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Scent of the SeaPrologue

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PROLOGO (IL PRESAGIO) – 🔮SCENT OF THE SEA🔮

Era il 3 maggio dell’anno 2017 ed era una meravigliosa giornata di sole. Il cielo era completamente azzurro, senza un filo di nuvola. Quell’anno la primavera arrivò in ritardo. L’inverno durò fino a tutto marzo e il mese di aprile fu molto piovoso. Tutti gli uccellini nella volta celeste stavano fischiettando come se stessero componendo una lirica: l’elegia della magnifica primavera. 

C’erano bellissime farfalle variopinte che svolazzavano allegramente tra un petalo e l’altro di tulipani rossi e arancioni. Quel giorno c’era una leggera brezza proveniente da sud che accarezzò il viso di un uomo che stava facendo una telefonata con lo smartphone, stando seduto sul cofano della propria autovettura. Mentre attese la risposta del ricevente, si fece baciare dai tiepidi raggi del sole, appena spuntato dietro le colline dell’Oltrepò Pavese. Dopo cinque squilli partì la segreteria telefonica: 

“Risponde il numero 038394964848, potete lasciare un messaggio dopo il segnale acustico.”

<<Ciao Veronica, sono Xavier, dopo due anni dal decesso della mia amatissima Sonia, non riesco più ad andare avanti, ho deciso di fare il gesto estremo. Ti voglio bene, perdonami.>>

Xavier Roncalli sapeva che la sorella era sicuramente già al lavoro. Prestava servizio di infermiera presso l’Ospedale San Matteo di Pavia. Veronica era in concreto una mezza suora, non aveva legami sentimentali con nessuno. La professione d’infermiera era più una vocazione che un lavoro e pertanto ogni mattino presto era sempre presente nel reparto medicina del Policlinico. Così l’uomo andò sul sicuro che lei non avrebbe risposto personalmente al telefono: le lasciò il messaggio in segreteria, dell’azione sconsiderata e drammatica intrapresa. 

L’uomo aveva preparato alla perfezione il “teatrino” del suo addio al mondo. Uscì dall’abitazione di Voghera di buon mattino, senza neanche fare colazione e prima di salire sulla sua Fiat Tipo color argento, caricò nel portabagagli il tubo di gomma verde che usava solitamente per innaffiare il giardino. Prima di parcheggiare l’autovettura in una stradina di campagna sulla collina, fra due prati in fiore, a pochi chilometri da casa, passò dal benzinaio per fare rifornimento. Quando Roncalli pagò l’addetto alla pompa e lo salutò, ebbe quasi l’impressione che lo stesso gli fece un mesto sorriso, come se lui sapesse quello che stava mettendo in atto.

Prima di scendere dal cofano dell’auto lanciò con tutte le sue forze lo smartphone, ancora acceso, sul campo di fronte a lui e poi prese il tubo di gomma e il nastro adesivo telato dal portabagagli. Fissò bene l’estremità del tubo alla marmitta di scarico e infilò l’altra estremità nel finestrino posteriore semichiuso, il tutto ben sigillato con il nastro adesivo. Prima di entrare nell’auto inspirò profondamente, col naso e con la bocca, per tre volte di seguito, come se volesse gustare per l’ultima volta tutta l’essenza di vita terrena. 

Era quindi il luogo ideale dove l’anima si sarebbe integrata perfettamente con la natura. Entrò nell’autovettura e si sedette. Il paesaggio, visto dall’interno della “tomba su quattro ruote”, era un incanto, una meraviglia. Xavier osservava da lontano la sua amata Voghera, volgendole l’ultimo mesto saluto.

Gli scesero delle lacrime dagli occhi, che asciugò subito con le maniche della camicia. Il cielo era così limpido che riusciva a vedere il campanile del duomo, dove si era sposato con Sonia. Le case intorno alla piazza principale, che formavano cerchi concentrici stretti e poi larghi verso la periferia boschiva, gli sembravano gaie e luminose, sotto i raggi del sole, come se avessero un cuore e volessero consolarlo per il gesto estremo che stava per compiere. Si guardò allo specchietto intensamente come se volesse salutarsi per l’ultima volta, darsi l’addio e mettersi a posto con la coscienza. Come per abitudine si sistemò i  capelli leggermente mossi e brizzolati. Poi si sfregò gli occhi scuri ancora umidi di lacrime, fece un lungo sospiro e accese il motore e anche l’autoradio.

Infilò la chiavetta USB con memorizzata una canzone MP3 che partì in automatico: 

“Is this the real life? Is this just fantasy? Caught in a landslide, no escape from reality, open your eyes Look up to the skies and see …” 

Mentre Xavier sentì la melodia iniziale di Bohemian Rhapsody, gli venne in mente quale espressione addolorata potesse avere Veronica nel sentire il suo messaggio e disse tristemente fra sé e sé: 

“Povera sorella mia, non avrai più nessuno, spero che riuscirai a sopravvivere. ” 

(I genitori di Xavier e Veronica morirono in un incidente stradale nel 2013 sull’autostrada del Brennero, dal ritorno di una vacanza passata in Austria.)

Mentre il fumo nocivo cominciò a espandersi nell’abitacolo dell’auto, le note della canzone dei Queen suscitarono nella testa dell’uomo i ricordi del passato. Gli venne in mente, come in un flashback di un film, l’espressione triste del viso della moglie Sonia quando, quel maledetto 3 maggio del 2015, prima di esalare l’ultimo respiro, la vide sorridere amaramente per incoraggiarlo a continuare a vivere senza di lei. 

Morì per un male incurabile ai polmoni…”I’m just a poor boy, I need no sympathy, Because I’m easy come, easy go, A little high, little low Anyway the wind blows, doesn’t really matter to me, to me…” 

Ma in quel frangente drammatico ci fu spazio anche per i ricordi più belli: gli anni appassionati di fidanzamento con Sonia; il matrimonio, la romantica luna di miele e le sere d’inverno passate davanti al caminetto, accoccolati così tanto teneramente da addormentarsi fino all’alba. Anche le memorie più lontane e profonde d’infanzia: il sorriso di nonna Pia quando andava a prenderlo all’asilo nido e di frequente lo trovava seduto sul vasino. Questa situazione buffa era il ricordo più remoto che l’uomo conservava nella sua mente. I flashback continuarono sulla figura di Giovanna, la madre, quando gli faceva vedere i passi del “cha, cha, cha” e sorrideva di gusto vedendolo che non riusciva ad azzeccarne uno. Infine il padre, il suo amatissimo padre Rodolfo, che cantava le canzoni in inglese maccheronico in “stile Little Tony” e Xavier era convinto che lui conoscesse alla perfezione la lingua britannica. Poi si ricordò anche quando il padre si prese una sbronza fortissima alla festa dei coscritti quarantenni. Da allora non vide mai più Rodolfo ubriacarsi. 

Intanto i fumi nocivi, provenienti dal tubo, si erano ormai propagati completamente all’interno dell’utilitaria”…mama, just killed a man…”

Xavier cominciò a perdere i sensi lentamente fino a entrare in uno stato comatoso. Lentamente, molto lentamente, si abbandonò a un sonno profondo. Aveva la sensazione che la sua anima cominciasse a uscire dal corpo. I suoi occhi erano chiusi ma vedeva un bianco indefinito. Poi vide sopraggiungere dei cumuli nerastri che intensificarono il contrasto col bianco, fino ad aumentare e a coprirlo completamente. Il nero indistinto prese il posto del bianco. Ormai si sentì la fine vicina, molto vicina. La vita terrena sarebbe stata un ricordo dimenticato di un passato a cui non sarebbe più tornato. Il suo respiro divenne sempre più affannoso ma non si rese conto di soffrire, quando, a un tratto, dall’oscurità tenebrosa si aprì un varco luminoso. La luce prese il sopravvento sull’oscurità, tanto che Xavier cominciò a respirare più pacatamente. La visione del varco di luce divenne sempre più ampio e sfolgorante: l’uomo poteva vedere i raggi fulgidi all’origine. 

Da una percezione lugubre di trapasso, si trovò in una bellissima sensazione celestiale. Nell’abitacolo dell’auto, l’aria acre, torbida e mordace dello scarico divenne per incanto pura e soave. Gli occhi dell’uomo erano sempre chiusi ma vedeva la beatitudine in tutta la sua magnificenza. Gli sembrò di sentire dei canti polifonici gradevoli, provenire dalla profondità del varco luminoso e ci vide il movimento di una presenza dalle sembianze umane. Era una bambina che gli stava andando incontro sorridendo e quando giunse di fronte a lui, gli disse: 

“Ciao Xavier, mi chiamo Ginevra, provengo da un’epoca molto lontana, ci vedremo in carne e ossa nel 2068, il mondo avrà bisogno di noi.”

Non appena la bambina terminò la frase, l’uomo aprì gli occhi e vide sul cofano dell’auto un gabbiano bianchissimo che lo fissò per pochi secondi e poi prese il volo. Infine notò che l’auto aveva il motore spento e sentì che all’interno c’era un incantevole profumo di mare e si addormentò profondamente. 

La sorella Veronica sentì il messaggio alle diciassette e venti quando tornò dal lavoro. Allertò subito le forze dell’ordine che intercettarono la posizione dell’auto del fratello, grazie al segnale dello smartphone lanciato nel campo, ma rimasto acceso. 

Xavier Roncalli si svegliò nell’Ospedale Civile di Voghera dopo una settimana di coma, ma non si ricordò nulla di quello che aveva fatto. I medici dell’ospedale non seppero dare una spiegazione scientifica a quanto era accaduto. L’uomo fu ricoverato nel reparto Pronto Soccorso come soggetto ormai clinicamente morto, con i polmoni intossicati dal gas di scarico; ma dopo una settimana riprese conoscenza e alle radiografie tutto il suo apparato respiratorio era perfettamente pulito.

Ma non sapevano che quel 3 maggio dell’anno 2017, Roncalli fu testimone di un presagio che lo avrebbe visto protagonista nel mezzo secolo a venire.

#carlobianchiorbis

L’uomo non decide di venire al mondo secondo la sua volontà, ma il suo destino va a braccetto con la sua concreta volontà di vivere, sopravvivere, oppure di lasciarsi andare all’oblio della nullità terrena.

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2 commenti

  1. Prof ha detto:

    Ottimo Prologo

    Piace a 1 persona

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