> CAPITOLO 7 < THE BEAUTY OF DEATH

The Beauty of death – Chapter 7

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QUINTA LETTERA – LA NASCITA DI GIOVANNA

Giovanna venne al mondo dopo un po’ di anni che io e Lorenza fummo sposati. Nacque quando mia moglie aveva l’età di quarantuno anni. Cercavamo un figlio, già dalla luna di miele a Venezia, ma non arrivava nei mesi e poi negli anni a seguire. Ci eravamo quindi persuasi che se Lorenza non fosse rimasta incinta, non ne avremmo fatto un dramma perché il nostro proposito era quello di non insistere, il bambino doveva venire in modo naturale. Così, quando sembrava che ormai il nostro destino fosse quello di non avere figli, concepimmo Giovanna. Io, al contrario della mia amata Lorenza, ero credente ma non praticante. La causa del mio comportamento cristiano, non propriamente coerente con i canonici dettami della religione cattolica, fu sicuramente l’obbligo di dover frequentare il seminario, che poi infatti abbandonai. Quando però venni a sapere da mia moglie, che aveva pregato almeno due giorni alla settimana, per dieci anni alla Madonna dei Miracoli di Corbetta, affinché rimanesse incinta, rimasi veramente colpito e ricominciai ad avvicinarmi, con più convinzione, alla fede cristiana.

Il giorno del parto fu rocambolesco.

Giovanna doveva nascere a fine luglio ma decise di uscire dal grembo materno quindici giorni prima. Fortunatamente ero a casa, perché era il periodo delle vacanze scolastiche estive. Era un pomeriggio, ma sfortunatamente avevo portato la mia auto “Innocenti Mini” dal meccanico per un guasto al motore. Sfortunatamente perché Lorenza cominciò ad avere delle leggere contrazioni al basso ventre, che diventarono fastidiose e poi, improvvisamente, dolorose e pertanto capimmo subito che erano già delle doglie pre-parto e dovendo portarla subito in ospedale non avevo l’auto a disposizione. Mia suocera Giuseppina, vedova da cinque anni, che abitava nell’appartamento vicino al nostro, nello stesso casolare, sentendo le urla di mia moglie, arrivò subito a casa nostra e anziché dare manforte a Lorenza peggiorò la situazione, agitandola ancora di più.
Eravamo completamente impreparati e non avendo ancora il telefono fisso per chiamare un soccorso, uscii subito di casa e corsi come un forsennato da un cugino scapolo di mia moglie, automunito, che abitava a circa mezzo chilometro di distanza da noi. Ma quando arrivai davanti al cancello d’ingresso del parente di Lorenza e pigiai il tasto del citofono di Luigi Montonati, più volte, venni quasi colto da un malore per il panico, perché non rispondeva nessuno. Grazie al cielo, poi egli arrivò quasi subito, a piedi, con un sacchetto di pane in mano, che non appena apprese la notizia, lo gettò sull’erba del giardino di casa sua. Ma non appena fummo sulla sua vecchia “Prinz” non ci fu verso di farla partire. Così Luigi scese dall’auto e mi invitò a seguirlo nel box dove inforcò il suo, fortunatamente nuovo, ciclomotore “Piaggio” che era dotato di un grande sellino su cui mi accomodai anch’io sopra, dietro di lui.
Arrivammo da Lorenza a tutto gas, per quanto potesse andare forte il motorino “cinquantino”. Nonostante la situazione disperata di allora, sorrido ancora oggi, al pensiero che io e Luigi dondolavamo sul sellino in sincronia, avanti e indietro, convinti che il ciclomotore andasse più veloce. Comunque affidai mia moglie a suo cugino che l’accompagnò nell’ospedale vicino di Magenta. Poi, io e la Giuseppina trovammo un passaggio in auto da un vicino di casa che stava tornando dal lavoro e raggiungemmo la nostra amata Lorenza in ospedale. Menomale che il travaglio di mia moglie non fu molto lungo e il quattordici luglio dell’anno 1974 nacque Giovanna. Era bellissima e accadde quello che non mi sarei mai aspettato: mia suocera “Pinin” dichiarò, ai pochi parenti che vennero a vedere la nostra creatura, che assomigliava tutta a me. Ma si sbagliò completamente perché, Giovanna, crescendo, era la fotocopia di sua madre Lorenza. Comunque la cosa mi fece molto piacere perché, in fondo in fondo, evidentemente, entrai finalmente nelle grazie di mia suocera.

SESTA LETTERA – LA PERDITA DELLA MIA AMATA LORENZA E IL MIO RICOVERO PER DEPRESSIONE
(PRIMA PARTE)

Accadde all’improvviso, la mia amata Lorenza morì per una leucemia fulminante a soli cinquantanove anni. Mia figlia Giovanna aveva da poco raggiunto la maggiore età. Sembrò quasi che il triste destino, che si portò via mia moglie dalla vita terrena, avesse avuto almeno un briciolo di magnanimità, nel farle provare quell’ultimo scorcio di felicità. Accadde tutto in pochi giorni. I medici non fecero nemmeno in tempo a prescrivere una chemioterapia. Mia moglie ebbe, all’inizio, un’emorragia gengivale e da qualche giorno si sentiva parecchio stanca, finché accusò un capogiro e cadde in bagno. Vidi che riportava sul corpo parecchi ematomi e la feci ricoverare d’urgenza all’ospedale. Fecero gli esami del sangue e appurarono che i valori erano completamente sballati. I medici ci misero poco a diagnosticare la leucemia.

Inizialmente sembrava curabile:

quindici giorni di ricovero ospedaliero e successivamente qualche mese di chemio e cura nel proprio domicilio. Così, in circa due anni sarebbe tutto finito, la malattia sarebbe stata solo una brutta esperienza da dimenticare, ma inesorabilmente, la leucemia si manifestò come fulminante. Mia moglie morì dopo soli quattro giorni dal ricovero. Prima di abbandonare per sempre il mondo, stando sdraiata sul letto, con la testa appoggiata su due cuscini, mi chiese teneramente e con un lieve sorriso, di avvicinarsi con il mio orecchio alla sua bocca che emise poche flebili parole:
<<Promettimi Evaristo che andrai a pregare, almeno una volta alla settimana, alla Madonna dei Miracoli per nostra figlia Giovanna ma anche per tutti i bambini orfani del mondo…>>
Io annuii con la testa e non riuscii a trattenere delle copiose lacrime, che scesero dai miei occhi direttamente sul lenzuolo del letto.
Naturalmente mantenni la promessa e da allora vado anche due volte alla settimana a pregare nel santuario. Ma venni colpito, mio malgrado, da una forte depressione che mi costrinse addirittura al ricovero. La perdita della mia amata Lorenza fu molto greve.

Venni ricoverato in una casa di riposo di Corbetta, dove erano anche specializzati nella cura dei malati di depressione per gravi lutti familiari. Era il mese di dicembre e il primo giorno entrai di pomeriggio, intorno alle quindici. Una volta che sistemai il mio guardaroba nella camera, mi cambiai e mi sedetti nella sala TV, passarono davanti a me due animatrici, sorridenti che mi salutarono. Avevano in mano pennarelli e fogli e mi chiesero di seguirle in una sala attigua. C’erano già delle persone sedute di varia età, perlopiù anziane che erano indaffarate a disegnare e scrivere su dei fogli. Mi fecero accomodare e mi diedero dei biglietti di Natale da colorare, che sarebbero stati venduti per raccogliere un fondo per la Croce Azzurra.
Ciò che più mi destò particolare interesse, non era tanto quello che si faceva – per me si trattava di un semplice passatempo – quanto, piuttosto, la conoscenza che avrei potuto acquisire e cioè, di un mondo a me, fino a quel momento sconosciuto: quello degli anziani e di coloro che soffrono. Un mondo di cui, se uno non ne fa esperienza, non potrà mai capire.
Pensai che la vita era proprio come una ruota. Per un po’, fin quando sale, ci guardiamo attorno e, dall’alto, tutto sembra scontato. Poi, quando meno te l’aspetti, ti trovi coinvolto in una rapida discesa e in un attimo tocchi il fondo. Finalmente metti i piedi a terra, ti gira un po’ la testa, poi passa. Ma quello che cambia è il punto di vista. Lo sguardo si fa orizzontale. Riprendi a camminare e cominci a renderti conto quanto, vivendo gomito a gomito cogli ospiti, fossero grandi le illusioni che riempivano la testa di un uomo. Col senno di poi, – anche se io lo sapevo fin da giovane – purtroppo, mi rendevo conto di quanto fossero mai vere le considerazioni che andavo facendo, anche se a volte, è troppo tardi, e che a fregarti è la vita stessa. O muori o, prima o poi, sarai costretto a fare i conti con la realtà.

A portarmi nella casa di riposo era stata la depressione. Allora, per consolarmi e convincermi, finsi di essere come un investigatore che s’era intrufolato nell’ambiente con lo scopo di appuntare e descrivere tutto quello che vi accadeva. Quello che frequentavo era tutto un mondo particolare. La prima osservazione che mi venne da annotare riguardava tutti coloro che passavano davanti alla Casa. Buttavano un’occhiata verso la struttura e se ne andavano come se nulla fosse. Del resto il primo a comportarsi così ero stato proprio io. Quante volte ero passato davanti alla Casa di Riposo in bicicletta. Le davo una sbirciatina e poi giravo altrove la testa dicendomi:
“Io qui non verrò mai!”
Quindi, una vota ricoverato, pensai subito che, per poter viverci dignitosamente, dovevo assolutamente socializzare con gli altri ospiti, che si trovavano più o meno nelle mie stesse condizioni.

Cominciai da Giovanni, un uomo d’una gentilezza squisita. Trasmetteva un senso di remissione e accettava la sua condizione senza lamentarsene. Come lui ce n’erano molti, donne e uomini che, per lo più, passavano il giorno a sonnecchiare. Altri se ne stavano seduti per ore, lo sguardo fisso nel vuoto. Mi misi a osservarli come se volessi indovinare ciò che passava effettivamente per la loro testa.
Parlai con la maggior parte degli ospiti e, più parlavo, più entravo in contatto con un mondo sommerso che ogni essere umano ha dentro di sé, del quale difficilmente si può sapere qualcosa. Ritenevo indispensabile, almeno una volta al giorno, fermarmi per scambiare esperienze, opinioni, per confortarsi e magari, liberarsi da ciò che ci assilla e quindi rincuorarsi a vicenda.
A volte passavo del buon tempo a scrivere nella sala di lettura, immerso nel silenzio. Ma, poteva succedere di sentire dei rumori, voci confuse, parole pronunciate che provenivano dalle varie televisioni accese che, per la maggior parte, nessuno guardava. Quasi tutti gli ospiti se ne stavano seduti e aspettavano di far merenda. Se non ci fossero state le animatrici che pianificavano i giochi e le attività da svolgere, di vario genere, la maggior parte si sarebbero addormentati.

Nella Casa vivevano due ospiti di nome Giuseppe. Uno se ne stava, praticamente tutto il giorno, seduto presso il suo tavolino che si trovava in un angolo della sala da pranzo, volgendo le spalle agli altri. Mi colpiva il suo cappellino giallo che, di tanto in tanto, teneva in testa. Passava la giornata a canticchiare un insieme di canzoni, di cui non era facile indovinare il senso; lo faceva a occhi chiusi con voce rauca. Di tanto in tanto si fermava. Poi riprendeva. A volte gorgheggiava, altre volte mugugnava. A volte le sue canzoni assumevano un tono così triste che pareva una lagna che ti prendeva il cuore. Somigliavano alle nenie degli antichi cantori che esprimevano lamenti durante le cerimonie funebri. Poi d’improvviso si fermava e subentrava un profondo silenzio. Girava un po’ dappertutto. Il movimento, però, che gli vedevo compiere più frequentemente era quando passava dal tavolino al bar per chiedere acqua, spingendosi con i due piedi. Ad esempio, durante l’ora di pranzo, s’era staccato dal suo tavolo, si era messo in mezzo alla sala dondolandosi, avanti e indietro. Poi prese a urlare con una certa rabbia. M’era sembrato di sentire degli improperi verso non si sa chi. Allora s’alzò una voce per farlo smettere:

“Tas! (Taci!) Giuseppe. Mangia!”

Lui si bloccò. Guardò fisso nel vuoto. Poi tornò al tavolo come un cagnolino che rientra nella cuccia dopo essere stato sgridato dal padrone. Il secondo Giuseppe, appena arrivava la mattina, lo trovavo seduto a un tavolino del bar mentre, anche lui, canticchiava canzoni del passato e batteva ripetutamente la mano sull’angolo del tavolo mentre mi squadrava da capo a piedi. Io mi sentii un po’ imbarazzato e mi domandavo cosa potesse pensare. Sulle prime mi sentivo urtato e lo ritenevo un rompiscatole. Poi, col tempo, imparai a conoscerlo. Era semi-paralizzato eppure sapeva cavarsela egregiamente nei movimenti. C’è un detto: “Cuor contento il ciel l’aiuta”. Era il suo caso. Parlava molto, con tono ironico e canzonatorio. Scherzava soprattutto con le inservienti e ad alcune delle ospiti, che lo conoscevano molto bene, faceva loro dei complimenti, a volte anche imbarazzanti, che sapevano accettare anche se, quando esagerava, lo invitavano a starsene un po’ zitto una buona volta. Ma lui continuava. Faceva un sorrisetto sornione, poi riprendeva, come se nulla fosse. Era il suo carattere e quando parlava non aveva peli sulla lingua. Però, lui non si offendeva mai. Quando era l’ora di pranzo era il primo a prendere posto e, mentre aspettava che lo servissero, riprendeva a battere il pugno sul tavolo ritmicamente, sempre canticchiando. Era un tipo molto furbo. E, senza che uno se ne potesse rendere conto, controllava tutta la situazione, puntando quegli occhietti furbi, che non stavano mai fermi, dovunque. Non gli sfuggiva niente. Spesso le due animatrici lo invitavano a colorare i biglietti per il Natale. Ma lui non ne aveva voglia. Diceva di aver lavorato fin troppo nella sua vita e sentiva il bisogno di starsene tranquillo. Mi chiesi come facesse a trascorrere una giornata dopo l’altra con questo andazzo. Eppure lui era felice così.

Una mattina, il sole splendeva come fosse primavera. Fuori, però, faceva freddo. Non sapendo che fare, chiesi all’infermiera il permesso di uscire in giardino. Indossai il giaccone e quando fui all’aperto, notai che, naturalmente, quasi tutti gli alberi avevano perso le foglie. D’un tratto venni colpito da un raggio di sole che m’abbagliò. Portai subito la mano alla fronte per proteggermi. Socchiusi gli occhi e, quando li aprii, vidi davanti a me una macchia scura. Gironzolai per le stradine del giardino. Sbirciai qua e là e osservai come l’autunno seguisse il suo ritmo, agendo sulla natura che ne subiva l’influsso. Dopo un po’ decisi di rientrare. Aprii la porta e mi girai per dare un’ultima occhiata. Ma ecco che, lontana – non l’avevo notata prima – in fondo all’edificio, una signora stava seduta comodamente su una panchina, in fondo, vicino alla pianta di magnolia, illuminata dal sole. Incuriosito, allora, ritornai sui miei passi per cercarmi un posto da dove potessi osservarla. Non lontana, trovai una panchina su cui mi sistemai. L’aria era tersa e ne restai catturato. Più fissavo la signora e più mi rendevo conto che, attraverso il suo atteggiamento, era come se mi volesse parlare:

“Sii remissivo. Oramai è tutto scritto. Tu non ci puoi fare proprio niente. Fai come me, piega la testa, accetta la tua condizione e sii sereno. Vedi – tu lo sai – la gente non capisce. È molto strana. Prima ti consola e, poi, magari, con gli amici va a ridere di te. Sì, perché gli uomini sono fatti così. La vita non si può cambiare, anzi, è lei che cambia te. Alla tua età dovresti avere imparato che non siamo tutti uguali. Dagli altri non puoi aspettarti più di tanto. Credono che la vita sia fondata sulla realtà. In realtà, la vita è un sogno. Ma la maggior parte non se ne rende conto. Per alcuni, poi, la vita è semplicemente una farsa. Quante costruzioni che si fanno, che, di per sé, non hanno alcun fondamento! Ma gli uomini hanno bisogno di sognare. Tu devi stare dalla parte degli umili e di quelli che soffrono trattandoli con amorevolezza.”

A un tratto, era come se si fosse rotto un incantesimo, da lontano sentii provenire una voce che mi chiamava. Era quella dell’infermiera:
<<Evaristo che fai? Dormi ancora? Forza, svegliati! È quasi ora di pranzo.>>
<<Ora di pranzo?>> risposi. Alzai la testa e vidi in cielo la luna bianca, pallida, col suo faccione attonito, illuminata dal sole che risplendeva. Mi sentii piuttosto frastornato. Cercai di scuotermi, ero infreddolito, mi alzai e rientrai nello stabile, sentendomi avvolto da un piacevole calore. Gli altri ospiti stavano già tutti a sedere ai tavoli, al proprio posto e così mi accomodai anch’io. Mentre attendevo che mi servissero, ebbi modo di riflettere e mi sovvenne un verso:
“Noi siamo della sostanza di cui son fatti i sogni… scriveva Shakespeare. Sì, perché la vera vita non è altro che un sogno anche se difficilmente si riesce a realizzarlo. Ed è così che avviene ogni giorno… ” (FINE PRIMA PARTE)

Angelica sapeva che la sesta lettera era molto lunga e trattava di un frangente molto delicato della vita di suo nonno. Aveva pertanto intenzione di leggerla attentamente e più volte. Venne notte e a letto, prima di addormentarsi pensò intensamente a Evaristo. Non vedeva l’ora di vederlo.


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