> CAPITOLO 16 < THE BEAUTY OF DEATH

The Beauty of death – Chapter 16

ALL LANGUAGES 👇

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=687752058842061&id=276785086605429


OTTAVA LETTERA – OGGI SI VOLA

Era la penultima domenica di febbraio. Fui colto da un impellente desiderio di volare, spaziare per il cielo e, dall’alto, poter ammirare le bellezze naturali dei boschi, dei campi, dei fiumi, dei canali e di osservare gli interventi che gli esseri umani compivano per poter vivere nell’ambiente: strade, ponti, palazzi che si susseguivano nel sorvolare i vari centri abitati. Non potendo dare soddisfazione a quel desiderio che mi aveva preso, senza una motivazione plausibile, decisi allora di compierlo immaginandomelo.
“Tengo chiuso nell’hangar un piccolo aereo bimotore. Indosso la tuta mimetica col caschetto e un paio di occhialoni che tengo alzati sopra la testa con uno scudetto coi colori dell’Italia sulla manica sinistra. La giornata si presenta con una nebbiolina leggera. Ma già vedo dalla finestra di casa che va dileguandosi mentre il cielo si sta aprendo. Mi appresto ad uscire. Appena fuori dò un’occhiata in giro. Mi prendo un boccata d’aria. Sgranchisco le gambe, faccio qualche piegamento, ruoto la testa, incrocio le braccia e le butto all’indietro. Ecco sono pronto. Mi dirigo alla volta dell’hangar. Lo apro trascinando il pesante portone che scorre sul binario cigolando. Ed eccolo il mio aereo. Mi avvicino. Faccio qualche ultimo controllo per vedere se tutto è in ordine. Okay.
Mi porto allo sportello d’entrata, l’apro e salgo dandomi una sistemata. Sono emozionato al pensiero che fra poco sarò librato nel cielo come uno sparviero, un’aquila (Aquila è il nome dell’aereo che si vede disegnata su entrambi si lati della fusoliera).

Premo il bottone d’avviamento. Le eliche dei due motori si mettono a girare sempre più velocemente fendendo l’aria. Mi trattengo un attimo, quindi premo sulla cloche ed esco lentamente dall’hangar. Porto l’aereo in direzione sulla pista di decollo. Qui giunto, sento i motori rullare. Sono pronto e lancio l’aereo guadagnando in velocità cercando di mantenere il centro della pista. So che, una volta raggiunta la massima velocità, non potrò più tornare indietro. Quindi, agendo sulla cloche, dò un’accelerazione e guadagno una quota di pochi chilometri da terra. Quando l’aereo è nel pieno del decollo, sento il rullio dei motori che spingono per superare la forza di gravità, la terra mi manca sotto ai piedi, mi trovo sospeso nel vuoto. Allora mi prende una forte commozione a pensare cosa non è capace di fare l’uomo. Se, per assurdo, un mio avo dovesse resuscitare e vedere, se non addirittura, provare a volare su uno di questi aggeggi misteriosi, penso che è molto probabile che gli venga un colpo. Dunque sono in volo. No, non c’è quassù il sole che mi sarei aspettato. L’atmosfera è piuttosto grigia. Non ci sono forti correnti d’aria anche se, ogni tanto, l’aereo beccheggia leggermente. Comunque, decido di inserire il controllo automatico. È bello quassù. Sotto di me si distende la pianura traversata dal letto del Ticino su cui scorgo delle imbarcazioni cavalcare le acque leggermente mosse. Intravedo delle piccole forme che si muovono lungo i sentieri, dentro al bosco. Sono gli uomini che passeggiano in un tardo pomeriggio di una domenica di febbraio. Mi dirigo alla volta di Pavia. Se volgo leggermente lo sguardo, verso la mia sinistra, intravedo il nastro scuro del Naviglio che scorre congiungendo Abbiategrasso con Bereguardo. Anche qui c’è gente che passeggia, chi a piedi, chi in bici. I campi formano un tappeto variegato di colori smunti. Alcuni sono già stati arati e spiccano tra gli altri per via del loro marrone scuro, sembra quasi di sentire il loro profumo. Il cielo mi avvolge come un in batuffolo. E, di colpo, mi viene da fantasticare. Vorrei trovarmi a sorvolare le Alpi, stracolme di neve. Oppure passare a bassa quota sopra le dune giallastre del deserto torrido del Sahara, con valli disseccate e fiumi fossili. Il vento di scirocco alza mulinelli di sabbia. Laggiù scorgo una carovana di cammelli che percorrono in fila indiana la cresta sopraelevata di una duna proiettando le loro lunghe ombre sulla sabbia. D’un tratto scorgo proiettata la sagoma dell’aereo che mi accompagna come un’ombra. Ma il mio sogno si spegne quasi subito. Devo fare i conti con la realtà. Mi rendo conto che il cielo sta mutando e appaiono nubi scure. Il vento continua a cambiare direzione. Il beccheggio si fa sentire sempre di più. Mi rendo conto che il mio viaggio non può proseguire e che sta per terminare. Con un’ampia virata, punto il muso dell’aereo verso la via del ritorno. Da lontano scorgo la pista con le bandierine sferzate dal vento. Ecco, sono oramai vicino alla meta. Sorvolo l’ultimo bosco. Mi preparo all’atterraggio. Vado perdendo sempre più quota. A un tratto sento che le ruote toccano l’asfalto emettendo uno sfrigolio da cui proviene un pungente odore di bruciato. Al contraccolpo rimbalzo. Ce l’ho fatta. Sono atterrato. Mi dirigo verso l’hangar. Posiziono l’aereo come l’ho trovato. Scendo, mi tolgo gli occhialoni. E… a un tratto sento una vocina che mi muove una specie di rimprovero:
– Ma, senti un po’, da quando in qua tu possiedi un aereo? E, dimmi, nei pressi di casa tua c’è forse un aeroporto?
Dopodiché tace, in attesa di una qualche mia spiegazione. Mi scappa un sorriso.
E lui, di nuovo:
– C’è poco da ridere!”

Mi resi ovviamente conto che stavo sognando a occhi aperti. Me ne stavo seduto in poltrona. Dalla finestra vedevo l’agitarsi delle solite cime dei pini che formavano come una lunga e grossa siepe messa a protezione dell’inquinamento dei motori che andavano e venivano lungo la Circonvallazione. Sentii che la vocina non s’agitava più dentro di me, placandosi, mi sussurrava all’orecchio:

“Sei un furbacchione! T’ho capito, sai! Trovandoti davanti al pericolo di trascorre una giornata noiosa ed inutile di una fredda domenica di febbraio, ti sei messo, come è il tuo solito, ad inventare qualcosa.”

Io gli spiegai
“Sai com’è, ti dirò la verità, a spingermi a questa decisione è stato un proverbio molto famoso che avverte: la miglior difesa è l’attacco. Ed è così che, per difendermi da quel tormentone, che mi prende, specie quando le giornate sono uggiose, ho deciso di attaccarle, prenderle in contropiede e togliermele di torno, costringendomi a pensare ad altro, inventando un qualcosa.”


ALL LANGUAGES 👇

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=687752058842061&id=276785086605429

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...