> CAPITOLO 17 < SCENT OF THE SEA

Scent of the Sea – Chapter 17

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POST 17

🔮ANNO 2068 – ADDIO OPPURE ARRIVEDERCI ALLA TERRA🔮

Ludmilla era rimasta distesa a terra, in una pozza di sangue che si estese su gran parte del corridoio, nell’appartamento della maga Amelia. Respirava molto affannosamente. La pallottola partita dalla pistola del tenente Meyer le perforò i polmoni. Xavier era in ginocchio di fianco a lei e cercava di alleviare le sue sofferenze accarezzandole delicatamente la testa con la mano sinistra e con la destra cercava disperatamente di fermare la fuoriuscita continua di sangue dal petto. Ginevra era dietro il vecchietto, appoggiata alla sua schiena e piangeva.

«Ci sarebbe una speranza per salvarla, signor Roncalli» disse la maga Amelia, che stava in piedi accanto a lui, tenendo fra le mani il fucile ancora fumante.

«Quale? Rispose Xavier, con le lacrime agli occhi.»

«Potremmo farle fare anche a lei il teletrasporto e rimarrebbe per sempre nel mondo parallelo. Avrebbe però la possibilità di reincarnarsi, mentre il suo corpo, destinato comunque ormai alla decadenza, rimarrebbe sul pianeta terra. Volevo fare presente che anche lei e Ginevra rischiate la stessa sorte.»

Xavier annuì e confermò:

«E sì. A breve ne arriveranno degli altri per cercare di fermarci. Siamo decisamente in pericolo di vita. Purtroppo ormai non possiamo più tirarci indietro. Mi piange tanto il cuore per la mia povera Ginevra.»

Mentre disse queste parole, percepì quello che pensava la bambina: non ti devi preoccupare Xavier, dobbiamo salvare il mondo, siamo degli eletti e pertanto siamo destinati al sacrificio.
Il vecchietto, stando sempre inginocchiato, si girò verso di lei e l’abbracciò amorevolmente e senza parlare gli comunicò con la mente: ti voglio un bene dell’anima Ginevra mia. Poi volse lo sguardo verso la maga e le chiese:

«Possiamo fare la seduta spiritica qui, vicino a Ludmilla? Metteremo una cuffia Bluetooth sulla sua testa, mentre io la bambina non ne abbiamo più necessità. E poi tu non verrai con noi? Rimarrai qui con Lincoln? E se tu morissi, che ne sarà della tua anima?»
«Non dovete preoccuparvi per me. Io saprò fare uscire il mio spirito da questo palazzo. Sarà vagante come Adsa, per assistere chiunque sul pianeta terra avesse necessità. Cosa aspettiamo ora? Su dai che non c’è tempo da perdere! La poveretta ha ormai i minuti contati per sopravvivere. Vieni subito di là con me ad aiutarmi a recuperare Lincoln. Lo sposteremo su una sedia a rotelle che ho nello sgabuzzino».

In pochi minuti riuscirono a trasportarlo vicino al corpo straziato della povera Ludmilla che respirava ancora. Lincoln, che aveva ancora gli occhi bendati e le cuffie Bluetooth sul capo, cercò disperatamente di liberarsi con tutte le sue forze residue che ebbe in corpo, ma vanamente, perché le corde intorno a lui furono maggiormente strette da Amelia. Ginevra e Xavier si sedettero sul pavimento vicino alla morente e nel frattempo la maga andò nella camera a prendere tutti gli oggetti necessari per la seduta spiritica e le cuffie Bluetooth. Poi tornò da loro, pose le cuffie sulla testa di Ludmilla e dispose gli strumenti del mestiere sul pavimento, preparando il tutto come se fossero sul tavolo rotondo della seduta spiritica.

«Ora Ginevra stringi la tua manina destra a quella di tua madre e quella sinistra a quella di Xavier. Ora tu Xavier stringi la tua mano sinistra alla mia che io la stringo a Ludmilla».

Fecero così un cerchio umano nello spazio angusto e ristretto del corridoio. Mentre Lincoln non poteva far altro che da tramite umano per il loro teletrasporto nel mondo parallelo.

La squadra speciale della morte arrivò in Via Francesco Giramo al civico 55 di Cesano Boscone, col carico di esplosivo. Si apprestò a piazzare, intorno a tutto il palazzo popolare, le cariche deflagranti. Ludmilla che aveva già l’anima, quasi completamente trapassata, li vide all’opera, si svegliò temporaneamente dal coma e fece un cenno a Xavier di abbassarsi per ascoltarla. Così gli parlò con un filo di voce all’orecchio.

«Ludmilla mi ha appena comunicato che fra poco il palazzo starà per esplodere, occorre affrettare la pratica di evocazione degli spiriti» disse il vecchietto alla maga.

«È pazzesco, in questo palazzo ci sono anziani, persone malate, tutta povera gente innocente come noi» disse Amelia e proseguì:
«Speriamo di riuscire in questa impresa. Vi ricordo che è pericolosissimo viaggiare indietro nel tempo e modificare il corso del destino. Figuriamoci poi in un mondo parallelo. Potrebbe cambiare in meglio la nostra vita oppure accelerare drammaticamente la nostra fine e quella di entrambe i mondi.»

C’erano tre candele accese e dell’incenso fumante in un piccolo braciere, all’interno del cerchio umano formato da Ludmilla, Ginevra, Xavier e la chiaroveggente. Mentre Lincoln si dimenava ancora vanamente sulla sedia.
La medium entrò in trance e cominciò la seduta spiritica:

🔮Spiriti del passato, stiamo invocando voi. Guidati dalla luce di questo mondo e del mondo parallelo, venite qui tra noi. Spirito dell’amata Adsa di questo mondo, aiutaci a evocare lo spirito dell’amata Adsa del mondo parallelo…
Spirito dell’amata Adsa di questo mondo, aiutaci a evocare lo spirito dell’amata Adsa del mondo parallelo…
Guidato dalla luce di questo mondo, lascia che apriamo per te le nostre porte…

Lo spirito della maga Adsa rispose in concomitanza con lo spirito della stessa maga del mondo parallelo. Anche Xavier e Ginevra sentirono gli spiriti parlare e venne in mente a loro lo stesso sogno premonitore che fecero entrambi, prima di incontrare Lincoln, dove le persone parlavano all’unisono.

🔮Eccoci Amelia, cosa c’è di così importante per scomodare gli spiriti di due mondi?

🔮Dovete aiutarmi a teletrasportare, nel mondo parallelo, le anime di tre viventi qui presenti alla seduta. Dovranno essere catapultati nel luglio dell’anno 1944 per fermare Adolf Hitler. Dobbiamo salvare due mondi dall’eccidio di tantissimi essere umani. Ho bisogno di farlo con estrema urgenza, perché il corpo di un’anima sta decadendo da un momento all’altro e questo palazzo sta per esplodere.

Passarono un paio di minuti e il palazzo popolare in via Giramo di Cesano Boscone, crollò come se fosse fatto di sabbia, dilaniato dagli esplosivi piazzati dalla squadra della morte.
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ANNO 1944 FALLIMENTO DELL’OPERAZIONE FORTITUDE E D-DAY NEL MONDO PARALLELO

Quel mattino di fine primavera c’era un cielo nitido e azzurro sopra la contea di Kent. Su una finta nave da sbarco, proveniente da Calais, c’era il generale George Patton che osservava dal ponte di comando i faraglioni di Dover. Il bianco della loro roccia calcarea contrastava con il colore turchino del cielo e del Mare del Nord. Agli occhi del generale sembrò un’immagine da cartolina.
«Esco a prendere una boccata d’aria fresca» disse il generale al timoniere. Non appena Patton uscì sulla prua respirò a pieni polmoni tutta l’aria che potessero contenere. Sentiva distintamente profumo salmastro attraverso le sue sensibili narici. Con l’avvicinarsi della nave al porto di Dover, sentiva anche l’odore dell’alga morta e quello dell’alga viva lasciata in secco, dalla bassa marea sulla ruvida roccia. Chiuse gli occhi e riuscì anche a percepire il profumo del mare che si mescolava con quello delle vecchie reti e del legno delle barche dei pescatori. Infine percepì anche la fragranza della bonaccia che gli arrecò benessere e sollievo portandogli un senso interiore di salvezza spirituale, per il grande inganno che stava per compiere. Mentre la nave stava ormai compiendo gli ultimi chilometri alla velocità media di venti nodi, sul pianoro verde di un faraglione, c’erano Wilson e Brown sdraiati a pancia in giù, col viso rivolto verso il mare. Muniti entrambi di binocolo Goerz Armee, osservavano precisamente il generale Patton.
Wilson abbassò il binocolo, si girò verso Brown e disse:
«Stasera andremo a fare visita al generale nella locanda Castle.» Brown abbassò anche lui il binocolo, si voltò verso il compagno e gli fece un sorriso diabolico.
Il sole stava tramontando. Il cielo diventò di un incantevole rosso caldo, creando un’atmosfera rassicurante sulle strade di Dover. Le poche nuvole spuntate nel pomeriggio, si persero all’orizzonte e con gli ultimi raggi del sole ancora presenti, si potevano già ammirare piccoli puntini luminosi nel cielo. Poi nella parte opposta apparve la luna e si capiva che la sera stava arrivando e con essa anche la notte. Il generale George Patton, vestito in borghese, decise di fare una lunga passeggiata dal porto al luogo dell’appuntamento, per gustare gli ultimi fasci luminosi solari sul suo viso e la fresca e profumata brezza che proveniva dal mare. Entrò nella locanda Castle e vide in fondo alla stessa, in un angolo appartato, due uomini che lo fissarono per alcuni secondi e uno dei due gli fece un cenno con la testa. Si trattava di Brown. Si avvicinò a loro e disse la parola d’ordine segreta: «Lo scotch in questa locanda è abbastanza stagionato?» E Wilson rispose: «Certo, è invecchiato di vent’anni.»
Il generale si sedette e prima di parlare osservò per alcuni secondi i due uomini. Entrambi avevano i capelli rossi e gli occhi verdi. Si assomigliavano tantissimo. Sennonché uno aveva più lentiggini dell’altro e aveva i capelli più chiari. Avevano una spiccata fisionomia scozzese. Non appena si avvicinò il cameriere per l’ordinazione, il generale gli fece un gesto con la mano di tornare più tardi e disse:
«Siamo qui riuniti, non certo fieri di quello che stiamo compiendo, ma immagino felici per il proprio conto in banca.» Uno dei due interlocutori, Brown, sorrise perfidamente e rispose: «Il denaro vince sulla morale, sull’etica, sulla guerra, su tutto.»
Il generale Patton fece un sorriso amaro e pensò che aveva assolutamente bisogno di tanto denaro. Denaro per curare la sua amata figlia, ammalata di una patologia rara. Il governo statunitense non glielo avrebbe sicuramente garantito. Onorificenze, riconoscimenti, ma poco denaro rispetto a quanto effettivamente lui avesse necessità. Il saldo della somma concordata col nemico tedesco era al sicuro, su un conto, a lui intestato, in una banca svizzera. Pertanto la sua missione di doppio gioco terminò quella sera.
«Potete comunicare al Führer che l’attacco anglo-americano non avverrà dalla Norvegia e neanche al Pas de Calais. La nave da sbarco su cui ho viaggiato e anche le altre che sono sbarcate qui a Dover, sono fasulle, è tutta una messa in scena. Il gigantesco complesso petrolifero che stanno costruendo vicino a Dover è in cartongesso. Nei campi ci sono una considerevole quantità di carri armati fatti in gomma gonfiabile. Veicoli, cannoni e aerei che vedete allineati lungo le strade, sono in legno compensato. Infine c’è un intero esercito finto, Il FUSAG, ovvero First United States Army Group, che sarà affidato a me. Ho qui con me varie fotografie come prova delle mie affermazioni. L’attacco avverrà sicuramente sulle coste della Normandia, il cinque giugno, meteo permettendo.»
Il generale posò la busta contenente le foto sul tavolo, si alzò e se ne andò senza salutare. Mentre uscì dalla locanda fece un respiro profondo e sperò nel profondo del suo cuore che i tedeschi, una volta respinto lo sbarco in Normandia, vincessero poi la guerra contro i comunisti russi. Meglio i tedeschi in Europa che i russi. Ma non sapeva che i nazisti non si sarebbero accontentati e avrebbero conquistato tutto il mondo.
Avvenne lo sbarco in Normandia ma il giorno della liberazione non si realizzò. Ci fu un ingente spargimento di sangue su militari, sia alleati anglo-americani che europei e anche parecchi civili francesi. Hitler, grazie alla soffiata del generale Patton diede l’ordine immediato di rinforzare, prima dello sbarco, il Vallo Atlantico prevalentemente sulla costa della Normandia. Precisamente per un centinaio di chilometri, tra Le Havre e Cherbourg. Riuscì a erigere una “muraglia” invalicabile con bunker, postazioni con cannoni, barriere contraeree e parecchie casematte per mitragliatrici. Inoltre fece la contromossa di far credere al nemico, di aver bevuto l’operazione Fortitude e pertanto adottò la stessa astuzia di disporre di armamenti finti e un grande esercito fantasma a difesa delle coste della Norvegia.
Il D-DAY doveva essere il punto di svolta della seconda guerra mondiale, invece si rivelò un grandissimo fallimento. Gli alleati non riuscirono ad attestarsi sulle spiagge. Le contraeree del Terzo Reich respinsero tutti gli attacchi provenienti dal cielo. Pertanto, le due divisioni di paracadutisti che dovevano operare in profondità nel Cotentin, secondo gli intendimenti del generale Eisenhower, dovettero rimanere sugli aerei che fecero il viaggio di ritorno per evitare di essere abbattuti. Così fece anche la 82a divisione aviotrasportata che avrebbe dovuto atterrare a Ovest di Saint-Sauveur-le-Vicomte, allo scopo di bloccare lo spostamento dei rinforzi nemici, all’interno della metà occidentale della penisola del Cotentin. Sempre grazie alla soffiata del generale Patton, fallì anche il diversivo che doveva trarre in inganno e trattenere i tedeschi nell’entroterra. Ossia il lancio di duecento “Rubens” (manichini di gomma dotati di paracadute e di petardi per simulare il fuoco di arme leggere), partiti su due bombardieri Short S.29 Stirling, dall’aeroporto Britannico. Questo stratagemma doveva tenere i nazisti lontani dalle zone in cui i veri paracadutisti sarebbero entrati in azione. Pertanto non poterono partire dalla Gran Bretagna, i bombardieri quadrimotori Handley Page Halifax delle prime squadre del quarto Special Action Service.
Nel primo giorno dello sbarco, sulla spiaggia Omaha (nome in codice), dei centocinquantamila soldati, il settanta percento morì sotto i colpi dei nazisti, mentre il trenta percento dovette ritirarsi. Mentre nelle altre spiagge, i carri armati anfibi non riuscirono nemmeno a raggiungere la costa, a causa dei bombardamenti dei caccia tedeschi.
Sul fronte orientale, i Sovietici che contavano su una superiorità numerica di carri armati, aerei e uomini, sperando in un indebolimento con lo sbarco in Normandia, in realtà furono disillusi. I tedeschi avevano mezzi e contingenti sufficienti a respingere il nemico e lentamente avanzare alla conquista della loro terra.

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