> CAPITOLO 5 < THE BEAUTY OF DEATH

The Beauty of death – Chapter 5

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TERZA LETTERA – IL MIO LAVORO DI MAESTRO (PRIMA PARTE)

Non terminai l’università e pertanto non divenni avvocato piuttosto che dottore, come avrebbe desiderato mia madre, ma riuscii a diventare maestro delle scuole elementari. Cominciai a lavorare con le supplenze come quasi tutti i maestri alle prime armi. Superato il concorso, la prima sede che mi fu assegnata era quella di Valleambrosia, vicino a Rozzano. Erano circa trenta chilometri da Corbetta, ma il lavoro da maestro mi piaceva e appassionava molto e pertanto il viaggio non mi pesava. Insegnavo in una quinta composta da 37 scolari. Allora ero già sposato e avevo un auto “Mini” blu. Viaggiavo sulle strade sempre intasate dal traffico, negli orari di punta, la mattina presto e la sera verso il tramonto. Il caos cominciava a Binasco dove c’era un casello dell’autostrada che finiva con una tangenziale che portava fino a Milano. Quando era inverno, se nevicava, era un disastro. Il continuo passaggio dei mezzi riduceva il manto della strada a un pista di ghiaccio. Allora il bordo della strada era disseminata di camion messi per traverso. Per cui finivo col raggiungere la scuola in ritardo. Lo stesso accadeva quando tornavo. Mi ricordo che, appena arrivavo a casa, mi sedevo sul divano e mi addormentavo, mentre Lorenza dava ripetizioni agli scolari in difficoltà, e ne aveva tanti. Anche Lorenza aveva studiato per diventare maestra, ma decidemmo, di comune accordo, che lei non avrebbe richiesto una cattedra fissa. Si sarebbe accontentata di fare supplenza, nella scuola elementare di Corbetta e appunto, anche dare lezioni private. Così poteva seguire i lavori domestici della nostra abitazione e qualora avessimo avuto un figlio, avrebbe potuto seguirlo per bene. Inoltre, non avevamo particolari problemi economici, in quanto abitavamo nello stabile di proprietà dei suoi genitori. 

La scuola di Valleambrosia era un edificio nuovo e dipendeva dalla Direzione che era a Rozzano, a pochi chilometri di distanza. È qui che iniziai ad avere una classe tutta mia e di cui ero il responsabile. Essendo alle prime armi non mi era facile tenere la classe anche perché era alquanto numerosa. Siamo nel periodo delle emigrazioni e Rozzano era, praticamente, la sede delle famiglie che venivano dal sud. Gli scolari nativi erano in minoranza. Ogni tanto, siccome la scuola era stata costruita secondo i canoni moderni, aveva le finestre ampie e basse con un giardino davanti a ogni classe, cui si accedeva direttamente da una porta, e che, in teoria, avrebbe potuto essere coltivato. Ebbene, mi capitò di vedere degli scolari che scappavano per i campi, dato che era facile: bastava aprire la porta. In classe avevo scolari che avevano grosse difficoltà non solo per quanto riguardava l’apprendimento ma soprattutto per questioni di tipo educativo, nel senso generale del termine. C’era un morettino che si mostrava svogliato, completamente disinteressato. Cominciai a preoccuparmi fin quando non decisi di parlargli per capire cosa gli stesse succedendo. E lui mi confessò che stava male a causa delle separazione dei genitori. Erano gli anni in cui le famiglie cominciavano a disgregarsi, fine anni sessanta e primi anni settanta. Logicamente, i primi ad andare di mezzo erano i figli. L’altro di cui mi ricordo era un bambino dai capelli folti e ricciuti, e dagli occhi azzurri. Suo padre per punirlo lo metteva sul balcone nudo, almeno, così mi aveva raccontato. Allora l’orario scolastico era quello tradizionale. Mattino scuola. A mezzogiorno, i bambini andavano a casa per il pranzo. Alle quattordici cominciava il doposcuola. Io mi portavo da casa la schisceta (la gavetta) per il pranzo. Mi mettevo alla cattedra e mentre mangiavo sentivo alla radio Alto gradimento, la trasmissione di Arbore e Boncompagni che, attraverso i vari personaggi e stratagemmi, riuscivano ad intrattenere un pubblico vasto. Al termine del pasto uscivo a fumarmi una sigaretta. Alcuni scolari rientravano presto. Si fermavano davanti alla scuola e io mi avvicinavo per parlare un po’ con loro. E vedevo che giravano fra loro giornaletti pornografici. C’era uno che era di una simpatia straripante. Aveva un sorriso che lo faceva somigliare a Robert De Niro. Parlare con lui era uno spasso. Era il famoso leader che sa accaparrarsi la fiducia dei compagni. Mi capitò di vedere circolare anche dei coltelli che, ogni tanto, per scherzare, estraeva di tasca fingendo di minacciare i compagni. Era dura insegnare in quella classe e faticavo ad attirare la loro attenzione. Allora, per interessarli, un giorno decisi di costruire un vulcano fatto con la tela imbevuta di gesso, al centro del quale avevo messo della polvere. L’esperimento funzionò ma non fece in tempo a uscire il primo fumo dal cratere che anche tutta la classe sembrò che s’incendiasse. Gli scolari crearono un gran caos pensando che il loro maestro era una pazzo, perché faceva cose che mai e poi mai si sarebbero immaginati. Per fortuna c’era il bidello, anche lui di nome Evaristo: un omone grande, giovane e bonario, di forte simpatia. Fu lui che mi diede una mano a calmare gli scolari. Il suo intervento fu molto efficace e, pian piano, tutto rientrò nella normalità. Per fortuna eravamo alla fine della giornata. Quasi subito suonò la campanella e tutti se ne andarono. Tra il bidello e me si stabilii un rapporto d’amicizia. E fu lui per primo a mettersi a ridere del vulcano e a farlo scomparire. Però, confidenzialmente, mi disse: 

<<Cosa t’è venuto in mente di fare?!>>. E fu così che il mio tentativo di cambiamento fallì e ripresi a insegnare secondo la prassi corrente, anche se sentivo dentro di me che era necessario cambiare. Così come si faceva non funzionava. E, fatta eccezione per alcuni, la maggior parte degli scolari si disinteressava, e, per farli stare attenti, era necessario richiamarli ripetutamente. Alla fine qualcosa restava ma il raccolto era alquanto scarso. Fatto sta che per un bel po’ basta vulcani! Nel 1973 chiesi il trasferimento e lo ottenni a Moncucco di Vernate, sotto al Circolo di Binasco, dove rimasi per 35 anni. La distanza chilometrica da Corbetta era sempre di circa trenta chilometri. Mi fu assegnata una classe quinta numerosa. Avevo a che fare con dei bambini di paese. C’era anche qualche ripetente. Mi ricordo che alcune femmine avevano l’abitudine di scambiarsi dei bigliettini. Io lasciavo fare, non trovandovi nulla di male. Ma per i genitori non fu così. E, praticamente, finivano col dire che io ero il responsabile e che sbagliavo a permetterlo. Allora decisi di non farci caso. Non volevo dare corda a questi pettegolezzi, anche perché, se io mi fossi comportato diversamente, non avrei fatto altro che gonfiare il fatto; allora sì che la faccenda si sarebbe trascinata all’infinito. Infatti la faccenda come prese inizio così finì. 

Avevo a che fare con una classe disomogenea per cui i miei interventi avrebbero dovuto essere individualizzati. A dire il vero, non sapevo proprio cosa avrei potuto fare. Allora decisi di agire sull’apprendimento cercando di stuzzicare il loro interesse. Per poter entrare di ruolo, dopo due anni di insegnamento in una classe, si doveva affrontare la visita di un Ispettore mandato dal Provveditorato di Milano.  Sapevo che a Bubbiano c’era una fabbrica di gesso. Andai a farle visita e, parlando con uno dei responsabili, riuscii a ottenere dei tableau di gesso che servivano per costruire i prefabbricati. Ne caricai un po’ sulla macchina e li portai a scuola, sistemandoli sotto a un portichetto che c’era nel cortile della scuola. Un giorno scesi con i bambini e li mostrai loro, spiegando che avrebbero dovuto scolpirli. La loro felicità fu incontenibile ma, molti, quasi tutti, fraintesero lo scopo, pensando che il maestro li avrebbe fatti divertire e che, da quel momento, cominciava la pacchia. Tornati in classe spiegai loro, per bene, che quello che li attendeva era un lavoro che, alla fine sarebbe stato valutato, in base all’impegno e al risultato. E li informai che sarebbe venuto un signore (l’Ispettore) a vedere i risultati e che costui avrebbe dato una specie di voto non solo a loro ma anche a me (quello che per me avrebbe costituito la possibilità di passare di ruolo) per vedere se ero un bravo maestro. Insomma, con questa attività, avrei preso, come si dice, due piccioni con una fava. 

Cominciai con lo spiegare loro che per poter scolpire il gesso, era necessario stendere un progetto (praticamente il disegno di quello che intendevano scolpire). Ognuno fece il suo. Li appesi tutti alla parete e, attraverso una discussione, individuammo i migliori: cinque tableau. Dopo di che costituii dei gruppi di lavoro il più possibile omogenei. Io portai dei grossi chiodi e loro dei martelli. E fu così, che, secondo un calendario prestabilito, periodicamente, scendevamo a lavorare. Ma, senza che me ne rendessi conto, mi creai un acerrimo nemico: il bidello! Sosteneva che andava polvere dappertutto e che lui sarebbe stato costretto a pulire. Mi domandavo cosa, dato che eravamo all’aperto. Fatto sta che ne uscirono dei lavori bellissimi. Finiti, li portai in classe in vista della visita dell’Ispettore. Quando lo ricevetti, grande fu la sua sorpresa e la sua meraviglia, perché mai si sarebbe aspettato di trovarsi di fronte a un maestro, diciamo così, moderno. E si complimentò oltre che con me, anche con i bambini, che compresero che io non ero una che li prendeva in giro, ma, soprattutto, da quel momento, sarei stato degno della loro considerazione…

(FINE PRIMA PARTE)

Angelica, dopo aver letto due lettere, visto che la terza era molto lunga, decise di leggerla in due parti e aiutare la madre a dare l’acqua alle piante in giardino. Il pomeriggio lo dedicò ai compiti delle vacanze e verso le 17 andò a fare shopping con Giovanna al centro commerciale di Vigevano, sempre nella provincia di Pavia. 

Venne sera e cenarono. A tavola la bambina parlò con la madre riguardo le lettere e le confidò che il nonno Evaristo le mancava già molto. 

<<Devi portare pazienza amore mio, al nonno stanno facendo degli esami importanti e come sai bene non ci è possibile fargli visita in Ospedale.>>

La bambina sbuffò leggermente pensando che quella maledetta pandemia non aveva solo mietuto molte vittime, ma aveva colpito, soprattutto, i rapporti e sentimenti fra le persone che si volevano bene. Poi, mangiando il piatto preferito che le aveva preparato la madre: fusilli con lo zafferano e speck, girò lo sguardo verso la TV accesa e sintonizzata, a basso volume, su un canale che stava trasmettendo, in replica, una trasmissione d’intrattenimento. Doveva essere uno spettacolo di divertimento ma la bambina pensò che più che altro, metteva, perlomeno a lei, una grande tristezza. Tristezza perché c’erano uomini e donne che sembravano tutti truccati, pettinati e vestiti con lo stampino. Ad Angelica vennero in mente la Barbie e il Big Jim. Quelle persone belle esteticamente, tutte uguali e artefatte sembravano proprio quei pupazzetti. La bambina scrollò la testa e prima di continuare a mangiare il gustoso piatto di pasta, sorrise alla madre che fece altrettanto e molto probabilmente stava pensando l’identica cosa al riguardo.

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