> CAPITOLO 1 < THE BEAUTY OF DEATH

The Beauty of death – Chapter 1

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<<Allora, cara Angelica, ti ho parlato dei miei genitori, di mia sorella Enrica, di mio fratello Erminio e anche dei miei antenati, fino a risalire ai miei nonni materni e paterni. Ovviamente te ne parlerò ancora, soprattutto della mia cara Lorenza, la tua nonna che non hai fatto in tempo a conoscere, approfondendo altri particolari che magari potrebbero venirmi in mente. Come ben sai, sono rimasto solo io in vita della dinastia dei Leoni e ora ti voglio narrare i miei primi ricordi d’infanzia, a cominciare dall’asilo.

L’asilo era sempre ovviamente nel luogo dove risiedevo con i miei genitori: Cassinetta di Lugagnano. Correvano gli anni ’40.

Non mi piaceva andarci. Infatti lo frequentai per poco tempo. C’è una foto che risale a quel periodo. Ci sono io che indossavo il grembiule grigio col colletto bianco mentre stringevo una palla. Ero ritto in piedi, rigido. Traspirava dai miei occhi una specie di timore che evidenziava una certa tensione; erano spalancati, sbarrati mentre stringevo al fianco la palla. 

Quando andrai a casa, Angelica, chiedi alla mamma di farti vedere le foto che mi ritraggono e anche le altre di tutti i nostri parenti. Magari chiedile anche di farti leggere le lettere che avevo scritto alla cara nonna Lorenza e le mie memorie, prima e anche dopo la sua scomparsa. Ci sono dettagli interessanti, di cui sicuramente non posso rammentarli tutti.

Mi ricordo del salone della refezione, grande, con un odore di minestra che mi dava un po’ di nausea. Ci mangiai giusto un paio di volte. Un altro luogo era la classe. Le maestre erano suore. Un giorno mi misi a lavorare con dei pezzi di legno di cui non sapevo che fare. C’era all’entrata un campanello che suonava quando la porta si apriva. Allora spuntava la madre cui venivano consegnati i loro figli. All’interno dell’asilo era situato un grosso cortile dove crescevano tante piante che lo rendevano ombroso. In fondo s’apriva un angolo erboso che non capivo a cosa potesse servire. Quindi non è che vi si stessi male. Infatti, gli altri bambini si divertivano a giocare. Ma io ero troppo legato a mia madre Ludovica, che aveva fatto comunque di tutto affinché io mi abituassi a stare con gli altri. 

Soprattutto mio padre Martino insistette molto, ma non ci fu niente da fare, preferivo starmene da solo. Ero fatto così. Crebbi con la paura addosso nei confronti delle persone. Oltretutto subii del bullismo, proprio da una femminuccia.>>

Angelica spalancò gli occhi incredula. 

Il nonno sorrise e proseguì.

<<Sì, proprio da una bambina come te. Mi ricordo che si chiamava Simona. E pensa che mi aveva fatto persino piangere. Menomale che appunto non ci andai più all’asilo. Così evitai l’imbarazzo di dover dire ai miei genitori che venivo maltrattato da una femminuccia.>>

Il nonno fece un sospiro un po’ amaro e un po’ nostalgico, che non passò inosservato alla nipote, che gli fece uno sguardo affettuoso d’intesa. Evaristo sapeva benissimo che anche ad Angelica non piaceva l’asilo e pertanto aveva seguito le sue stesse orme. Ma l’uomo, già da piccolo, aveva visto in faccia la morte e assistito a un dramma in prima persona.

E così continuò nel racconto di un capitolo molto delicato e triste della sua vita. 

<<Mia madre e una vicina di casa avevano preso l’abitudine di andare in campagna, al sabato pomeriggio, per fare merenda. Erano i primi di luglio e faceva un gran caldo. Io ero contento perché con Luigi, il figlio della vicina, andavo molto d’accordo e giocavamo parecchio. Le nostre madri si fidavano di noi e pertanto ci lasciavano anche allontanare di qualche metro tenendoci, comunque, opportunamente sott’occhio. Ma, purtroppo, quando succedono le disgrazie, bastano pochi secondi, una piccola distrazione e può crollarti il mondo addosso, come accadde alla madre di Luigi. Stavamo giocando a rincorrerci, quando, a un certo punto, lui cadde sull’erba, si rialzò e aveva tutte le mani sporche di terra. Non fece neanche in tempo a chiamarlo sua madre, di andare da lei che gli avrebbe pulito le mani, che si precipitò verso un grande fosso di irrigazione dei campi. Sia mia madre Ludovica, che la vicina, corsero immediatamente verso di lui, perché avvertirono subito il pericolo a cui il bambino stava incappando. Io ero immobile e assistevo, inerme, alla scena. Vidi tornare verso di me, mia madre, tutta inzuppata d’acqua, con le mani nei capelli e piangeva, come non l’avevo mai vista fare nella mia vita, nemmeno quando morì mio padre. Forse perché si sentiva anche lei in colpa di quello che tragicamente capitò. Da quel giorno, cominciai già a capire il vero significato della parola morte e, per dipiù, ingiusta. Passarono alcuni anni per farmi raccontare da mia madre, nei dettagli, quello che successe quel giorno. 

La madre di Luigi piangeva disperata sul ciglio del fosso, perché lui era sprofondato nell’acqua e vedeva sulla superficie le bollicine che si spostavano a valle. L’acqua lo stava naturalmente trascinando via. A un certo punto decise di entrare nel piccolo, ma profondo canale nel disperato tentativo di salvare suo figlio, anche se non sapeva nuotare. La povera donna stava affogando, ma essendo piuttosto vicina all’argine, mia madre riuscì, fortunatamente, a salvarla aggrappandosi, con la mano sinistra alla radice sporgente di un albero attiguo al fosso, e con la destra a prenderla per i capelli e riportarla sulla sponda erbosa. Negli anni successivi venimmo a sapere che la nostra povera vicina mise al mondo un’altra creatura, era femmina e venne chiamata Luigia.>>

Gli occhi di Angelica, da molto tristi, diventarono leggermente sorridenti, quando sentì che la vicina di casa del nonno ebbe poi una figlia. E vide negli occhi del nonno, la fierezza di sua mamma Ludovica che grazie al suo coraggio salvò la vicina di casa che diede ancora altra vita. Giovanna tornò dalla spesa, sulla soglia della porta abbassò la mascherina e fece un occhiolino, sorridendo a suo padre. Evaristo ogni volta si commuoveva perché gli ricordava tantissimo sua madre che le assomigliava molto: capelli e occhi castano chiari e labbra sottili. 

<<Dai Angelica, andiamo a casa che fra poco devono portare la pappa al nonno.>>

Il cibo per Evaristo veniva preparato dall’infermiera factotum Stefania. La donna, si occupava anche delle faccende domestiche del monolocale. Era un’amica fidata d’infanzia di Giovanna.

La bambina sbuffò leggermente e, prima di ansarsene, abbassò per qualche secondo la mascherina. Sorrise al nonno salutandolo con la manina. Non appena entrambe uscirono dalla camera, il vecchietto volse lo sguardo verso la finestra per osservare le frasche delle piante.

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4 commenti

  1. silvia ha detto:

    Bellissimo il rapporto nonno-nipote 🙂

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    1. carlobianchiorbis ha detto:

      Eh sì Silvia, è proprio il leitmotiv di tutto il racconto… Buona serata 😘

      Piace a 1 persona

      1. silvia ha detto:

        un po’ come il precedente 😉

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  2. carlobianchiorbis ha detto:

    Sì Silvia come il precedente però in questo caso è mano drammatico…nonostante il titolo…che in italiano sarebbe LA GIUSTA MORTE…ci sono meno morti…gulp! ciaooooo

    Piace a 1 persona

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