> CAPITOLO 12 < THE BEAUTY OF DEATH

The Beauty of death – Chapter 12

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E arrivò il pomeriggio del giorno successivo e Giovanna e la figlia, come in un rituale che si stava consolidando, fatto d’affetto e d’amore, riservarono sempre lo stesso atteggiamento a Evaristo, che era sempre seduto sulla poltroncina ad attenderle.

Il vecchietto aveva voglia di raccontare delle sue amicizie di gioventù. 

<<Anche se non sono stati in collegio con me, ho altri amici di cui non posso evitare di parlare, ovverosia i fratelli Curione: Carlo, Luigi, Domenico e Damiano. Avevamo costituto un gruppo, in cui, per un certo periodo c’era stato anche il Nino, già mio compagno di collegio. Il signor Mario Curione era il padre, mentre la madre si chiamava Antonietta. Possedevano un’osteria alla periferia di Cassinetta di Lugagnano. Il signor Mario era un tipo particolare. Era un uomo robusto. Portava in testa un bordino blu, molto stretto. Era un gran fumatore e teneva sempre, stretta in bocca, la cannuccia con la sigaretta. Dal profumo si sentiva che era un tabacco molto forte, probabilmente si trattava delle sigarette “Alfa”. Tutte le mattine inforcava la sua vecchia bicicletta nera con una sella, pure nera, molto robusta, data la grandezza dell’uomo. Fischiettando girava per il paese per fare la spesa. La signora Antonietta era una donna anche lei molto robusta, anzi, direi grassa. Faticava a camminare e, ogni tanto si fermava per prendere fiato. Comunque, come tutte le casalinghe, era lei a tirare avanti, come si suol dire, la baracca. Mio zio Carletto, suo amico, mi diceva sempre, che, quando era giovane, era molto bella. 

Tutte le domeniche pomeriggio, dopo il vespro, ci ritrovavamo tutti dal “Cùrion”; così la gente chiamava l’osteria. Ci ritiravamo in una saletta per giocare a “Brischèta”, una specie di briscola molto complicata che noi chiamavamo “Ciama al dù” (Chiama il due). A un certo punto, compariva il signor Mario, cannuccia in bocca, bordino in testa, che veniva a portarci le bibite su un bel vassoio. Chi perdeva pagava a tutti da bere. Depositava le bottigliette e i bicchieri vicino a ogni giocatore e ci diceva:

“’Cuume la va fiulon?” (Come va ragazzi?), in tono affettuoso. 

Lui era felice perché ci vedeva giocare in armonia e amicizia. Sbirciava le carte di qualche giocatore; magari dava qualche consiglio; e poi se ne andava fischiettando. Prima di infilare il vassoio sotto al braccio con le dita faceva “tara-ra-ta-tac-tara-ra-ta-tac”.  In questo modo manifestava la sua grande soddisfazione. Purtroppo anche il signor Mario non è più tra noi. Fa parte di quella numerosa schiera di coloro che non ci sono più. Quando ci ripenso, provo una grande nostalgia per la loro mancanza. Il fumo gli aveva inaridito i polmoni: cancro, e buona notte. Come dicevo, il signor Mario era una bravissima persona, legato alla famiglia, attento ai figli, paziente con la moglie, alla quale, spesso, rispondeva in italiano: “Certo, cara…”

Allora, la signora Antonietta si scherniva e ai figli sorgeva un bel sorriso sulle labbra e mi ricordo anche che, si inumidivano i loro occhi. Una gran bella famiglia! Ho di loro dei fantastici ricordi. Eravamo alla vigilia di Natale. Io mi ero recato a bere il caffè sempre all’osteria di Mario. Ed ecco spuntare un certo Piero che era riuscito ad aprire un negozio in paese. Spalanca la porta, entra sfregandosi le mani per il freddo. Era entrato per fare il pieno: poteva essere un grappa, un cognac, un bianchino. Appena servito, se lo buttò in gola come fanno i russi quando trangugiano la vodka. Era presente, vicino al banco, anche un certo Lètu. Era un povero uomo dalla bontà infinita, dalla dolcezza sconcertante. Faceva il mungitore in una cascina e il signor Piero gli si rivolse scherzosamente: 

“Alura, Letu, a ta sé andai a purta in gir l’anta?!?” (Allora, Lètu, sei andato a portare per il paese l’anta, che altro non era che una persiana). Era questo un modo di dire per ricordare che il giorno seguente sarebbe stato Natale, giorno tanto atteso perché finalmente ci si poteva permettere il lusso di mangiare in abbondanza qualcosa di buono e di riempirsi la pancia. Lètu era un po’ ritardato, ma non proprio così stupido, come poteva sembrare. Sorridendo si rivolse al Piero e gli mugugnò un qualcosa che poteva significare: 

“Parchè a ta ve no ti?” (Perché non vai te?). 

Tutti scoppiammo a ridere e ci complimentammo con lui per via della risposta giocosa. 

“Ah – gli fece Piero – guarda che in coe a l’è San Paghin!” (Ah, guarda che oggi tocca te a pagare).

Per cui, quando ci si incontrava c’era sempre di mezzo qualche motto di spirito. Quella di Piero ne era un esempio. Di nuovo ci prese il sorriso e nell’ambiente si diffuse un’atmosfera di gioia.

Piero se ne andò, dopo aver pagato il proprio conto e anche quello di Lètu, augurando a tutti BUON NATALE, a squarciagola. Il signor Mario e io ci scambiammo un gran sorriso e ognuno se ne andò per la sua strada. 

Mi ricordo anche di un altro episodio.

D’estate il signor Mario metteva fuori i tavolini davanti all’osteria. Una sera eravamo tutti seduti al fresco ma c’erano le zanzare e, quando mordevano, lasciavano un bruciore per cui c’era una specie di battaglia fra noi e loro. Quella sera c’erano presenti i figli di Mario, Nino, io e altri avventori. Era seduto a un tavolino un signore che di cognome faceva Mainetti e in paese lo chiamavamo “al sempar spourc” (il sempre sporco). Eravamo tutti seduti in compagnia, quando il Mainetti si rivolse al signor Mario chiedendo:

 “Sciur Mariu un whisky!” in tono scherzoso.

Lui fece finta di nulla girando sempre col vassoio in mano, la cannuccia in bocca e il bordino in testa. Trascorso un po’ di tempo il Mainetti gli ripeté la richiesta. Tutti sapevamo che si trattava di uno scherzo dato che quel liquore non ce l’aveva e aspettavamo, col sorriso sulle labbra, la reazione del signor Mario che faceva finta di essere scocciato. Allora, incavolato, costui si parò davanti al Mainetti e in buon italiano e con educazione lo rimproverò: 

“Santa Madonna! Te l’ho già detto: non ce l’ho!”. 

Ed era quello che aspettavamo. Ci fu una gran caciara. Per la strada, immersa nel buio, s’udì uno scroscio di risate. Il signor Mario con tutta indifferenza continuò a servire. Ma appena il vassoio fu vuoto cominciò a tamburellare ed a smadonnare: 

“Ignorante della Madonna! Quante volte te lo devo dire, non-ce-l’ho!” Ma sotto sotto si vedeva che anche lui sorrideva. Non era la prima né sarebbe stata l’ultima volta. Non ci si meravigli delle cosiddette bestemmie. Era diventato oramai un modo di dire come: porca miseria! va’ alla malora… Non c’era, dunque, alcuna intenzione di offendere Dio o la Madonna. Davanti alla sceneggiata inscenata per passare un po’ di tempo in buona compagnia, Nino scoppiò a ridere, stiracchiandosi sulla sedia, fino a star male. Lui sapeva già quello che sarebbe successo e l’aspettava con ansia; quando finalmente si verificò diede sfogo a tutta la tensione accumulata nell’attesa – aveva perfino le lacrime agli occhi – povero Nino.>>

Non appena Evaristo ebbe terminato di raccontare i suoi ricordi fu felice di vedere Giovanna e Angelica sorridenti e così potevano tornare a casa serene, nonostante la loro preoccupazione per la sua salute.

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