>CAPITOLO 2< GREEK LOVE

Greek Love – L’Amore Greco – Chapter 2

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(PARECCHI ANNI PRIMA) 

Mi trovai subito a mio agio quando venni portato in Italia dai miei genitori. Tutto merito loro. Mi mancava tanto il mare ma Giulio e Lucilla erano troppo indaffarati per portarmi subito in Liguria, anche se a poche ore d’auto dalla Lombardia. 

E così, mi portavano spesso al Ticino, essendo a pochi chilometri da Vigevano. Ma non era ovviamente la stessa cosa. Mi ricordavo  dell’odore d’acqua dolce che scorreva veloce nel suo percorso. Era un olezzo comunque strano, perché alle narici veniva percepito anche un pochino di salmastro, non molto gradevole, che mi faceva comunque venire in mente, chissà perché, il campetto degradato nelle favelas dove giocavo a pallone con i miei amici. Mio padre mi disse di guardare il fondale basso dell’acqua vicino alla riva e notai che era melmoso di colore verdastro e marroncino. E mi disse anche che non era un deposito conseguente a una tempesta, ma dovuto all’inquinamento. Così capii il motivo di quell’odore. 

E così mi prendeva la saudade, ma non come rimpianto di quei momenti, piuttosto la malinconia di un degrado che era il compagno inscindibile della mia infanzia. Pensavo ai miei amici che si trovavano nella mia stessa situazione e mi prendeva, addirittura, una leggera fitta al petto temendo alla brutta fine che potevano aver fatto. Magari qualcuno era stato adottato come me e lo speravo con tutto il mio cuore.

Era un giorno di inizio estate, faceva particolarmente caldo ed era umido, con conseguente secrezione abbondante di sudore sulla pelle. 

Sembrava di essere nella foresta di Paranapiacaba, a decine di chilometri da San Paolo. Serbavo un ricordo bruttissimo di quel luogo perché ci andai, un giorno, con i miei amici di sventura, per raccogliere la marijuana transgenica, coltivata in un piccolo appezzamento, ovviamente illegale. Ci accompagnò Felipe detto “il Gordo” e anche “il Banano”. 

Pensavamo che fosse un nostro amico

Diceva che era un commerciante di frutta e pareva proprio che fosse capitato lì da noi per caso. Così, tutte le volte che si trovava dalle nostre parti, si fermava a giocare a calcio con noi. 

Poteva avere, suppergiù, poco più di vent’anni. 

All’inizio era molto simpatico, favorito soprattutto dal suo aspetto da grassone (il Gordo) e si era guadagnato la nostra fiducia regalandoci spesso delle banane di cui lui andava evidentemente ghiotto (il Banano). Ma sotto il suo sorriso da sornione si nascondeva la crudeltà di un demonio: ci portò a passare un bruttissimo giorno di schiavitù nella foresta di Paranapiacaba, facendoci credere che saremmo andati a giocare la “Queimada” in un campo segreto. Il Gordo guidò un piccolo pulmino. Eravamo in dieci bambini saliti sull’automezzo. Eravamo felici e cantammo per tutto il viaggio. Finalmente uscivamo, per la prima volta, dal degrado del nostro luogo natio. Ma una volta che giungemmo sul luogo e scendemmo dall’automezzo, ci accolsero cinque uomini armati che ci condussero con la forza sul campo di marijuana. Ci picchiarono e frustarono  se non facevamo con solerzia il lavoro forzato. Non potevamo fermarci per i bisogni corporali. Ci cagammo e pisciammo addosso. 

Facemmo giusto pochi minuti di pausa, in cui dovemmo ingurgitare del cibo che, per la debolezza e la fame assillante, non ci rendemmo neanche conto di cosa stessimo mangiando. Ormai, completamente esausti, al calar del sole, ci fecero spogliare completamente nudi e ci buttarono addosso delle secchiate d’acqua fredda del fiume e ci fecero rivestire dei nostri indumenti sudici e bagnati. Infine ci portarono in braccio sul pulmino dove, ad attenderci, non c’era più il Gordo ma un’altra persona dallo sguardo freddo e impassibile.

Passarono dei giorni dopo quella bruttissima avventura e poi arrivò un uomo dal bell’aspetto ed elegante, che mi scelse per essere accolto nel più grande orfanotrofio di San Paolo. Non avevo mai conosciuto i miei veri genitori. Ero passato da una famiglia all’altra nella triste favelas. Chiamarla famiglia era improprio. Si poteva asserire che fossero dei temporanei genitori malfattori che vendevano i bambini al miglior offerente. Infatti Pedro, il capo della mia ultima “famiglia” mi vendette all’uomo elegante, molto probabilmente, per pochi spiccioli. Noi, bambini orfani delle favelas eravamo merce di poco valore che poteva avere una breve data di scadenza. I più fortunati, come me, riuscivano a salvarsi e sperare in una vita decisamente migliore, altri riuscivano a sopravvivere e diventare degli spietati criminali, mentre molti, morivano in tenera età senza neanche una degna sepoltura. 

Non feci nemmeno in tempo a godere dei giorni di benessere, mai provato prima nella mia vita, che arrivarono, come angeli piovuti dal cielo, Giulio e Lucilla. 

A dire il vero, per assurdo, feci un po’ fatica ad abituarmi alla loro gentilezza. Il loro atteggiamento nei miei confronti non mi sembrava neanche reale. Ero così talmente abituato ai maltrattamenti e le angherie, che mi riuscì faticoso lasciarmi andare e aprirmi ai miei nuovi genitori, fino a tal punto che, non appena mi trasferii in Italia con loro, mi dovettero portare da uno psicologo. Ma bastarono poche sedute e così, appunto, grazie alla grande sensibilità e pazienza degli amorevoli Giulio e Lucilla, diventai come se fossi sempre stato il loro figlio. 

Ed ero, con i piedi nell’acqua fresca e torbida, di quello che mio padre diceva un tempo veniva chiamato il “fiume azzurro”. 

Tenevo in mano un retino da pesca con il manico lungo di legno e mi divertivo a catturare i pesci molto piccoli, per poi rigettarli in acqua, mentre i miei genitori a  qualche metro da me, sulla più spiaggia di sassolini, erano indaffarati ad apparecchiare il tavolino da pic nic. 

Mia madre aveva preparato le bistecche impanate e le melanzane fritte. Era un pasto che si usava consumare negli settanta e ottanta, ma a lei piaceva prepararlo, perché diceva che le faceva ricordare la sua infanzia. 

E quando ci sedevamo, insieme, a pranzare, si vedeva che Lucilla soffriva di depressione, perché aveva di sovente lo sguardo assente, nonostante mio padre Giulio cercasse sempre di distrarla, facendo il burlone, cosa che fra l’altro gli riusciva molto bene, facendomi spanciare dalle risate. 

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3 commenti

  1. Luis ha detto:

    Molto commovente.

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  2. Gertrude ha detto:

    Capitolo toccante.

    "Mi piace"

  3. Leon ha detto:

    Bellissimo

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