>CAPITOLO 5 (BULLISMO E INIZIAZIONE DEL RAZZISMO A SCUOLA )< GREEK LOVE

Greek Love – L’Amore Greco – Chapter 5

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Cominciai la scuola dell’obbligo in Italia frequentando la terza media. Rispetto ai compagni ero in ritardo di due anni e quindi ero più grande sia come età che come statura. In classe eravamo quattro stranieri: io, una ragazzina nicaraguense e due gemelli albanesi; i rimanenti sedici scolari erano tutti italiani, misti maschi e femmine.
Quando vivevo nella Favelas di San Paolo c’era molto bullismo ma non sapevo nemmeno cosa significasse la parola razzismo. Il colore della mia pelle è bianca come un comune occidentale sennonché, ovviamente, i miei compagni di scuola, sapevano che ero brasiliano e quindi extracomunitario. E nella mia classe c’era non solo bullismo, ma soprattutto molto razzismo. Ma quello che mi stupì molto fu il fatto che non era messo in pratica dagli alunni italiani, bensì dai due gemelli albanesi: Agron e Adamat, nei confronti della poveretta nicaraguense Alicia.
Erano proprio due gemelli omozigoti: avevano la fronte alta, capelli corti, dritti di colore castano chiaro, naso a patata e bocca piccola. Se non era per il fatto di essere cattivissimi, con le loro gambe corte sembravano proprio adatti per fare i clown nel circo.
Nei miei riguardi tenevano un atteggiamento ostile fatto di sguardi in cagnesco, ma se ne guardavano bene di maltrattarmi a livello sia fisico che verbale, perché ero quasi il doppio come altezza, rispetto a loro.
Ma la povera ragazzina subì vari maltrattamenti con la triste connivenza di tutti i compagni italiani, che evidentemente non gradivano la sua provenienza e soprattutto la sua pelle scura, oppure avevano paura dei due gemelli albanesi che avevano la fama di usare violenza fisica con tutti quelli che gli sbarravano la strada.
Ma il sottoscritto non poteva sopportare tutto ciò di abominevole. Cosicché, non appena mi integrai nella nuova realtà sociale e scolastica, giusto qualche mese, diventai il paladino difensore di Alicia.
In quel periodo di transizione mi diedi da fare, perlomeno, per consolarla.
La prima volta capitò quando uscii dal bagno della scuola, all’orario della ricreazione, e sentii del piagnucolio provenire da quello delle femmine. Attesi, nei pressi dell’uscita, per curiosità di vedere chi fosse e rimasi sbalordito nel constatare che era la piccola nicaraguense, tutta sanguinante dalla bocca. Il liquido le aveva sporcato quasi tutta la camicetta bianca. Così le diedi dei fazzoletti di carta, di cui mia madre Lucilla mi riforniva più del necessario, per fermare il sanguinamento.
La accompagnai dal bidello cercando di confortarla. Era una bella ragazzina con i capelli medi nerissimi, paffuta e sempre sorridente. Quando diventò adulta rimase identica, nella sua simpatica presenza, sennonché ovviamente un pochino più alta, fino a raggiungere l’altezza definitiva di circa un metro e sessanta.
Il bidello Giuseppe la medicò per bene e le chiese:
“Ma cosa hai combinato Alicia?”
“Sono scivolata e cadendo ho picchiato la bocca sul marmo del lavandino”
L’uomo scosse la testa e mi fece uno sguardo, con occhi scuri spalancati, assottigliando le labbra e allargando la bocca chiusa: mi fece chiaramente intendere che era una bugia, era successo qualcos’altro causato da fattori esterni. E infatti, i fattori esterni erano due, e in carne e ossa, ovverosia i gemelli albanesi.

Nei giorni successivi, vidi chiaramente nell’ora di ginnastica, che spintonavano la nicaraguense mentre correvamo intorno al campo da Basket. Erano in coda al gruppo, perché Alicia stava sempre indietro a causa del suo sovrappeso. Quel giorno, prevedendo che Agron e Adamat avrebbero colpito con le loro angherie, visto che l’insegnante stava sempre in testa, decisi di stare ancora più dietro rispetto alla ragazzina. Così, quando vidi che i due albanesi cominciarono a vessarla, mi avvicinai a loro e sentii:

“Allora sporca negretta, quand’è che ti decidi di lavarti? Puzzi da fare schifo!”

I compagni che li precedevano, a pochi centimetri, facevano, come solito, finta di non vedere e di non sentire. Non appena la mia cara compagna cominciò a singhiozzare, i due ragazzini si misero a ridacchiare malvagiamente e la spintonarono ancora più prepotentemente, facendola quasi cadere. Ebbi un’idea: feci finta di slogarmi una caviglia e urlai attirando l’attenzione della professoressa di ginnastica. Almeno riuscii a fermare il supplizio di Alicia. Il bidello Giuseppe, quando l’insegnante mi portò da lui, capì tutto al volo e, con una serie di sguardi incrociati, comunicammo. E feci intendere a lui che questa brutta storiaccia aveva i giorni contati.
Non mi capacitavo del perché la ragazzina non reagiva mai ai suprusi degli albanesi parlandone con i suoi genitori e gli insegnanti. E finalmente mi confessò che l’avevano ricattata con l’arma del terrore: se avesse spifferato qualcosa, avrebbero fatto del male al suo fratellino che frequentava la prima media.

Passarono i giorni e venne dicembre. Eravamo appena rientrati tutti in classe dalla ricreazione, ad eccezione di Alicia. Dopo alcuni minuti, l’insegnante di matematica chiese a noi se qualcuno sapeva come mai la nicaraguense non fosse ancora rientrata in aula. Vidi con la coda dell’occhio che Agron e Adamat (che sedevano come vicini di banco) sghignazzavano malvagiamente e capii subito al volo che avevano sicuramente combinato un’angheria alla povera ragazzina. Così, presi una scusa per andare in bagno e infatti, non appena mi avvicinai all’ingresso di quello delle femmine, sentii piangere disperatamente. Senza esitazioni entrai nel locale e vidi Alicia, in fondo, nell’angolo, completamente nuda, che piangeva. Vedendomi entrare, mi corse incontro e mi abbracciò energicamente. Constatai che era tutta bagnata e tremava dal freddo.

“Mi hanno spogliata nuda e poi, mentre uno mi palpeggiava dappertutto, l’altro filmava la scena col telefonino. Poi, non contenti, prima di andarsene, Agron ha riempito un secchio con acqua fredda e me l’ha gettata addosso, mentre Adamat filmava sempre col telefonino. Io piangevo disperata e loro ridevano divertiti.”
Disse la poveretta, a fatica, singhiozzando.
In quel momento mi tornò in mente la bruttissima esperienza che vissi anni prima, nella foresta di Paranapiacaba, quando, con l’inganno, a me e i miei amici sventurati della Favelas, ci fecero fare i lavori forzati e ci spogliarono nudi e lavarono con le secchiate d’acqua.
Non ci vidi più dagli occhi per la grande rabbia. Corsi da Giuseppe a farmi dare un asciugamano grande che portai subito alla mia cara compagna. La coprii tutta e le dissi di attendermi, che sarei subito tornato da lei con i suoi vestiti.
Entrai in aula e vidi che l’insegnante rimase stupita per il mio evidente sguardo incattivito. Lo volsi verso gli albanesi e notai che Agron spostò il suo zaino con i piedi verso il banco di un compagno vicino.
Corsi verso di lui sotto gli sguardi sbalorditi e increduli dei compagni di classe. Agron, che non si aspettava la mia fulminea azione, rimase impietrito e inerme sulla sedia davanti al banco, fino a quando non gli sferrai un deciso cazzotto sul suo naso a patata. Il ragazzino cadde all’indietro insieme alla sedia. Adamat rimase anche lui impietrito e sempre seduto sulla sedia e nel frattempo io presi in mano lo zaino di Agron, lo appoggiai sul banco, lo aprii e c’erano tutti i vestiti della povera Alicia.
Corsi subito da lei…
Giustizia fu fatta, io venni sospeso per un mese ma i miei genitori, seppur spaventatosi tantissimo, furono molto fieri di me. Comunque, i due gemelli furono espulsi per sempre dalla scuola e vennero denunciati per bullismo e cyberbullismo e atti di razzismo grazie alle mie testimonianze. Anche il bidello fu sospeso in quanto era connivente alle brutali azioni di Adamat e Agron, ma, per sua fortuna, non perse il lavoro, a fine anno fu trasferito.
Mi confessò, un giorno, che fu costretto anche lui a essere connivente perché ricattato. Gli avevano tagliato le gomme dell’auto e perpetrato altre brutte prepotenze.

Quando terminò la scuola diventai un grande amico di Alicia, tanto che, spesso, venivo invitato nelle feste dei suoi parenti, fra cui aveva anche un cugino Colombiano che cantava e suonava la chitarra divinamente. Si chiamava Esteban, era molto simpatico e divenni anche molto amico di lui.

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6 commenti

  1. Bond ha detto:

    Capitolo molto drammatico ma bellissimo.

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  2. Luis ha detto:

    Molto bello

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  3. Remix ha detto:

    Essenziale, realistico, nudo, crudo e molto drammatico.

    "Mi piace"

  4. Meux ha detto:

    Secco, sintetico ma tremendamente realistico…

    "Mi piace"

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