> CAPITOLO 9 < SCENT OF THE SEA

Scent of the Sea – Chapter 9

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POST 9

🔮ANNO 2068 PIANETA TERRA – QUINTO GIORNO: L’INELUTTABILE DESTINO – VERSO LA FINE DEL PRIMO MESE🔮

La navicella spaziale Armstrong, carica di umani della razza ariana del mondo parallelo, era partita minacciosa direttamente verso la terra.

In Italia, nell’umile villa del signor Roncalli in quel di Voghera, c’era il medico, specialista in oncologia dottor Alberto Bina, che aveva appena terminato di visitare la povera Ludmilla.

«Confermo che alla signora Schneider è emersa, purtroppo, una recidiva del tumore e in questi casi non posso far altro che prescrivere dei forti antidolorifici.»

Mentre il dottor Bina disse queste parole, Xavier osservò la piccola Ginevra che salì sul letto e si sdraiò amorevolmente di fianco alla madre e le accarezzò i capelli con dolcezza. Ludmilla si girò verso la figlia e le baciò la fronte accarezzandole delicatamente le gote rosee.

 «Può cortesemente venire di là in salotto con me dottore?» 

Chiese Xavier a bassa voce e con un groppo alla gola.

Il vecchietto offrì dell’ottima Grappa Riserva Cabernet al medico, prima di inserire delle gocce nella sua pipa in radica. Entrambi erano seduti frontalmente su due poltrone. Il padrone di casa fece un paio di tiri cercando un momentaneo conforto alla situazione disperata. Pensò che fosse veramente incredibile: in neanche soli cinque giorni si era affezionato a Ludmilla e Ginevra come non gli era mai capitato nella sua vita. In quel breve lasso di tempo gli venne in mente quando era più giovane e, non avendo prole, non gli importava più niente del destino del mondo, soprattutto della gente, giovane o vecchia. Pensava solo a sé stesso, a stare bene in salute e nello spirito. Ma ora no, non poteva accettare quell’ineluttabile destino della povera Ludmilla, ma ancor più della piccola Ginevra, sfortunata alla prima venuta al mondo e poi anche oggi reincarnata nel nuovo millennio. Avrebbe donato a loro tutti quei miseri giorni, mesi e magari anni di vita che gli rimanevano, pur di vederle felici. Si, per vederle sorridere, quelle due anime mandate dal cielo nella sua casa. Il medico, vedendo il vecchietto in trance, sorseggiò della grappa in attesa che cominciasse a parlare.

«Quanto tempo le rimarrebbe ancora da vivere dottore?»

 «Pochi mesi, può anche resistere fino a un anno, dipende dalla sua forza d’animo e dall’affetto che la circonda. Certo, se dovesse farla ricoverare vivrebbe meno, in un ambiente asettico e freddo.»

«No, no! pagherò io l’assistenza infermieristica quotidiana, ventiquattro ore su ventiquattro, ma la ragazza deve rimanere qui in casa da me. Lei non ha nessuno al di fuori della figlia e del sottoscritto. Ne approfitto dottore, per fare affidamento su di lei, per mandarmi il migliore personale che avete a disposizione.»

«Certo signor Roncalli, ci conti.»

«Grazie dottore.» 

Xavier si alzò, accompagnò il dottor Bina alla porta e gli diede la mano. Lo specialista oncologo rimase parecchio stupito, della forza che aveva ancora il vecchietto, nel stringergli la mano e gli sorrise con un’espressione, come se fosse stato il suo nipote prediletto. Xavier chiuse la porta e con uno sguardo pensieroso, guardò la poltrona, dove si sedevano lui e la piccina e passavano ore e ore alla connessione telepatica e al teletrasporto. Fra sé e sé disse a bassa voce:

“Se ne parlerà assolutamente fra almeno un mese, è meglio smettere per un po’.” 

Quindi andò in camera loro e vide che madre e figlia si coccolavano a vicenda, ma prima di andare in cucina a preparare qualcosa per pranzo, volse lo sguardo direttamente a Ginevra, la quale gli sorrise simpaticamente. Xavier, nonostante la situazione drammatica, si sentì felice perché era la prima volta che faceva qualcosa di veramente buono nella sua vita, che gli riempiva il cuore di immensa gioia.

Intanto, a migliaia e migliaia di chilometri, gli ariani provenienti dal pianeta Tiruno, stavano procedendo ostili verso la terra, a una velocità supersonica, sulla navicella sottratta agli americani. La loro scienza era notevolmente più avanti, paragonata a quella terrestre di ben duecento anni. Rispetto alla già notevole velocità originaria, riuscirono a quadruplicare la stessa, grazie alle modifiche apportate prima della partenza. Il Führer, fiero, seduto davanti al grande computer di comando, che fungeva da pilota automatico, disse al generale Von Beck, in piedi di fianco a lui: 

«Allora? Mio grande generale? I nostri scienziati sono stati proprio bravi, vedo che stiamo viaggiando molto spediti. Prima arriveremo sulla terra e prima salveremo il nostro popolo germanico sul nostro vecchio pianeta alla deriva.»

«Jawohl mein Führer, annienteremo a più non posso tutti quanti si opporranno alla nostra dittatura, faremo piazza pulita subito delle persone che non saranno all’altezza della nostra razza ariana, non commetteremo l’errore dei nazisti della terra.» 

«Certo caro Alexander, so a che cosa ti riferisci, i campi di concentramento non li faremo, sono solo un’inutile perdita di tempo, li annienteremo subito tutti senza pietà, vecchi, ebrei, negri, donne, bambini, musulmani, senza distinzione di età, di sesso, religione e razza.»

I due criminali storici, provenienti dal mondo parallelo, terminarono il loro dialogo e guardarono con occhi spietati e spiritati il vuoto dello spazio nero, con tante stelle che sembravano piccole lampadine che lo illuminavano. Stelle che apparivano di luce tenue e intimidite di fronte all’avanzare dell’astronave della morte.

Sulla terra i giorni passavano tranquillamente nella casa di Xavier. Il vecchietto riuscì a resistere, ma faticosamente, giorno dopo giorno, alle suppliche della bambina di voler un contatto telepatico con lei. Riuscì a capire benissimo, grazie all’alfabeto muto, tutto quanto lei voleva comunicargli. Lo aveva imparato in pochi giorni con un corso accelerato dal video internet oculare. Ma quando Ginevra gli chiedeva di sedersi sulla poltrona, anche per poco, con gli aggeggi magici, facendogli il dolcissimo sguardo languido con gli occhioni verdi, pensava che probabilmente perdeva ogni volta un giorno di vita, a causa della sofferenza e il dispiacere che provava nel suo cuore. Ma doveva resistere, lo doveva a sua madre, doveva starle il più vicino possibile. Quando si sedevano a comunicare con le menti, trascorrevano parecchie ore, troppe ore senza accorgersi. Ludmilla, nonostante le metastasi attaccassero pian piano, ma inesorabilmente, ogni organo del suo corpo, riuscì a reagire grazie alle cure e agli antidolorifici del dottor Bina. Così potè rendersi utile in cucina e accudire, da buona mamma, la piccola Ginevra. Il vecchietto adorava osservarle, quando la sera lei raccontava le favole alla sua bambina e ogni volta che spegnevano la luce per dormire, anche lui andava a letto e faceva sogni a occhi aperti prima di addormentarsi. Sognava che Ludmilla e Ginevra fossero rispettivamente figlia e nipote. Sognava che loro erano lì da lui in vacanza, allegre, senza problemi, quando il loro marito e padre immaginario era in trasferta per lavoro e lui avrebbe fatto l’uomo di famiglia, le accudiva e anche loro lo accudivano e lo coccolavano con tenerezza. La primavera stava arrivando. Xavier e Ginevra aumentarono le uscite in mezzo alla natura. Mano nella mano, passeggiavano nel piccolo parco e si sedevano sulla panchina. Il vecchietto raccontava tutta la storia della sua vita alla nipotina acquisita, che lo seguiva con attenzione. Ogni giorno c’era un racconto, come se fosse un romanzo a puntate. Finché un giorno, tornando alla loro dimora, incontrarono un vicino di casa. Era un vecchietto come Xavier, ma visibilmente più giovane, che stava passeggiando con il suo cane. Mentre Xavier e Ginevra lo stavano incrociando, il cane si avvicinò alla bambina e le annusò i piedini, ma lei si allontanò di scatto bruscamente e tirò la mano a Xavier facendogli capire che voleva rientrare subito in casa. 

«Buongiorno signor Lincoln, mi scusi tanto, la bambina si è spaventata perché non è abituata al contatto con gli animali.»

«Ma si figuri signor Roncalli, non c’è nessun problema, buona giornata». 

Xavier, attese che il vicino si allontanasse, qualche metro, e chiese sottovoce a Ginevra: 

«Come mai piccola, questa reazione, non è da te?» 

La bambina per l’agitazione non riusciva nemmeno a fare i gesti dell’alfabeto muto in modo corretto, ma il vecchietto capì a fatica:

– Il tuo vicino è una persona cattiva, molto cattiva.                                         Xavier, mentre stavano rientrando in casa, pensò che il giorno dopo doveva assolutamente avere un contatto telepatico con la bambina.

#carlobianchiorbis

Quando si èd gravemente ammalati, l’amore dei propri cari può essere più efficace di qualsiasi cura.

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