> CAPITOLO 13 < THE BEAUTY OF DEATH

The Beauty of death – Chapter 13

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Venne il terzo pomeriggio ed Evaristo si sentiva molto stanco e provato, non stava proprio bene e temette, nel profondo del suo cuore, che l’ultimo dei suoi giorni sulla terra fosse molto vicino. Ma riuscì comunque a non darlo a vedere agli occhi di Giovanna e Angelica. 

Volle raccontare la circostanza in cui venne dimesso dalla Casa di Riposo dove fu ricoverato per la depressione. 

<<Era un lunedì e c’era ancora nebbia. Nella Casa era entrata una nuova ospite ultranovantenne. Per il resto non c’era nulla di nuovo. Per la terza volta avevo avuto appuntamento con la psicologa. Avevamo discusso sul cambiamento che era in corso dentro di me. Avevo portato il discorso sulla “palude” su cui avevo sviluppato un racconto particolare, metaforico, e la informai circa la mia decisione di non parlarne più, avendo esaurito il motivo per cui l’avevo utilizzata per rappresentare i miei stati d’animo, di cui sentivo di essermi, finalmente, liberato anche se permanevano ancora delle penombre che mi offuscavano. Dovevo vedere di trovare il modo di prendere contatto con la realtà. Alla domanda della dottoressa: “Secondo lei, qual è il primo passo da compiere per attuare quello che ha detto essere il suo scopo?” Io mi sentii preso in contropiede, piuttosto confuso non sapendo cosa rispondere, dissi:“Così, di primo acchito, direi che mi servirebbe un metodo.”

Allora lei mi fece capire che il metodo era proprio quello che stavo cercando e che dipendeva dalla mente che mi avrebbe indicato quello che mi serviva proprio in quel determinato momento. Era necessario che io mi mettessi ad ascoltare quello che mi sentivo e dovevo agire di conseguenza. Il primo passo da fare, avrebbe dovuto consistere nel liberare la mia mente dal ciarpame che mi ingombrava. Erano prodotti dalla fretta che mi portava a dar peso alle cose più futili e inutili che, appunto, mi impedivano di pensare. Dovevo imparare a perdere tempo e lasciare spazio a quello che non conoscevo, permettendo alle cose di presentarsi così come erano, senza forzare.  

Mi guardai attorno ma la mia visone non sembrava ancora cambiare di molto. Al termine dell’incontro, mi ero messo a scrivere con carta e penna, nel soggiorno, ma staccai quasi subito e presi a guardarmi attorno. Braccia conserte, comodo nella poltroncina. Ripensai a quanto avevo appena scritto. C’era qualcosa che ancora mi sfuggiva. Pensa e ripensa, sentivo dentro di me come un barlume che non riuscivo a liberare dal buio che mi avvolgeva. Come un subacqueo mi tuffai in quel mare immaginario e puntai verso il fondo. E il buio divenne ancora più profondo. Nonostante lo sforzo e l’oscurità avesse deciso di procedere. Ed ecco, dopo pochi metri, mi trovai davanti a un oggetto. Lo afferrai, era di piccole dimensioni. Si trattava di un anello d’oro sormontato da una pietra preziosa. Il nitore che emanava aveva del verdognolo. Come fosse finito sul fondo, lo ignoravo. Risalii lentamente e… qui mi fermai. Alzai le mani dal foglio. Tornai a guardarmi attorno. Portai lo sguardo sui tavolini che avevano al centro un vasetto contenente fiori tutti colorati di stoffa, sopra a un centrino di plastica rosso. Passai con lo sguardo di poltrona in poltrona. Mi rilessi. Quindi mi preparai. Era giunta l’ora in cui dovevo lasciare la Casa di Riposo.>>

La figlia e la nipote, non appena Evaristo ebbe finito di parlare, notarono comunque che nel tono della sua voce c’era qualcosa che non andava e, come se sentissero, nel loro intimo, un presentimento che non lo avrebbero più rivisto, lo salutarono ancora più affettuosamente del solito, prima di andarsene.

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