>CAPITOLO 15 < BLOODY FACEBOOK

Bloody Facebook – Chapter 15

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“Si è conclusa la triste e brutale vicenda dell’omicida di Monza che si faceva chiamare col nickname Atropo. È stato ucciso sul Montozzo della Valle di Viso, presso Ponte di Legno. È stato ritrovato, in un dirupo, un suo avambraccio ma non il suo corpo. L’uccisione è avvenuta sotto gli occhi del capo dei RIS di Parma Salvatore Longobucco, in un conflitto a fuoco con la cosca dei Cosentino. Calogero Cosentino è riuscito a fuggire ed è ricercato da tutte le forze dell’ordine, mentre il fratello Giuseppe, che era in ostaggio di Atropo, è in stato di fermo perché fortemente sospettato di essere coinvolto nella distribuzione di un carico di droga arrivato a Genova dalla Colombia, qualche giorno fa. L’identità di Atropo è stata svelata dal colonnello Lo Presti durante la conferenza stampa di ieri sera, tenutasi presso il Comando Carabinieri di Monza. Si tratta di un russo, originario di Mosca, di nome Andrey Bykov. Gli omicidi sono avvenuti per vendicare l’uccisione di sua figlia, morta alcuni anni fa.
Bykov era convinto che i colpevoli della morte di sua figlia fossero i fratelli Cosentino, mentre le forze dell’ordine continuano a escluderlo per mancanza di prove e indizi, mai emersi in modo determinante. Probabilmente, Bykov avrà avuto i suoi informatori e fatto le sue indagini private, che non ha voluto esporre alle Autorità competenti, volendosi fare giustizia da sé. E ora passiamo alle notizie sportive…”

Federico ricevette la colazione in camera nel momento in cui spense la TV. Mentre consumava brioche e caffelatte, pensò che il maggiore Longobucco, quando gli aveva recapitato il riscontro del test del DNA, mantenne la promessa fattagli. Ovvero di tenere l’opinione pubblica all’oscuro che lui fosse il figlio biologico di Bykov. “Meno male” , sospirò a voce bassa e, sorseggiando l’ultimo goccio di caffelatte, telefonò a sua madre. Dopo tre squilli, rispose Elisabetta Bond:

“Hello tesoro mio, è da parecchio tempo che non ti sento, tutto bene?”

Federico le diede prima la bella notizia: cioè che stava diventando padre e che, quindi, la relazione con Rebeca era più che seria. Sua madre ne fu entusiasta, era al settimo cielo, e gli raccomandò di avvertirla quando sarebbero mancati pochi giorni al parto, in modo da poterlo raggiungere quanto prima con suo marito Matteo. Poi Federico passò alla brutta notizia: “Ho conosciuto mio padre ma…”

“Come?! …Lo interruppe Elisabetta…”

E suo figlio le raccontò tutta la brutta e drammatica vicenda, negli stessi termini in cui l’aveva esposta al maggiore Longobucco; riteneva, infatti, che il suo smartphone fosse sotto il controllo dei Carabinieri. Parlò per dieci minuti solo lui e, quando terminò di raccontarle tutto, gli sembrò che sua madre non fosse più al telefono: “Pronto mamma?…” E gli sembrò di sentire singhiozzare… “Pronto mamma?”
“Si, Federico ci sono, comunque ora ti stai riprendendo bene? Avrai bisogno anche di un sostegno psicologico…”

“Certo mamma, già tutto previsto, alle dimissioni avrò un programma di incontri, ora ti saluto, ci sentiamo, a presto.”
“Ok amore, un bacione.” Concluse sua madre.
Non appena chiuse la telefonata, Federico scoppiò a piangere.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.(Pier Paolo Pasolini, ”Supplica a Mia Madre”)

Passarono parecchi giorni affinché Federico potesse riprendersi. Oltre allo svolgimento di attività di riabilitazione fisica, sostenne anche delle sedute dallo psicologo. Quasi ogni notte era vittima dello stesso incubo. Si trovava in un campo di grano con tanti papaveri rossi. Correva in mezzo al frumento, senza calpestarlo, lungo un sentiero circolare. Correva e correva avendo la sensazione di percorrere lo stesso sentiero all’infinito. Il suo cuore batteva all’impazzata e il fiato era sempre più corto finché, a un certo punto, sentì le urla strazianti di un uomo. Riprendeva a correre cercando di arrivare da quell’uomo. Ma la corsa era sempre all’interno di quel grande cerchio; percepiva la provenienza delle urla ma non riusciva a uscire dal cerchio, fino a quando non trovò una strada che lo portò finalmente da colui che stava gridando. Era suo padre Andrey, in ginocchio, che teneva fra le sue braccia la figlia Agata sanguinante, ormai morente. Le sue urla erano così atroci che Federico dovette tapparsi le orecchie. Suo padre cercava disperatamente di rianimare Agata, senza riuscirci, e urlava sempre di più. A un certo punto Andrey si accorse della sua presenza e si voltò verso di lui, con le mani sanguinanti, dicendogli: figlio mio aiutami, ti prego, continua la mia vendetta, ti prego!
Qui finiva l’incubo e Federico si svegliava ogni volta sudato, con le palpitazioni del cuore a mille e la sua coscienza scompigliata. Arrivò l’ultima decade del mese di febbraio, l’aria era ancora fredda e pungente. I ricordi di quella triste vicenda erano ancora più gelidi e taglienti. Le anime e i pensieri si erano dispersi tra le nuvole malinconiche, prigioniere del cielo di Monza. In un salone neoclassico di un palazzo di Via Fatebenefratelli 17, erano riuniti il notaio
Casiraghi, la sua segretaria e Federico Bond; il notaio stava leggendo il testamento di Andrey Bykov. Man mano che il notaio procedeva a rendere noto il contenuto del testamento, Federico si sentiva sempre più imbarazzato per l’enormità di beni e denaro che avrebbe ereditato: due ville prestigiose a Mosca, di cui una con piscina coperta e l’altra con tre campi da tennis al coperto, valore complessivo stimato in euro 2.500.000; una birreria pub in centro a Mosca, del valore commerciale stimato in euro 450.000; la prestigiosa villa di Monza del “modico” (era pur sempre situata in periferia…) valore stimato in euro 650.000; un agriturismo a Firenze, del valore stimato in euro 900.000; due conti bancari a Monza, due a Mosca e due a Firenze per un totale spropositato di denaro suddiviso fra obbligazioni, azioni e fondi di investimento e conti correnti. Ancora, la galleria d’arte di icone a Monza, per un ammontare in euro di tanti zeri, ma che Federico sapeva benissimo contenere opere di valore inestimabile. Infine, varie automobili d’epoca e una limousine, per un ammontare complessivo stimato in euro 1.200.000. Il testamento conteneva, altresì, una disposizione a titolo particolare: la fondazione di una casa di accoglienza per donne maltrattate da intitolarsi Agata. Concluso l’impegno con il notaio, Federico uscì dallo studio e salì in auto, dove lo attendeva la sua compagna Rebeca. Il giovane le diede l’impressione di essere in stato confusionale, come un pugile che avesse appena incassato un ko al primo round. Federico accese il motore, accarezzò la pancia di Rebeca e, prima di sollevare il pedale della frizione, le sorrise e le disse:

-Siamo diventati milionari. Pensa: fino a pochi giorni fa ci stavo lasciando le penne e ora siamo straricchi.-

-Queste sono le sorprese che ci riserva la vita amore mio; quando ti sembra di avere toccato il fondo, si arriva poi a risalire fino a toccare il cielo con un dito- disse la sua donna, che aggiunse:

-Però, devo dirti una cosa e non so se ti farà piacere sentirla. Il fatto è che è da un po’ che volevo parlartene ma non ho mai trovato il coraggio di farlo-

Federico la incoraggiò:
-Dimmi pure tesoro.-
E pensò che cosa avesse da dirgli, che cosa dovesse attendersi ancora, dopo tutte le ultime vicissitudini accadute.

-Il nostro primo incontro non fu casuale ma tutto orchestrato da tuo padre; poi, però, mi sono pazzamente innamorata di te e, ora, non ti lascerei per niente al mondo.-

All’udire ciò, Federico perse le staffe e le domandò molto seccato :

-Perché mai mio padre avrebbe dovuto organizzare il nostro incontro? E chissà quanto ti avrà pagato, vero? E, poi, ora, con tutta questa eredità, facile essere innamorata di me, vero?-

-Sei ingiusto Fede. Sì, è vero, avevo bisogno di denaro poi, quando ti ho conosciuto di persona, mi sono veramente innamorata di te. Andrey aveva pensato che, tramite me, si sarebbe potuto avvicinare sempre più a te, per conoscerti meglio.-

-Grandissime stronzate!-
Concluse Federico, chiudendosi poi in un totale silenzio. Accompagnò Rebeca davanti al portone di casa sua. Non appena lei scese dall’auto e chiuse la portiera, Bond, senza salutarla, ripartì sgommando. In dieci minuti arrivò alla tangenziale e inserì un CD degli “AC/DC” nel lettore della sua Kenwood.
Impostò il volume al massimo e pigiò sull’acceleratore. Centoventi all’ora… I was caught, in the middle of a railroad track… Centoquaranta all’ora… I looked round and I knew there was no turning back… Centosettanta all’ora… My mind raced… The thunder of guns tore me apart you’ve been Thunderstruck… Il volume dell’autoradio, e anche la velocità dell’auto, erano oltre il limite e Federico lanciò un urlo liberatorio.

La notte assorbì le luci e le anime vaganti ma non l’amarezza nel cuore di Federico Bond, che decise di dormire nella villa in Monza che fu di suo padre. Entrò dall’ingresso principale e, subito, fu colto da un forte senso di malinconia ricordando la spensieratezza che aleggiava la sera in cui cenò, insieme a Rebeca, con suo padre e Adrian. Mai e poi mai avrebbe potuto immaginare come il suo futuro sarebbe stato: immensamente ricco ma solo come un cane e triste, tremendamente triste. Si sedette sul divano al centro della sala e pensò intensamente a Rebeca. Dopo aver sfogato tutta la sua rabbia repressa in tangenziale, ora era tranquillo e, a mente fredda, ma a cuore caldo, si persuase che, nonostante tutto, anche lui fosse innamorato di Rebeca, molto innamorato. In pochi minuti, nella sua mente ripercorse tutti i bellissimi momenti vissuti con lei. Sfilò dalla tasca il suo smartphone per telefonarle, ma, quando vide l’ora sul display, le due e trenta, pensò che fosse ormai troppo tardi; decise, quindi, che il mattino seguente, di buon’ora, sarebbe andato da lei; l’avrebbe perdonata, avrebbero fatto la pace e, soprattutto, avrebbero fatto l’amore. Stava per addormentarsi quando lo sguardo gli cadde su un DVD posato sul tavolino. La copertina del dischetto riportava un cuore disegnato a mano e, sotto, la scritta Agata. Tirò fuori dall’astuccio il DVD, si alzò e lo inserì nel lettore. Accese lo schermo TV e iniziò a vedere il filmino. Come era tenera mia sorella da piccola. Pensò. Peccato non averla conosciuta. E cominciarono a scendere delle lacrime dai suoi occhi. Basta, non ce la posso fare, è troppo triste. Disse Federico a bassa voce e spense il lettore e la TV. Era stanco e si addormentò. Stava già immergendosi nel solito incubo quando, a un tratto, fu svegliato da una voce familiare : «Ciao fratello sono tornato a casa.»
Federico si svegliò bruscamente ma, in un breve lasso di tempo, non capì se fosse sveglio oppure se stesse ancora dormendo; soprattutto, non capiva se quella voce proveniente dal buio del salone fosse o meno una variante del solito incubo. Si alzò di scatto e vide arrivargli incontro Adrian.

-Ciao fratello sono io, Adrian, sono felice di rivederti.-

Federico gli andò incontrò e lo abbracciò con una stretta così irruente, vigorosa, che, quasi, lo soffocò.
-Piano fratello, come puoi vedere sono ferito a una spalla- disse Adrian.
-Scusami Adrian, non mi ero accorto della fasciatura. Anch’io sono felice di rivederti! Hai saputo che mio padre è morto nell’imboscata di Case di Viso?-
-Purtroppo si, Andrey è sicuramente morto. Ho visto da lontano che Calogero Cosentino e i suoi uomini gli hanno sparato sul Montozzo e che lui è precipitato nel dirupo. Ha combattuto come una tigre fino all’ultimo. Io tenevo in ostaggio Giuseppe Cosentino e, contemporaneamente, dovevo difendermi dai cecchini mentre scendevo dall’auto per andare in aiuto di tuo padre. Nella concitazione, ho evitato alcuni colpi ma ho dovuto lasciare a terra l’ostaggio poiché è stato raggiunto da una pallottola alla schiena. Poi, anch’io sono stato colpito, a una spalla. Finalmente, con l’arrivo dell’elicottero dei Carabinieri, i cecchini hanno smesso di sparare e si sono dati alla fuga. Ho perduto parecchio sangue e quindi sono stato costretto ad abbandonare il luogo perché avevo alle calcagna i Carabinieri; d’altra parte, il volere di Andrey era che io restassi vivo per proteggerti, qualora tu ti fossi salvato.-

Si sedettero sul divano e Federico lo tempestò di domande. Chiarì il tutto e lo perdonò; e così, di riflesso, perdonò anche suo padre. A un certo punto, esausto, Bond chiese ad Adrian:
-Ma da dove sei spuntato fuori?-
Adrian rispose:
-C’è un passaggio segreto, sotterraneo, lungo circa un chilometro, al quale si accede tramite una botola nascosta nel bosco. Proprio sotto alla villa c’è uno stanzone con armi, denaro liquido, varie icone preziose e, anche, gli abiti di Atropo.-
Federico, stupito, chiese:
-Gli abiti di Atropo?-
-Si, gli abiti del diavolo vendicatore.-
-Portami giù a mostrarmeli dai!-

Scesi nel salone segreto, Federico indossò l’abito del diavolo, maschera compresa, e disse:

-Carissimo Adrian, continueremo la vendetta di nostro padre Andrey per la morte di nostra sorella Agata. Conoscendoti, immagino che avrai un piano per giustiziare Giuseppe Cosentino, vero?-

-Certo fratello, ti voglio bene.-

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