> CAPITOLO 18 < THE BEAUTY OF DEATH

The Beauty of death – Chapter 18

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LETTERE A LORENZA
Prima lettera

Lorenza, ieri notte, prima che il sonno mi cogliesse, ho sentito la tua presenza. Tu mi hai parlato e io ti ho sentito vicina. Inattesa m’ha preso una dolcezza dentro al cuore. Ho capito subito che eri tu. Tu, attraverso le mie mani, mi hai accarezzato. E poi, attraverso le mie braccia, mi hai detto:

“Io ti abbraccio.”

Allora ti ho stretta a me e ho sentito che tu hai stampato un grande bacio sulle mie gote incolte. Qualcuno potrebbe anche non credermi. Ma io sono sicuro che eri tu. Nel buio, poi, ho spalancato le braccia. Ho passato la mano strofinando il lenzuolo dalla parte dove tu dormivi quando eri ancora tra noi. Mi facesti capire che tu eri lì, con me e mi hai sussurrato:
“Buona notte, amore mio, mio tesoro.”
Lo stupore fu immenso. Io continuavo ad abbracciarti e piangevo e ti chiamavo fin quando non ha preso sopravvento il sonno. Adesso so che tu sei, sarai sempre la mia compagna e che non mi abbandonerai mai. Ecco, anche in questo momento, ti sto parlando e ti chiamo e tu mi rispondi chiedendomi:
“Cosa c’è Evaristo? Stai tranquillo!”
Volgo lo sguardo verso il cortile. Lei è qui, ne sento la presenza. Il suo spirito aleggia tra le fronde dell’oleandro. E mi prende una gran pace. Alzo gli occhi al cielo imbronciato dal temporale. E tra la nuvolaglia traspare un lieve raggio di sole. La natura si rianima. Riprende la vita mentre io attendo la notte per un altro incontro perché so che Lorenza mi parlerà di nuovo.

LETTERE A LORENZA
Seconda lettera

Cara Lorenza, alcune sere vado ad aspettare, alla fermata del pullman, nostra figlia Giovanna. Mentre attendo che arrivi, gironzolo sul marciapiede e, di tanto in tanto, dò una sbirciatina per vedere se spunta il pullman, lungo la strada che porta a Corbetta. È l’ora in cui c’è traffico. È la gente che torna dal lavoro. Cerco di indovinare se sta arrivando il pullman. Lo si individua grazie al colore blu, e, poi, è alto. Ma è facile confonderlo con i camion che sopraggiungono. Allora mi ritiro e mi appoggio al muro delle casa, dove c’è una sede di Pompe Funebri. Sosto un attimo ma, impaziente, mi riaffaccio sulla strada. Finalmente lo vedo che arriva. Lo seguo mentre si avvicina. E d’improvviso me lo trovo davanti. Guardo tra i vetri per cogliere la sua figura. La vedo aggrappata al palo, pronta a scendere. A volte è preceduta da altri passeggeri e mi prende il dubbio di aver visto male. Ma eccola, con un balzo raggiungono il marciapiede, è lei che mi vede e mi sorride, ci scambiamo il saluto. Poi, lei, s’avvia veloce verso casa e io fatico a tenerla dietro. Cammina diritta con passo veloce. Io vorrei parlarle. Ma lei ha fretta, deve preparare la cena. Faccio appena in tempo a chiederle se è stanca e lei mi risponde subito con un no, secco. Ma io capisco che non è vero. È una donna dal forte temperamento e non vuole che io mi preoccupi. Ma, subito, si consola; scorda tutto e si appresta a trascorrere il fine settimana dimenticando le pesanti giornate di lavoro trascorse.
Ecco, questa è nostra figlia, che tu hai amato tanto. Sempre pronta a prestarle ascolto, a darle una parola di incoraggiamento. Tu la conoscevi molto bene e sapevi come corrispondere ai suoi bisogni di donna. Io vedevo con grande ammirazione la tua capacità, tu, la madre, di assecondarla, il che mi rendeva felice e mi sentivo tranquillo. Era il tempo in cui vivevamo sereni, anche se io ero il solito rompiballe, sempre insoddisfatto, sempre preoccupato. Allora tu mi guardavi e con un fare un po’ ironico mi rimproveravi:
“Oh, fieui, Evaristo, a ta s’è mai countent! (Accidenti, Evaristo, non sei mai contento). Che cosa hai sempre da lamentarti. Siamo tranquilli, non abbiamo preoccupazioni. Abbiamo una figlia che è un tesoro!”
Allora io mi tranquillizzavo. Quella che più mi preoccupava era la scuola. Avevo sempre paura di non essere all’altezza. E passavo ore, seduto alla scrivania, per preparare le lezioni. Quanto tempo mi ci dedicavo! fino consumarmi. Tutto quel lavoro per scoprire, il giorno dopo, che la situazione era cambiata. Allora mi mettevo a prendere appunti, perché a me piaceva il metodo, mi ha sempre affascinato, attraverso “il come” si poteva gestire “il cosa”. Allora, con la matita, sopra un block notes, registravo il nuovo percorso da seguire. Così riuscivo a gestire la nuova situazione di apprendimento che si era creata. Il che mi ha permesso di fare esperienza. Ogni giorno imparavo qualcosa di nuovo. A volte, capitava che la lezione migliore nascesse dal vivo, come per caso. E mi rendevo conto che erano queste le lezioni che lasciavano un segno nell’apprendimento dei bambini e non sempre quelle preparate a tavolino. Aveva ragione Rousseau quando scriveva nell’”Emilio” che insegnare è un’arte e difficilmente s’indovina. Questo non toglie che un insegnante deve essere preparato nelle discipline che insegna. La disciplina della materia crea disciplina nel fanciullo e non dà solo nozioni. Comunque, allora ero teso, e mi bastava sfogarmi. E per un po’ mi sentivo rilassato, e, soprattutto compreso. Ma, la testardaggine del Capricorno riprendeva il sopravvento e io ero già pronto a riprendere il lavoro interrotto. C’era sempre qualcosa che non andava. Rimettevo in bella quello che avevo appuntato. E così ogni giorno, fino a quando non sono andato in pensione. Cara Lorenza, purtroppo, tu te ne sei andata. Io caddi nella disperazione. Ma ringrazio il cielo che al tuo posto, ci sta quella meravigliosa creatura che mi vuole un bene dell’anima. È il più bel dono che m’hai fatto. Tu sei stata grande perché hai fatto di tutto per averla.


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