> CAPITOLO 6 < THE BEAUTY OF DEATH

The Beauty of death – Chapter 6

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TERZA LETTERA – IL MIO LAVORO DI MAESTRO (SECONDA E ULTIMA PARTE)

…Un’altra innovazione che suscitò un subbuglio, non solo nei genitori ma un po’ in tutto l’ambiente, fu l’introduzione dei cartelloni, sui quali venivano esposti i lavori di ricerca svolta dai vari gruppi. Questi, essendo grandi, per costruirli, i bambini dovevano mettersi sul pavimento della classe. Ed ecco che mi venne applicata l’etichetta del maestro che fa scrivere per terra: uno scandalo! Quell’anno di insegnamento fu il periodo in cui io cominciai a essere l’oggetto delle critiche e dei commenti dei moncuccatti (gli abitanti di Moncucco). Come si dice: Il paese è piccolo e la gente mormora! E fu così che, da allora, fino alla fine della mia permanenza in paese, si formarono due schieramenti: quelli a me favorevoli, perché capivano che i tempi cambiavano e che era necessario, a partire dalla scuola, un rinnovamento; e quelli sfavorevoli, che non mi potevano vedere – anzi, alcune volte, avevo la netta sensazione che qualcuno avesse finito con l’odiarmi perché venivo a rompere il quieto vivere.

Nel periodo che precedeva il Natale, riuscimmo a scrivere insieme, nientemeno che una favola di Natale, che stampai. Fu praticamente il primo dei giornalini, che, negli a venire, seguirono numerosi. Mi ricordo che, agli esordi, usavamo il limografo, uno strumento alquanto complesso, di cui non sto a spiegare il funzionamento. Mi ricordo che ci fu un periodo che utilizzammo una vera e propria stamperia. Essa richiedeva una procedura molto complessa che richiedeva molta fatica e tanto tempo – anche se da un punto di vista formativo era l’ideale. Alla fine subentrò l’uso del ciclostile mentre, ora, ci si serve della fotocopiatrice. La seconda, dal valore sperimentale e scientifico, dato che abbiamo dovuto studiare scienze per avere le informazioni necessarie alla sua costruzione, riguardava la mongolfiera. Facemmo di tutto – gli alunni all’idea di poterla farla volare, liberandola nel cielo, era il massimo – ma il tentativo fu un fallimento. Questa volta avevo voluto esagerare non facendo conto delle difficoltĂ  che presentava. Insomma, pretesi troppo non facendo i conti con la realtĂ  e con le mie capacitĂ . Ma, siccome tutto quello che si fa, serve – anche gli errori costituiscono, da un punto di vista dell’apprendimento, un insegnamento – sia io che io bambini comprendemmo il senso del limite e che, quando si intraprende qualcosa, bisogna mettere in conto che non è detto che ci si riesca. L’importante è capire i motivi.

Dalla quinta passai a insegnare in una classe prima, come avviene al termine di un intero ciclo, nel corso si portano i bambini dalla prima alla quinta. Oramai ero convinto che per poter insegnare alle nuove generazioni occorresse una buona preparazione per quanto riguardava l’insegnamento disciplinare. Allora mi misi a studiare e compresi che non si poteva piĂą seguire i vecchi metodi. E fu che così mi diedi all’insegnamento della lingua italiana non piĂą seguendo il metodo fono-sillabico bensì quello globale, di servirmi dell’insiemistica come supporto per l’aritmetica, di adottare il metodo storico-geografico-scientifico per le altre discipline e di affiancare alla l’educazione motoria la psicomotricitĂ , seguendo un corso di specializzazione che mi rilasciò un Diploma. Insomma procurai un tal cambiamento che lasciò perplesso i genitori, la maggior parte dei quali si dimostrò refrattaria mentre solo alcuni, pochi, mi mostrarono fiducia. A dire la veritĂ , col senno di poi, devo riconoscere che il rinnovamento cui miravo era esagerato. Non tenni conto della situazione in cui operavo. Moncucco, allora, era un piccolo paesino dove la popolazione era ancora legata a una visione della vita che, oggi, definiremmo all’antica. Era come se avessi lanciato una bomba che destabilizzò un po’ tutti. Per far capire il tipo di ambiente in cui mi trovavo a lavorare, devo dire che, fino a qualche anno prima, alcuni tenevano ancora le rane in casa sotto un mucchio di terra che andavano a vendere a Milano. C’era anche una trattoria chiamata La ca’ di ran (La casa delle rane), dove venivano a mangiare personaggi anche famosi, soprattutto calciatori. Moncucco era famosa proprio per questo. Fatto sta che il mio modo di insegnare non era ben visto anche dalla maggior parte delle colleghe. Una volta partecipai a una riunione del Patronato Scolastico che era formato dal sacerdote, da alcuni genitori e dagli insegnanti, elementari, di cui ero un rappresentante, e medie. E fu proprio una professoressa, delle medie col sostegno del sacerdote, che avanzò qualche obiezione. Praticamente mi invitavano a rinunciare a quel cambiamento così repentino. Ma io, convinto che, quanto mi ero prefissato, fosse piĂą che necessario, mi difesi con un esempio, preso dal lavoro dei campi, in modo che tutti potessero capire. “Una volta – dissi – il fieno veniva trasportato dai campi trascinato da animali, oggi, invece, si usano i trattori.”
Nessuno seppe piĂą cosa rispondermi.

Nonostante tutto, da quelle prime classi in poi, non smisi mai di proseguire in quello che credevo, però avevo imparato a dire sempre quello che pensavo anche quando poteva creare contrasto.

Tengo nel cuore anche momenti belli ed emozionanti. Mi ricordo quando recitai a memoria, ai miei alunni, la prima strofa di una poesia, intitolata “Alla Natura”, di Holderlin, il poeta romantico per definizione:

Quando ancora giocavo col tuo velo
e in te mi radicavo come un fiore,
e sentivo il tuo cuore in ogni suono
battere delicato come il mio,
ed ero come te ricco di fede
e di richiami – guardavo la tua immagine,
trovavo ancora un luogo per le mie lacrime,
ancora un mondo per il mio amor…

Mentre la recitavo, li osservavo, e attraverso i loro sguardi, ebbi modo di constatare una grande serenitĂ  nei loro occhi. Bastava il suono delle parole per creare una certa atmosfera e in loro una profonda serenitĂ . Aggiunsi, poi, le necessarie spiegazioni per vedere di renderli ancora piĂą partecipi. Dissi loro che il poeta, in questi versi, si sentiva amato dalla natura come fosse una madre:

“… e in te mi radicavo come un fiore, e sentivo il tuo cuore…battere delicato come il mio…”

Quale modo migliore per incominciare le lezioni. Compresi che non era opportuno buttarsi subito a spiegare, presi dall’ansia di sviluppare il programma. Per cui non c’era giorno che io prendessi a parlare senza trovare il modo di coinvolgerli suscitando il loro interesse. Per motivarli mi servivo di varie strategie – non c’era solo la poesia. Io ero consapevole che non potevano mettersi subito ad ascoltarmi, solo perchĂ© parlava il maestro! Avevano bisogno di essere introdotti all’ascolto. Uno dei piĂą grossi problemi era quello di suscitare la loro attenzione e portarli, gradualmente, all’interno della situazione di apprendimento, facendo loro capire che, senza la loro partecipazione, non potevano imparare e che si rischiava di perdere soltanto del tempo. Mi ricordo, fra gli altri, di alcuni esempi. Una volta mi misi alla lavagna e, col pennarello, tracciai un puntino rosso nel bel mezzo – la lavagna era bianca. Non c’è come il disegno se si vuole attirare la loro attenzione. Si può prendere lo spunto anche da uno scarabocchio. Comunque, quella volta, sono partito da un semplice punto. Tutti gli sguardi furono puntati su di lui. Allora io cominciai a spiegare che noi uomini – e, nello specifico loro – crediamo di essere chissĂ  cosa. Il punto sulla lavagna non era che poca cosa rispetto alla grandezza della lavagna, e che la stessa faceva parte di uno spazio ancora piĂą grosso, la classe; e che la classe faceva parte della scuola, la scuola del paese, il paese della Lombardia, questa dell’Italia e poi dell’Europa, l’Europa della Terra, la Terra dell’Universo, e l’Universo dello Spazio Infinito che forma tutto il Mondo. Mentre così argomentavo, mi resi conto che in classe non si sentiva volare una mosca. Qualcuno potrebbe sostenere che non stavo facendo altro che perdere tempo e che avrei dovuto cominciare a spiegare senza fare tante storie. Ma non è affatto così. I bambini compresero quanto l’essere umano fosse piccolo, di fronte all’immensitĂ , da aver bisogno di tutto quello che lo circonda, che lui deve conoscere. Per questo venivano a scuola per diventare piĂą grandi e non per scaldare i banchi. Questo esempio può avere diverse applicazioni e sfumature. Io esposi la piĂą semplice e immediata. Un’altra volta, sempre servendomi della lavagna e del disegno, tracciai un grosso tunnel che pitturai tutto di nero lasciando, in fondo, uno spiraglio, un cerchietto bianco. Questa volta fui spinto da una motivazione che aveva un sua ragione profonda. Un giorno, mentre stavo spiegando geografia, ebbi modo di constatare che, mentre la maggior parte mi seguiva, alcuni manifestavano disattenzione e disturbavano, e non capivo il perchĂ©. Mi domandai in cosa stessi sbagliando. Spesso capita di porsi un obiettivo e che, per poterlo fare raggiungere, si adottano diverse strategie. Ma vedevo che la comunicazione non circolava, che diversi erano distratti e che rischiavo di parlare da solo. Allora, mentre insegnavo, prendevo appunti per poter rendermi conto del percorso che stavo compiendo. Decisi di cambiare strada pur di andare loro incontro – non bisogna mai fissarsi su quello che si pensa di ottenere ma è necessario sempre adattarsi alla situazione, che pone vincoli e condizionamenti. Sapevo che l’attenzione dei ragazzi, a volte, può sembrare al massimo e tu sei convinto di aver tenuto una lezione meravigliosa, salvo, poi, renderti conto che era tutto fumo e niente arrosto. Un giorno, sorpresi uno scolaro che stava rovistando sotto al banco. Vidi che estrasse un foglio che mostrava al vicino, il quale, faceva, a sua volta, la stessa cosa. Stavo per richiamarli quando mi resi conto che avevano un volto triste, adombrato da qualche preoccupazione. Allora intervenni subito con una certa delicatezza – a sgridare si ottiene, spesso, l’esatto contrario – e chiesi loro cosa stessero facendo. Sul momento si erano impauriti e avevano vissuto il mio richiamo come un rimprovero. Finalmente riuscii a capire, quando uno di loro mi mostrò il suo foglio che portava un brutto voto. Allora anche l’altro fece la stessa cosa. Mi resi subito conto che, siccome il voto doveva essere controfirmato dai genitori, avevano paura dei rimproveri. Decisi di non proseguire la lezione e mi misi a spiegare il significato del voto – il che era utile a tutti dato che a tutti poteva capitare di riceverne uno brutto. I motivi potevano essere diversi. Allora, mi limitai a spiegare che il voto non voleva dire che uno è bravo o cattivo, secondo un’accezione moralistica, per cui loro finivano col sentirsi in colpa. Che si trattasse di un numero, di una lettera e di un giudizio scritto, il voto era solo un indicatore, un segnale di cui il maestro si serviva per far capire a loro a che punto fossero nell’apprendimento. Ragion per cui uno doveva chiedersi il perchĂ© e cercare di migliorarsi prestando attenzione e alzando la mano quando non capivano qualcosa. E tuttavia la mia spiegazione non sarebbe servita a nulla se i primi a essere consapevoli non erano i genitori. Però sentivo dentro di me che mancava un qualcosa nel mio intervento. E compresi che il problema di fondo era costituito dalla paura, che proviene dal senso di colpa, che lascia l’individuo tutto solo. Allora, ecco riemergere l’immagine del tunnel. Dissi loro che per imparare bisognava attraversare una specie di territorio buio in cui uno si sente tutto solo ma che c’era il maestro che li accompagnava. La cosa da imparare era come un tunnel in cui bisognava entrare, anche se uno non ne aveva voglia, per cui ci si doveva impegnare. All’inizio tutto, sembrava buio ma piĂą si andava avanti e piĂą si capivano le cose, ma che non era possibile fermarsi e che si doveva andare fino in fondo. Quando si cominciava a vedere la luce (il cerchietto bianco del tunnel), voleva dire che avevano imparato quello che il maestro aveva stabilito. Dissi anche loro che in questo modo si diventava coraggiosi e che, la prossima volta, non avrebbero piĂą avuto così tanto bisogno della guida del maestro e che, col tempo, sarebbero riusciti a studiare da soli.

Al termine di questa lunga galoppata, non posso evitare di esporre una riflessione che mi viene da Rousseau, per quel che riguarda il mestiere dell’insegnante. Scriveva nella prefazione del suo famoso trattato pedagogico l’”Emilio”:

Insegnare è un’arte e non sempre s’indovina.

Ha detto una grande verità di cui mi servivo per consolarmi quando c’era qualcosa che non andava, grazie alla quale, ero subito pronto a ricominciare. Io non mi sono mai sentito un mestierante e ho fatto di tutto per non diventarlo.

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