> CAPITOLO 3 < THE BEAUTY OF DEATH

The Beauty of death – Chapter 3

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Il giorno seguente, Evaristo raccontò alla bambina delle scuole medie.
Finalmente non era più sdraiato sul letto ma seduto su una piccola poltrona adiacente, mentre Angelica si sedette sulla moquette del pavimento a gambe incrociate di fronte a lui.

Essendo domenica, non c’era il solito giro della visita mattutina del medico di base e, pertanto, il vecchietto poté narrare alla bambina tutti i suoi ricordi di quel periodo. Inoltre, nella settimana successiva, il nonno, doveva essere sottoposto a vari esami di controllo nel vicino Ospedale “San Matteo” e pertanto Angelica non poteva andare a fargli visita.

<<Frequentai le scuole medie a Cuggiono, a circa venticinque chilometri da Cassinetta di Lugagnano. Ma non studiai in una scuola qualunque, era un collegio con parecchi insegnanti preti.
In prima media, c’era un compagno che si chiamava Lena e un altro Leoni – proprio come me. Il nostro professore si chiamava Giani e aveva il brutto vezzo di tirare dei grossi calci contro la parte anteriore della cattedra in legno, mentre si appoggiava, per traverso, al piano della cattedra, per destare l’attenzione di noi scolari.
Un giorno, interrogò me, l’altro Leoni e il Lena. Forse per allentare la nostra paura di finire col prendere un brutto voto, si mise a scherzare dicendo: “Vediamo se i due Leoni lavorano di Lena.”
Come dire: vediamo un po’ come se la cavano questi tre. Si trattava di un argomento sulla storia degli uomini primitivi. Quando toccò a me, mi chiese come si chiamavano gli oggetti di cui si servivano. E io risposi, convinto, utilensili anziché utensili. Tutti i miei compagni scoppiarono a ridere. E io mi sentii sprofondare dalla vergogna.
Un altro giorno si mise a interrogare un altro mio compagno di nome Tagliabue. Costui aveva poca voglia di studiare. Siccome non sapeva proprio niente e per di più rideva, il professore aprì l’armadio e ve lo rinchiuse. Dopo un po’ aprì l’anta e, invitandolo a uscire, come fa l’autista quando scende dalla macchina un gran signore, esclamò:

“Lazzaro vieni fuori!”

Quello uscì e, come se niente fosse, tornò al suo posto senza mostrare alcun imbarazzo. Forse il professore credeva, con quel gesto, che lo studente cambiasse atteggiamento e che gli servisse da lezione. Ma sarebbe stato necessario un vero e proprio miracolo che, naturalmente, non avvenne.
Nel collegio c’era un cortile interno dove giocavamo a pallone durante gli intervalli. C’erano un via vai di tiri perché c’erano tante squadre che vi giocavano. Uno, senza accorgersi, rischiava di prendere una pallonata in faccia. Quando giocavano quelli della mia classe, Severgnini – un altro mio compagno- si piazzava sempre vicino alla porta della squadra avversaria, indifferente. Era un ragazzino piuttosto grasso e pertanto non aveva voglia di correre dietro al pallone. Ogni tanto gli arrivava un passaggio e lui, con noncuranza, buttava proprio la palla, imprendibile, nell’angolo della porta avversaria. Allora tutti correvano ad abbracciarlo come se avesse compiuto un’impresa. E lui si metteva a sorridere come un bambino di cinque anni. Al termine delle lezioni tutte le classi si trovavano in un grande studio. Eravamo circa un centinaio di ragazzi. Avevamo un grande banco di legno. Era, praticamente, un grande scatolone sorretto da quattro esili gambe, con un coperchio. Dentro tenevamo tutto l’occorrente per lo studio: libri, quaderni, penne, matite, gomma, temperino. C’era una regola molto rigida cui dovevamo sottostare. Prima di cominciare a studiare dovevamo prevedere quale fosse il materiale necessario; dopodiché, nessuno doveva più alzare l’asse che chiudeva il banco. Ma non sempre si riusciva a prevedere tutto, capitava di dimenticare qualcosa. Allora si dovevano compiere delle grandi manovre per non farsi beccare dal prefetto. Un prete che, dall’alto della sua cattedra, controllava ogni movimento. Appena beccava qualcuno lo segnava su un quaderno. Anche a me capitò più di una volta. Davo una sbirciatina verso il prefetto per vedere se mi guardava. Poi cominciavo ad alzare lentamente il coperchio e sbirciavo dentro al banco con fatica per vedere dove si trovasse ciò che mi serviva. Evitando il più possibile di far rumore allungavo la mano e lo afferravo. Guai se mi fosse sfuggito di mano! Sarebbe stata la mia condanna. La domenica mattina, poco prima di mezzogiorno, arrivava il vice-rettore, che chiamavamo “Can-Bartù”, perché aveva il vizio di sbuffare con dei colpetti dentro al naso. Procedeva attraverso il corridoio dello studio, tutto preso dal compito che l’attendeva. Appena spuntava dal portone, per noi, senza dubbio per me, cominciava il terrore. Sì, perché non tutti siamo fatti allo stesso modo. Molti se ne fregavano perché si rendevano conto che si trattava più di una cerimonia che, di per sé, non aveva senso. Arrivava con un fascio di registri sotto al braccio, tutto barcollante. Allora il prefetto dava un colpo di campanello, era il segnale che bisognava mettere via tutto.

Una domenica era appena salito in cattedra quando sentii un rumore. Subito proiettò lo sguardo alla ricerca della sua origine e scoprì che c’era uno studente che stava chiacchierando con un suo vicino di banco.
“Rampinelli – così si chiamava – vieni subito qua!”.
Così fece.
Era un ragazzo dai capelli corti e irti, biondo, occhi azzurri; indossava dei pantaloncini corti fino al ginocchio.
“Cosa facevi?” gli chiese il prete.
“Parlavo.” Disse prontamente.
“Cosa dicevi?”.
Risposta: “Niente!”.
Tutto lo studio scoppiò in una grande risata.
“Vai al posto!”.
E lui se ne tornò con le spalle ricurve per l’imbarazzo mentre con una mano nascondeva un timido sorriso. Dopo l’incidente ebbe inizio una specie di cerimonia che si ripeteva puntualmente ogni domenica. Il vice-rettore si sedeva sollevando lentamente la veste. Poi cominciava ad aprire i registri iniziando dalle prime medie. Allora era previsto il voto di condotta e di applicazione per valutare il comportamento e l’impegno avuti durante la settimana. Questi venivano registrati su di un libretto da mostrare ai genitori che dovevano firmare. Per noi, se non per tutti, almeno per molti, me compreso, il momento costituiva fonte di preoccupazione.
Si sentiva una voce piuttosto rauca del prete che leggeva:
Classe I C – per fare un esempio.
Bonfanti, Condotta: dieci meno; Applicazione: nove.
E qui seguiva magari una ramanzina se c’era stato un peggioramento. Per invogliare i collegiali a conseguire i migliori voti, il rettore aveva indetto una specie di gara. Chi, per un certo periodo, avrebbe meritato dieci sia in condotta che in applicazione avrebbe avuto in premio un viaggio gratuito fino a Roma. Un anno, il vincitore fui io. Venni convocato con i miei genitori addirittura dal rettore, nel suo ufficio. Con mia meraviglia sentii da parte sua provenire lodi che non sapevo di possedere. A mia madre sembrò di toccare il cielo con un dito. Lei era molto orgogliosa di me e per me stravedeva. Mi fu regalato anche un libro intitolato “Mattutino Verdiano” di cui scorsi solo le prime pagine. Era la biografia di Giuseppe Verdi e lei si mise in mente che, leggendolo, sarei diventato anch’io un grande musicista. Per la verità, a trasmettermi il gusto della musica fu proprio lei. Mia madre Ludovica si era fatta di me la ragione della sua vita. Voleva che io, a tutti i costi, diventassi qualcuno di famoso, di importante.
Quando entrai in seminario mi vedeva addirittura Papa. Purtroppo la vita non procede secondo il semplice desiderio. Mi stava sempre addosso. Uscii dal seminario anzitempo perché non mi piaceva e mi diplomai maestro. Quindi frequentai l’università. Lei voleva che prendessi sempre 30, meglio ancora se con la lode. Il che, almeno per me, era impossibile. Quando il voto era inferiore, mio padre, per non deluderla, mi suggeriva di dirle sempre 30. E così, a furia di insistere, dato che i miei voti non corrispondevano alle sue aspettative, finii, deluso io stesso, di troncare con l’università.
Riguardo il seminario, Angelica, non avevo ovviamente la vocazione per diventare sacerdote e così intrapresi un destino differente al volere di mia madre. Non ti racconterò nulla, come avrai ben intuito, perché lo frequentai controvoglia e pertanto fu un capitolo della mia vita un po’ triste e inconsistente. Fra l’altro, il fatto che frequentai il seminario e non presi i voti, fu, per parecchia gente compaesana e non, una macchia, quasi alla stessa stregua di un delinquente.
Di positivo, posso dire di aver fruito, almeno, di una buona istruzione didattica ed educativa.

Tornando al collegio, tra i miei compagni c’era anche uno che si chiamava Clarinetti. Questo cognome mi suonava piuttosto strano, trovavo ridicolo che uno potesse chiamarsi come uno strumento musicale. Ma prima di parlare di lui è necessario tirare in ballo un certo don Bic (ovviamente si trattava di un soprannome). Era un uomo molto strano, nei confronti del quale nutrivo un vero e proprio timore. Me lo rivedo davanti agli occhi anche ora. Il suo aspetto mi richiamava quello del gufo. Era piuttosto gobbo. Aveva il naso fortemente adunco e il capo spelacchiato. Ti fissava con uno sguardo e non ti mollava più, insegnava matematica. La prima cosa che fece fu quella di farci scrivere sul quaderno le famose dieci regole. Mi ricordo bene la prima: per scrivere bene occorre un buona penna Bic! Era molto severo, rigido. Controllava meticolosamente i quaderni. Guai se trovava disordine. Un giorno, mentre interrogava un mio compagno, vide che c’erano degli esercizi eseguiti in maniera frettolosa e sciatta. Allora fece aprire la finestra e buttò il quaderno. Lo studente dovette scendere in cortile e riprenderselo. Per punizione dovette rifare da capo tutto il quaderno. Un giorno il malcapitato fui io.
Non mi ricordo bene il motivo.
Fatto sta che si arrabbiò moltissimo.
Nella classe si diffuse un certo malessere.

Suonò la campanella della fine delle lezioni del mattino. Tutti uscimmo per recarci alla refezione. Io scendevo le scale piuttosto mogio. Ed ecco apparire il Clarinetti. Era un tipo piuttosto alto, dalle lunghe articolazioni. Correva. Mi raggiunse, mi superò e mi rimproverò dicendomi con tono canzonatorio:
“Hai fatto arrabbiare il professore!”
Io non me l’aspettavo. E ci rimasi molto male. Il nostro professore di latino si chiamava don De Giorgi. Mi ricordo che ci assegnò come compito la traduzione del “De Bello Gallico” di Cesare dal latino in italiano. Uno degli errori più frequenti e ritenuti molto gravi era quello di tradurre il soggetto in accusativo, e viceversa. Quando ricevetti il foglio della traduzione corretto, vidi una riga segnata in rosso. Da qui partiva una freccia che si congiungeva con uno zero sul bordo superiore (era il voto) con vicino – ca, vale a dire oca! Insomma, c’ero cascato. Logicamente non fui io solo a sbagliare. Durante l’intervallo della refezione fummo chiamati in classe io, il Nino e Severgnini. Il professore ci rimproverò dell’errore, in esso vedeva una certa distrazione, dato che supponeva di averlo spiegato ampiamente. Insomma, era stufo di doverlo sempre correggere. Probabilmente noi eravamo i recidivi. Il mio compaesano, il Nino, non ricordo bene il motivo, si ribellò e rispose in malo modo al richiamo del professore. Allora costui gli si avvicinò e gli spaccò in testa il libro. Io rimasi di stucco di fronte alla sua reazione. Fatto sta che quell’episodio fu decisivo. Nino, l’anno successivo, non tornò più in collegio. Don De Giorgi commise un grosso errore che non aveva nulla di educativo. Per correggerne uno che, stringi-stringi, non aveva quell’importanza – in fin dei conti si trattava di una semplice traduzione – ne commise uno più grave; aveva dimenticato che il suo ruolo primario era quello di educare una persona e che lo studio era in funzione di questo, e non viceversa. Quello del collegio era un ambiente molto chiuso. La cosa principale era lo studio. La cultura classica era ritenuta fondamentale per la formazione di un individuo. Dal collegio usciva la classe dirigente. Mi ricordo di alcuni cognomi appartenenti a famiglie note. C’era uno che è diventato un famoso politico presso il comune di Milano. Da Cassinetta di Lugagnano, di solito, ci portava in collegio a Cuggiono, il papà di Nino con una topolino tutta scassata che, quando pioveva, la pioggia schizzava nell’abitacolo e noi ci divertivamo a seguire gli spruzzi. Il papà di Nino si chiamava Gianni e la mamma Rina. Provenivano da Abbiategrasso, dove avevano già dei terreni. Erano molto ricchi grazie a dei fondi che possedevano ma conducevano una vita, direi, miserabile. In paese non erano ben visti – troppo grande la differenza fra il modo di vivere in paese e il loro. Avevano appioppato loro il nomignolo di mangia pum (mangia mele). Infatti, il papà di Nino, preso com’era dai lavori dei campi, non aveva nemmeno il tempo di sedersi a tavola. Allora, seduto sul trattore, mentre lavorava, si mangiava un mela con un tozzo di pane in mano. Aveva l’abitudine di pulirsi il naso strofinandolo contro il polso come se non volesse perdere tempo. In casa Oleari, questo era il loro cognome, vivevano oltre al signor Gianni e la moglie Rina, uno zio e una zia. Il primo lo chiamavano Pippo, un burlone, che non era capace di stare fermo un minuto – lo vedevo gironzolare in cortile. Amava fare gli scherzi. Un mezzogiorno mi trovavo in cucina, invitati, io e mio padre, a pranzo. Era una domenica. La Giuseppina, un donnone che faceva fatica a muoversi, terminato il pasto, si spaparanzò sul divano con la bocca aperta e russava. Allora Pippo si alzò con ogni precauzione tenendo tra le dita un pezzo di buccia di mandarino e lo infilò nella bocca della malcapitata. Questa si svegliò di soprassalto e sputò subito fuori il pezzo maledicendo il fratello. Tutti si misero a ridere – loro si divertivano così! – senza rendersi conto che avrebbe potuto soffocarla. Come dicevo, il signor Gianni era un gran trafficone. D’inverno, il massimo impegno era costituito nell’andare a prendere col trattore l’erba per le mucche della stalla. Non avendo altro da fare, allora, lui si dedicava ad aggiustare gli attrezzi agricoli che richiedevano riparazioni. Faceva un fracasso infernale: batteva di martello, usava la saldatrice, cambiava ruote e, ogni tanto, quando le cose non andavano per il verso giusto, lui smadonnava a voce alta. E così finiva col disturbare i vicini dato che cominciava a travagliare fin dalle prime luci dell’alba. In primis era mia madre che si lamentava con mio padre perché gli dicesse qualcosa. Ma lui conosceva l’uomo e sapeva che sarebbe stato inutile dirglielo. Quando una volta lo fece, gli rispose con un sorriso.
Come dire:
“Cosa ci vuoi fare? Sono fatto così!”
Il fatto è che non si rendeva conto che a ogni cosa c’è un limite e superarlo può essere pericoloso. Infatti, dato che il vecchio tetto della stalla era in disfacimento, lui si fissò di rifarlo in cemento armato, tutto da solo. Un giorno, mentre stava schiodando le logore travi di legno, poggiò il piede su una di loro per far forza, questa, com’era da aspettarsi, si ruppe e lui rovinò a terra come un peso morto e così pose fine ai suoi giorni.
La notizia della disgrazia si diffuse subito in paese.

Molti scuotevano il capo sussurrando: “Guarda un po’ tu se sono cose da fare!?”.
E avevano ragione.

Comunque, io nutrivo per quest’uomo una specie di ammirazione. Lui salutava tutti ma senza emettere una parola, scambiava il saluto con un gran sorriso a tutto tondo. Era un uomo tozzo, robusto, con una bella pancia e quando salutava sembrava si gonfiasse mentre gli brillavano gli occhi. Tutte le domeniche pomeriggio si recava alla messa. Si lavava. Indossava il vestito buono e si metteva al collo quella che avrebbe dovuto essere una cravatta. In realtà era una specie di fazzoletto che stringeva sotto al colletto della camicia, un po’ come fanno i cowboy. Mi capitava spesso di incontrarlo, sempre allo stesso punto, quando dal portone si metteva sulla strada principale. Mi salutava sempre col suo sorriso, dicendomi:
“Evaristooo!” prolungando le “o”.
Era il suo modo per manifestarmi simpatia. Lui rispettava tutti, non l’ho mai sentito sparlare di qualcuno, sapeva stare sulle sue, era molto taciturno e riservato. Per vivere gli bastava la sua filosofia, quella del lavoro. Insomma, il signor Gianni era un vero Signore, con la “S” maiuscola; sì, perché come andava ripetendo mia mamma: Signori non si nasce ma Signori si diventa. >>

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