>CAPITOLO 12< GREEK LOVE

Greek Love – L’Amore Greco – Chapter 12

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Arrivò il giorno della partenza. Era mattino ed eravamo seduti sull’aereo che ci avrebbe portati ad Atene. Come avevate già appurato nel racconto “Il mare fra di noi”, Giulio non aveva più paura di volare ed era molto sereno. Anch’io ero placido, nonostante fosse solo la seconda volta che viaggiavo su un apparecchio volante. La prima fu dal mio Brasile quando i miei genitori mi vennero a prendere per adottarmi. E in quel momento mi si strinse il cuore pensando a mia madre Lucilla. Una grandissima tristezza mi assalì e voltandomi verso mio padre, alla mia sinistra, incrociai le sue pupille scure e lui capì quello che stavo pensando. Infatti mi chiese a bassa voce:
“Ti manca tanto la mamma vero?”
Io feci un cenno con la testa per annuire.
“Anche a me.” Mi disse, accarezzandosi la folta barba grigia. E vidi i suoi occhi diventare lucidi.
Poi, per stemperare un po’ l’atmosfera che si stava facendo triste, feci a lui una domanda riguardo un tarlo che mi assillava da tempo:
“Scusa papà, è da un po’ che volevo dirtelo, ma non volevo rovinare questo feeling che si è creato fra te e la tua amica greca: ma Dimitri non è un nome da uomo?”
Lui, sorridendo mi rispose:
“Sì, è un nome da uomo, è un soprannome, il suo nome sarebbe Dimitra. Chattando con lei mi ha detto che da bambina si comportava da maschietto e i suoi amichetti la chiamavano Dimitri. E così, da adulta, si diverte a usare il nickname Dimitri nei Social.”

Gli sorrisi e mentre l’aereo stava per decollare dalla pista della Malpensa, mi risollevai l’umore pensando ai giorni precedenti e a quanto mi ero divertito con Giulio, oltre a imparare il ballo del Sirtaki, anche a cercare di apprendere la lingua greca, perlomeno le basi.

Ci salutavamo con Kaliméra al mattino e Kalispéra alla sera. A pranzo: Kaló gévma e a cena: Kálo deípno. E poi cercavamo di colloquiare con frasi un pochino più articolate: Oggi il tempo è bello (Eínai kalós o kairós símera?) – Sì, oggi c’è un bel sole (Nai, símera ypárchei énas ómorfos ílios); Oggi fa molto caldo! (Símera kánei polý zésti!)…

E così via, fino a stancarci, pur di assimilare il più possibile il minimo indispensabile. Comunque, a scuola, avevo un po’ studiato la lingua inglese e pertanto, in situazioni più complicate avrei sfruttato la mia conoscenza. Cosa che non poteva fare Giulio perché aveva studiato il francese. Ma non appena l’aereo era in volo a diecimila metri di altitudine, mio padre volle subito mettere in pratica le sue scarse conoscenze della lingua ellenica e stetti per sprofondare dalla vergogna.
Stavamo viaggiando con una Compagnia greca e pertanto le hostess erano originarie della Nazione alla quale eravamo diretti. Mio padre cominciò a socializzare con un’assistente mora, con i capelli raccolti a coda di cavallo, sotto un grazioso cappellino rosso che faceva pendant con la giacchetta. Portava una gonna corta scura, calze chiare velate e scarpette sempre rosse col tacco basso.

“Me synchoreíte despoinís…” (MI scusi signorina…)
E come inizio non era male, anche come pronuncia, mi sembrava. Ma poi andò in confusione, anche perché la frase era troppo lunga da articolare in modo comprensibile:
“Den katva pós óres aponoun méchr tin prosgeí stin Atene?
La hostess fece un sorriso con denti bianchissimi, piuttosto contenuto, che evidenziava, dai suoi occhi grandi e verdi, una gran voglia di ridere in faccia a Giulio. E vedendolo un po’ in difficoltà, gli rispose in un italiano piuttosto fluente quello che le sembrava di aver capito nella domanda:
“Non si preoccupi signore, all’atterraggio di Atene mancheranno circa meno di due ore”
Mio padre ringraziò e diventò rosso come un pomodoro e molto probabilmente anch’io per lui. Entrambi facevamo pendant con la divisa delle hostess.
Giulio, dopo qualche minuto, si appisolò e a me ritornò inevitabilmente in mente ancora mia madre. Delle gocce di lacrime mi bagnarono gli zigomi. Andai alla toilette, non tanto per necessità corporale ma per dissuadermi dalla saudade che mi stava attanagliando.

Finalmente eravamo sopra la grande periferia di Atene. Mio padre stava vicino al finestrino e pertanto riuscii a intravedere del verde, un pochino di Acropoli, parte di agglomerato urbano e dell’azzurrità del mare che si mescolava con quella del cielo finché atterrammo sul suolo greco.

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6 commenti

  1. Dario ha detto:

    The best

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  2. Bigio ha detto:

    Top

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  3. Rex ha detto:

    Semplicemente magico

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  4. Max ha detto:

    Ricardo e Giulio… coppia del racconto azzeccatissima…

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  5. Armando ha detto:

    È forte il personaggio Ricardo che è sostanzialmente uguale come fisionomia a Paulo Roberto Falcao.

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