> CAPITOLO 8 < THE BEAUTY OF DEATH

The Beauty of death – Chapter 8

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SESTA LETTERA – LA PERDITA DELLA MIA AMATA LORENZA E IL MIO RICOVERO PER DEPRESSIONE
(SECONDA E ULTIMA PARTE)

… Una mattina, incontrai un signore dai capelli bianchi e occhi azzurrissimi, un nuovo ospite, nella sala TV col quale scambiai quattro chiacchiere. A un certo punto, mi disse:

<<Perché non andiamo un po’ fuori. Tanto qui dentro che altro possiamo fare? C’è anche un bel sole.>>
Io accettai con entusiasmo e uscii insieme a lui, dopo aver chiesto sempre il permesso all’infermiera per entrambi. La donna acconsentì raccomandandoci di coprirci bene e ci fece una battuta:
<<Vedete però di non addormentarvi tutti e due sulla panchina però… >> e ridacchiammo tutti all’unisono varcando la soglia dell’uscita.
Ci sedemmo sulla panchina e stemmo per parecchi secondi senza proferire parola. C’era una grande quiete attorno a noi. L’ospite dai capelli bianchi e occhi azzurrissimi spezzò il silenzio e mi disse:

<<Vorrei raccontarti una storia che non ho mai detto a nessuno. È talmente strana che, a sentirla, a stento ci si crederebbe. Lo faccio perché ho capito che tu sei l’unico che la possa comprendere. Lo capisco del tuo modo di fare. Tu non sei un chiacchierone per questo so che la saprai apprezzare, perché sei un uomo di cuore; lo leggo nei tuoi occhi. Ed ecco la storia:

C’era una volta un antico villaggio che giaceva ai piedi delle colline, all’orizzonte il cielo era azzurro. Un giorno, mentre m’aggiravo per le vie del paese, mi trovai di fronte a una dimora antica. Sotto a un arco dalla struttura sontuosa, retto da colonne dal sapore greco, scorsi una signora. Per l’incanto del suo sguardo, sostai. Ella mi guardò e io rimasi muto. Gli occhi suoi mi scrutarono e ne rimasi abbagliato. Il suo viso era roseo, d’un ovale perfetto. Contornava la sua fronte un ciuffo ricciuto di capelli castani. Il suo capo era velato da un manto che le scendeva, morbido, sulle spalle. Le stava a fronte una fanciulla, inginocchiata, che le teneva teneramente la mano. La donna continuava a fissarmi, come se mi volesse parlare. Presi coraggio e le chiesi:

“Chi sei tu, o mia Bella Signora, che coi tuoi occhi mi catturi lo sguardo?”

Sul momento, non mi rispose ma non staccava mai gli occhi dai miei.

“Orsù, perché non parlate?”
Feci per andarmene, quando fu lei a richiamarmi, dicendomi:
“Non andartene. Piuttosto, mettiti comodo a sedere, ti devo parlare.”
Io rimasi immobile, basito come una statua di sale e non osavo voltarmi.
“Coraggio” – mi disse – “non temere.”
Allora tornai sui miei passi. Scrutai attorno a me per trovare un posto dal quale potessi ascoltarla. C’era, su di un lato, un ammasso di rocce su cui si stendeva un manto erboso. Mi sedetti.
“Tu sei colui che aspettavo. È da molto tempo che volevo parlarti.”
Ci fu un attimo di silenzio. Pensavo chi fosse colei. Andai a frugare nei ricordi ma nessuno riaffiorava che la riguardasse.
“Per il vero, non comprendo come mai vi rivolgete a me, dato che non vi ho mai conosciuta.”
Le rivolsi lo sguardo. Lei continuava a sorridermi. Allora mi prese una forte commozione. Dovetti trattenere le lacrime mentre chinavo il capo.
“Mio Dio – mi chiesi – che succede?”
Tornai a guardarla. Come era bella! Aveva gli occhi a mandorla, scuri. Il naso dava simmetria al suo volto. Le guance erano come due petali di rose. Dalle sue labbra sottili emanava un sorriso quasi ironico. Il mento chiudeva il volto, che lo delineava sopra un collo che esaltava la perfezione del suo viso. Più la guardavo e più la sentivo vicina.
“Perché continui a guardarmi? Sappi che io per te non sono affatto un’estranea.”
“Allora, dimmi, ti prego, chi sei?”
Oramai il cielo andava oscurandosi. Senza che me l’aspettassi, si alzò e se ne andò, dicendomi:
“A domani.”
E scomparve nel nulla.
Che fare? Dove andare? Come passerò la notte? Mi prese una forte preoccupazione. Allora, per sfamarmi, mi nutrii delle mele selvatiche che vedevo pendere da un albero lì accanto. Il cielo era un diluvio di stelle, pareva un tappeto blu, trapuntato da bianche margherite. Sentivo scendere su di me la notte oscura, quando ogni ombra scompare. Ma c’era la luna sotto il cui bagliore si proiettavano le lunghe forme delle case e delle piante. Il silenzio regnava. Mi diedi da fare per trovare il posto dove riposare. Quindi mi avvolsi nel mantello sdraiandomi sul tappeto erboso. Era soffice. Quella notte dormii profondamente. Verso l’alba scoppiò un forte temporale. Vidi in cielo lampeggiare i fulmini. Il tuono borbottava spegnendosi lontano tra le gole delle colline ottenebrate da intensi nuvoloni dal colore violaceo. D’improvviso scoppiarono botti che arrivavano al cuore, che sobbalzava. Fui inzuppato dalla pioggia che cadeva mormorando come fanno le donne in chiesa quando dicono il rosario. Poi, tutto finì. Mi trassi fuori dalla coltre inzuppata. C’era il sole. Allora appesi il mantello a un ramo del melo per farlo asciugare. L’arcobaleno formò un arco, grande, sopra le colline che erano tornate a risplendere. E tutto tacque. Che pace! Spalancai le braccia e mi sentii beato, inondato dalla luce. Mi guardai attorno e, con mia meraviglia, vidi che l’arco era scomparso. Né c’era traccia della bella signora. Allora credetti che quanto avevo visto il giorno prima fosse stato un miraggio. Controllai di nuovo nel caso dovessi essermi sbagliato. Niente, non c’era più niente. Allora mi feci persuaso e ripresi il viaggio. Ero ormai lontano, quando udii, di nuovo, una voce che mi chiamava, dicendomi:
“Dove stai andando?” mi chiese.
Sostai un attimo, incredulo, quindi ripresi il cammino. Ma, di nuovo, quella voce mi richiamò:
‘”Dove vai?”
“Impossibile!” mi dissi.
Ero sveglio oramai da tempo. Non potevo ingannarmi me ne rendevo ben conto. Era tutto scomparso, dissolto nell’aria. Per questo, convinto, ripresi il cammino. Ma, incredibile a dirsi, ancora una volta fui raggiunto dal richiamo.
“Leonardo, perché te ne vai?”
Mi strofinai il volto con le due mani.
“Sto forse sognando?”
Anche se avessi voluto, non potevo proseguire, c’era come una forza che mi tratteneva. Fui costretto a girarmi. Ed ecco che riapparve la bella signora che, da sotto l’arco, mi invitava a tornare. Caddi a terra come svenuto.
“O dolce Signora” – le domandai per l’ennesima volta – “dimmi, chi sei?”
Lei comprese il mio imbarazzo.
“Ritorna da me! Non dubitare. Non sono un miraggio. Non stai sognando. Io sono il simbolo di colei che ti ama e che tu ami. Io ti amo, Leonardo, come tu ami me, e io ti aiuterò, solo io posso farlo. Io sono bella e so che la bellezza ti prende il cuore.”
Così è quanto è accaduto. La prima volta la vidi nella chiesa, una sera. Era la festa di Sant’Anna. In un angolo, c’era un quadro che la rappresentava. Senza rendermi conto, i miei occhi caddero sul dipinto e ne rimasi ammagliato. Avevo il cuore che mi scoppiava e non riuscivo a distogliere lo sguardo da lei, che mi fissava. Mi prese un’intensa emozione, mista di gioia e di un sottile dolore sentendo nel mio intimo queste sue ultime parole:
“Io sono così bella soltanto per te. Io amo solo te. Non rattristarti. Verrà un giorno in cui tu potrai, finalmente, accarezzarmi.”
Queste furono le ultime parole della bella signora. Poi, scomparve, non il quadro, che rimase là dove era stato collocato, ma quella visione di cui ti ho detto. Cominciai a riflettere. Ne stavo seduto sulla panchina della chiesa meditabondo. Non riuscivo a rendermi conto dell’accaduto. Mai e poi mai avrei potuto immaginare quello che per me era stato come un sogno. La chiesa si era svuotata e io era rimasto solo. A un certo punto mi sentii come sfiorare la spalla. Ma, immerso com’ero nei miei pensieri, non mi resi subito conto. Era il sacrestano che mi avvisava che era ora di chiudere. Di colpo, mi trovai ributtato nella realtà. Chiesi scusa e me ne andai. Era una calda serata estiva e afosa. Mentre prendevo la strada per casa, udii lo sbattere del portone che veniva chiuso. Feci tutto il percorso con lo sguardo puntato a terra. Era come se fossi stato ancora sotto l’influsso di quello che non sapevo come definire e non mi rendevo conto che l’ora era oramai tarda. In giro non c’era anima viva. Forse avrei camminato per l’intera notte se a un certo punto non fossi stato colpito da un forte bagliore di un faro, quello che illuminava casa mia. Allora alzai lo sguardo. Mi volsi e mi trovai di fronte al cancelletto. Lo aprii con la massima precauzione onde evitare di far baccano. Poi lo rinchiusi. Percorsi il vialetto ed eccomi di fronte alla scalinata. Appena entrato, mi misi subito a letto. Ero stanco, sfinito sia per la forte emozione che per la stanchezza – oramai erano trascorse diverse ore. Mi addormentai subito e, – guarda un po’ cosa può succedere nella vita – nel corso del sonno, rifeci lo stesso sogno, identico a quello che avevo vissuto a occhi aperti, quella sera di fine agosto.>>

Quando il signore dai capelli bianchi, Leonardo, terminò il suo lungo racconto, rimasi per alcuni secondi a bocca aperta finché mi disse:

<<Lo so Giuseppe che è un racconto incantevole. È un segreto fra di noi. Si è fatta l’ora di andare a pranzo… >>

Il giorno successivo, al risveglio, oramai riposato, liberata la mente, tornai a riflettere, quasi freddamente, su quanto mi era stato raccontato da Leonardo. E compresi che non c’era proprio nulla di strano in quel suo racconto. Lui amava la bellezza, l’armonia del mondo. Amava la vita. “Ma quanti sogni circolano nella testa di un uomo!” mi dissi. Anche io, spesso, mi abbandono alla fantasia. Mi piace costruirmi un mio mondo e mondi dentro a un altro mondo, mondi dentro cui vivo senza rendermi conto del tempo che passa, del luogo dove mi trovo, delle persone che mi circondano. Insomma, sogno spesso a occhi aperti nella piena luce del giorno. Quanto l’uomo dai capelli bianchi mi raccontò, mi aveva portato a riflettere. È come se mi avesse fatto da specchio.

Iniziò la seconda settimana nella Casa di riposo. Parlando col personale, venni a sapere che la Casa ospitava persone, alcune delle quali, erano quasi tutte donne, superavano la novantina, una era addirittura centenaria.

Le giornate passarono spensierate e venne il giorno che i medici poterono dimettermi come guarito dalla depressione, senza ricorrere fortunatamente ai farmaci. Tornai ancora a pregare frequentemente alla Madonna dei miracoli, ringraziandola per avermi fatto continuare a vivere e convivere con i dolci ricordi della mia amata Lorenza.

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2 commenti

  1. silvia ha detto:

    Molto toccante, buona serata.

    Piace a 1 persona

    1. carlobianchiorbis ha detto:

      Grazie Silvia, buona serata anche a te.

      "Mi piace"

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