stecchiti, uccisi con arma da taglio.-

… Intanto, da entrambi gli occhi di Federico, lentamente scesero lacrime di dolore e  forte turbamento… 

-Giunti sul terrazzo del parco, abbiamo raccolto altri quattro uomini di Cosentino, morti per colpi di arma da fuoco. Poi, con i binocoli di precisione, abbiamo visto che, dalla cima della forcella del Montozzo, Calogero Cosentino e i suoi uomini, stavano sparando a  Bykov, il quale, colpito in pieno, è precipitato nel vuoto. Stiamo ancora cercando il suo corpo. Al momento, abbiamo trovato nel dirupo, incastrato fra due masse rocciose, un suo avambraccio; probabilmente si è reciso a causa dei colpi ricevuti da proiettili a espansione e dell’impatto violento della caduta. Purtroppo, Cosentino e i suoi uomini sono riusciti a fuggire.-

Le lacrime che scendevano dagli occhi di Federico cominciarono a essere copiose. 

-Allora, signor Bond, comincerei a farle delle domande. Come era il suo rapporto con Andrey Bykov, nonché Atropo?-

Federico disse tutta la verità, omettendo il fatto della ricerca, eseguita clandestinamente con il suo amico Gabriele, negli archivi della Questura e dell’Ambasciata russa in Italia, sull’identità di suo padre.

-Riguardo invece Nicolay Zavarov? Cosa mi sa dire? Abbiamo il forte sospetto che sia il complice di Atropo nei suoi delitti e, molto probabilmente, era pure presente nell’imboscata di due giorni fa. Purtroppo, non abbiamo trovato nessuna traccia di lui.-

Nicolay Zavarov era la vera identità di Adrian. Il nome Adrian fu coniato da Andrey quando lo accolse come suo figlio putativo. 

Federico rispose: 

-Che io sappia, era semplicemente il suo maggiordomo; secondo me non sarebbe in grado di far del male nemmeno a una mosca.-

Federico mentì a Longobucco: non appena fosse riuscito a contattarlo, voleva, infatti, avere, al più presto, dei chiarimenti da Adrian su tutta questa assurda e drammatica vicenda.

-Dovremo farle il test del DNA per stabilire che Andrey Bykov sia ufficialmente suo padre. Se non le dispiace, le do’ questa striscetta salivare.- 

Non appena Federico restituì la striscetta, impregnata della sua saliva, cadde nuovamente in un sonno profondo.

Passarono alcune ore e Federico si svegliò sentendo in sottofondo:

-Amore mio, ora sono qui con te.-

Era Rebeca, con accanto Gabriele in carrozzina e il suo compagno Alfredo. – Ciao bionda felice di vederti. Ciao Gabriele, per essere venuto a trovarmi, anche in carrozzina: sei veramente un grande amico. Volevo farti conoscere Rebeca in circostanze diverse ma, purtroppo, è andata così. Come stai?-

-Ehi! È già la seconda volta, in pochi giorni, che mi chiami per nome e non zio, mi devo preoccupare? Scherzo Fede, tutto ok, come vedi mi hanno fasciato per bene la testa, mi hanno applicato quaranta punti di sutura al cranio, ma, fra pochi giorni, sarò già attivo al lavoro nel nostro ufficio.- 

-Mi fa piacere zio. Ciao Alfredo, ti ringrazio per aver accompagnato il mio amico.-

-Ma figurati Federico, l’ho fatto per il mio amore.-

Alfredo, che era dietro Gabriele, mentre disse quelle parole, accarezzò le sue spalle e si abbassò, baciandolo sulla guancia destra. Intanto Rebeca si girò verso Gabriele e gli bisbigliò qualcosa che Federico non riuscì a capire.

-Ma che c’è amore? cosa state confabulando?-

-Va bene Gabri, glielo dico allora?-

Gabriele acconsentì con un mugugno. Rebeca si avvicinò all’orecchio di Federico e gli disse: 

-Amore mio, sono incinta.-

Federico scoppiò a piangere come un bambino.

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17 commenti

  1. Sara ha detto:

    Sensazionale…

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  2. Rinax ha detto:

    Forte!

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  3. Max ha detto:

    Questo thriller è sempre più interessante, a ogni capitolo…

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  4. Lambert ha detto:

    Racconto molto coinvolgente… Bravo Carlo

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  5. Brigius69 ha detto:

    Io ho già letto #bloodyfacebook su Speranze Letterarie Facebook e garantisco che è pieno di sorprese fino all’epilogo…

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  6. Martin ha detto:

    Very cool

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  7. Genko ha detto:

    Grande #carlobianchiorbis

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  8. Malagaa ha detto:

    Ormai #bloodyfacebook un cult thriller di nicchia. Peggio per chi non l’ha ancora letto…

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  9. Giuntus ha detto:

    Grazie #carlobianchiorbis per deliziarci gratuitamente delle tue fatiche Letterarie…

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    1. carlobianchiorbis ha detto:

      Ma figurati Giuntus, grazie a te

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  10. Orwell008 ha detto:

    Very good

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  11. Fedex56 ha detto:

    Molto buono

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  12. Renzicos ha detto:

    Perfect

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  13. Istro88 ha detto:

    Leggere #bloodyfacebook di #carlobianchiorbis è come fare un viaggio metafisico fra sogni, illusione e realtà

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  14. Agred ha detto:

    Bellissimo…

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