> CAPITOLO 20 < THE BEAUTY OF DEATH

The Beauty of death – Chapter 20

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Non appena Angelica lesse tutte le “cinque lettere a Lorenza”, si commosse parecchio, in quanto erano state scritte dal nonno descrivendo di suo pugno, su un foglio, in tempo reale, quello che stava vedendo e le sue emozioni provate. Era come se avesse fatto rivivere alla nipote le sue stesse sensazioni di quel momento. Quando ne parlò alla madre, che le aveva già lette nel passato, essa le confermò le stesse emozioni provate. Ma c’era una lettera, l’ultima in una busta chiusa. Sulla busta c’era scritto:
“Alle mie care Giovanna e Angelica, le ultime donne della mia vita.”
Evaristo l’aveva affidata alla figlia facendole promettere che avrebbe aperto la busta e letto la lettera, assolutamente dopo la sua scomparsa.

Una domenica, Giovanna e la figlia, tornate dalla “Madonna dei miracoli” decisero di aprire la busta e leggere insieme la lettera.
La lettera era intitolata “L’usignolo”…

**L’usignolo**

E venne aprile e decisi di leggere e scrivere di mio pugno, su questo foglio, per le mie amate Giovanna e Angelica un qualcosa, a mio parere, di molto meraviglioso: la favola di Andersen dal titolo “l’Usignolo dell’Imperatore.”

** Il castello dell’imperatore era il più bello del mondo, tutto fatto di finissima porcellana, costosissima ma così fragile e delicata, che, toccandola, bisognava fare molta attenzione. Nel giardino si trovavano i fiori più meravigliosi, e a quelli più belli erano state attaccate campanelline d’argento che suonavano cosicché nessuno passasse di lì senza notare quei fiori. Sì, tutto era molto ben progettato nel giardino dell’imperatore che si estendeva talmente che neppure il giardiniere sapeva dove finisse…
Sotto i rami del bosco viveva un usignolo, e cantava in modo così meraviglioso che persino il povero pescatore, che aveva tanto da fare, sentendolo cantare si fermava a ascoltarlo, quando di notte era fuori a tendere le reti da pesca.
“Oh, Signore, che bello!” diceva, poi doveva stare attento al suo lavoro e dimenticava l’usignolo…
“Che cosa?” esclamò l’imperatore.
“L’usignolo? Non lo conosco affatto! Esiste un tale uccello nel mio regno, e per di più nel mio giardino! Non l’ho mai saputo!” …
Alla fine trovarono una povera fanciulla in cucina che disse:
“O Dio! L’usignolo: lo conosco, e come canta bene. Ogni sera ho il permesso di portare un po’ degli avanzi a casa, alla mia povera mamma malata che vive giù vicino alla spiaggia, e quando al ritorno, stanca, mi fermo a riposare nel bosco, sento cantare l’usignolo. Mi vengono le lacrime agli occhi, è come se la mia mamma mi baciasse.” …
“Piccolo usignolo!” gridò la fanciulla a voce alta e continuò:
“Il nostro clemente imperatore desidera che tu canti per lui!”. “Volentieri!” rispose l’usignolo, e cantò che era un piacere sentirlo…
L’usignolo cantò così deliziosamente che l’imperatore si commosse, le lacrime gli corsero lungo le guance, allora l’usignolo cantò ancora meglio e gli andò dritto al cuore…
In quel momento si sentì vicino alla finestra un canto mirabile; era il piccolo usignolo vivo che stava seduto sul ramo lì fuori; aveva sentito delle sofferenze dell’imperatore ed era accorso per infondergli col canto consolazione e speranza. Mentre lui cantava, quelle immagini diventavano sempre più tenui, il sangue si mise a scorrere con più forza nel debole corpo dell’imperatore, e la morte stessa si mise a ascoltare e disse:
“Continua, piccolo usignolo, continua!”… e l’usignolo continuò a cantare, e cantò …
“Grazie, grazie!” disse l’imperatore.
“Piccolo uccello celeste, ti riconosco!…Come potrò ricompensarti?” “Mi hai già ricompensato!” rispose l’usignolo e continuò:
“Ho avuto le tue lacrime la prima volta che ho cantato per te, non lo dimenticherò mai! Questi sono i gioielli che fanno bene al cuore di chi canta! Ma adesso dormi e torna a essere forte e sano: io canterò per te.”

Cantò di nuovo, e l’imperatore cadde in un dolce sonno, in un sonno tranquillo e ristoratore. Il sole entrava dalla finestra quando lui si svegliò, guarito e pieno di forza; nessuno dei suoi servitori era ancora tornato perché credevano che fosse morto, ma l’usignolo era ancora lì a cantare.

“Dovrai restare con me per sempre!” disse l’imperatore…

“Io non posso vivere al castello, ma permettimi di venire quando ne ho voglia, allora ogni sera mi poserò su quel ramo vicino alla finestra e canterò per te, perché tu possa essere felice e riflettere un po’. Ti canterò delle persone felici e di quelle che soffrono. Ti canterò del bene e del male che ti viene tenuto nascosto. Io amo il tuo cuore più della tua corona, anche se la corona ha qualcosa di sacro intorno a sé. Verrò a cantare per te! Ma mi devi promettere una cosa.”…
“Qualunque cosa!’ rispose l’imperatore, ritto negli abiti imperiali che aveva indossato da solo, la pesante spada d’oro sul cuore.
“Ti chiedo una sola cosa! Non raccontare a nessuno che hai un uccellino che ti riferisce tutto, così le cose andranno molto meglio!”

E l’usignolo volò via.

I servitori entrarono per vedere il loro imperatore morto; restarono impalati quando l’imperatore disse:

“Buongiorno!” **

Carissime Giovanna e Angelica, se avete letto questa favola, a voi dedicata, vorrà dire che non sono più con il corpo sulla terra insieme a voi, ma spero che la mia anima abbia raggiunto quella della nostra amata Lorenza. Mi raccomando, non dimenticatevi di dire qualche preghiera alla “Madonna dei miracoli” per noi che siamo nei cieli, ma anche per le altre anime che ci fanno compagnia; anche per tutti i bisognosi sulla terra e che i malvagi prima o poi si ravvedano. Vi voglio un mondo di bene…

Il Vostro Evaristo…


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