> CAPITOLO 9 < THE BEAUTY OF DEATH

The Beauty of death – Chapter 9

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La mattina del primo giorno d’estate, Giovanna decise di portare Angelica a fare una scampagnata al “Ponte delle barche” del Ticino, in prossimità del loro paese di residenza: Bereguardo.
C’era un bellissimo sole caldo e luminoso e l’occasione fu anche propizia per distrarre un poco la bambina, sempre chiusa in casa e anche per comunicarle che l’avevano chiamata, al cellulare, dall’ospedale, per delle cattive notizie sul ricovero di nonno Evaristo: un esame specifico sul cuore, aveva fatto emergere una complicazione per la quale era necessario un intervento chirurgico.
Senza l’operazione avrebbe rischiato di morire, anche per una piccola emozione. Data però l’età avanzata del soggetto, era molto probabile che non si sarebbe più risvegliato dall’anestesia totale e comunque anche qualora l’avesse superata, la riabilitazione sarebbe stata molto difficile da affrontare. Pertanto, l’operazione al cuore era un’opzione, sì necessaria ma da escludere. Quindi, Giovanna pensò che doveva comunicare a sua figlia, una notizia così delicata, con garbo e molto riguardo, in un luogo, dove anni addietro, la portava, allegramente spesso, col nonno a fare pic-nic. La donna era consapevole che, non appena avrebbero terminato con gli esami, il padre poteva avere pochi giorni per rivedere l’amata nipote nel monolocale. Così Giovanna voleva preparare psicologicamente la figlia Angelica.

La donna parcheggiò la sua auto in uno spiazzo sterrato a circa cento metri dall’arenile di sassi e sabbia. Giovanna prese in carico una borsa di paglia a tracolla, con all’interno dei tramezzini e un grande foulard da mettere al suolo, per accomodarsi a mangiare. Mentre la figlia portò un piccolo zainetto, con all’interno un thermos contenente dell’acqua fresca e dei bicchieri di plastica. Camminarono verso il fiume indossando entrambe dei grossi cappelli di paglia, per ripararsi dai forti raggi ultravioletti del primo sole estivo.

<<Eccoci amore, ti ricordi che quando, non appena imparasti a camminare, venivamo qui spesso nei fine settimana a fare pic-nic?>>

Angelica, mentre teneva la sua mano in quella della madre rispose di sì, annuendo con la testa.
Erano sul ciglio dell’inizio dell’arenile e avevano alle spalle la strada asfaltata proveniente da Bereguardo, immersa nella boscaglia tipica della Valle del Ticino. Una fitta boscaglia si vedeva anche all’orizzonte, aldilà del fiume. Rimasero mano nella mano a osservare l’acqua, a qualche metro di distanza, che scorreva lentamente.
Camminarono verso il Ticino e Giovanna notò che, in pochi anni, gli extracomunitari che stavano a prendere il sole sulla spiaggia del fiume azzurro, erano sempre un numero maggiore, rispetto agli italiani. E si ricordò quando suo padre Evaristo le faceva notare, quando era una ragazzina, che i meridionali in spiaggia, erano di più rispetto ai lombardi. C’era una certa similitudine di comportamenti fra gli immigrati e i migranti, non certamente decorosi, come ad esempio fare dei barbecue maleodoranti e inquinanti oppure mettersi a parlare ad alta voce in lingue o dialetti non comprensibili. Inoltre, la donna notò che il fantomatico distanziamento sociale non c’era e si arrabbiò pensando al trattamento che lo Stato aveva riservato alla Chiesa, dove il rispetto del protocollo anti-Covid si rivelò impeccabile. E pensò che il governo, pur facendo tutto il possibile per limitare la diffusione del virus con il lockdown, aveva dimostrato che era tutta una farsa per incassare denaro con le sanzioni oppure farsi gratuite pre-campagne elettorali. Tanto è vero che lo Stato era ricorso addirittura ai droni pur di scovare “polli” da spennare e metterli alla berlina come untori oppure vantarsi che era in grado di avere sotto controllo l’ordine pubblico.

“Chissà perché non fanno i controlli ora, con i droni, e i vigilantes per evitare assembramenti! Certamente no… Perché non perseguibili dalla legge e quindi non sanzionabili e poi significherebbe ora mettersi contro i potenziali futuri elettori. Ovvio no, Giovanna!” disse a sé stessa la donna facendo una smorfia amareggiata.

Giovanna e la figlia furono in prossimità dell’acqua del fiume che una volta era azzurro, anche se veniva inspiegabilmente ancora chiamato così. Prima di accomodarsi sulla spiaggia, guardarono da molto vicino l’acqua stando in piedi, proprio in prossimità della riva. Avevano alla loro destra il ponte sorretto da barche in cemento armato. Si sentiva il rumore delle gomme delle auto che percorrevano la strada del ponte con pavimentazione d’assi di legno. Notarono che l’acqua, apparentemente limpida, scorreva su sassi ricoperti di melma verdastra e marroncina. La loro intenzione era quella di rinfrescarsi i piedi, ma cambiarono idea facendo entrambe una smorfia disgustata.
Così, si accomodarono, per mangiare, possibilmente all’interno dell’arenile affinché fossero piuttosto lontani dall’acqua in quanto emanava un odore nauseabondo.
Mangiarono i tramezzini e intanto Giovanna, con molto tatto, raccontò alla figlia della triste situazione del nonno.


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