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I like to kill – Prologue

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Era una notte fonda di inizio estate e la luna nel cielo era splendente come il primo amore fra due adolescenti e le stelle, tutte intorno a essa, brillavano come delle torce alimentate da spiriti trasvolati.
Ma non erano solo anime di amori vissuti, amori fedeli, amori traditi e perdonati; erano spettri luminosi di umani a cui era stata interrotta violentemente la vita sulla terra.

Tra questi c’erano le povere anime che finalmente assistettero dall’alto alla resa del loro malvagio omicida. L’artefice di tutto quell’inferno di trapassi cruenti stava sdraiato sul letto della stanza singola di un ospedale. Era ferito ma ancora vivo. Era come se avesse assorbito l’estratto di vita trafugato crudelmente a esseri umani. Come la conseguenza malefica di un rito primordiale satanico, fatto di omicidi cruenti, l’uomo era ancora mostruosamente vivo. Condannato a vivere nel mondo, nonostante tutto, non perdonato forse da Dio, ma sicuramente glorificato da Lucifero. E l’inferno poteva ancora attendere perché i demoni dovevano dare teatralità sulla terra, al suo orrendo operato, e Dio non poteva che sperare che i santi pregassero per il suo pentimento e la salvezza spirituale delle sue vittime.
In quella notte, probabilmente, il bene aveva preso il sopravvento sul male, ma l’eterno conflitto tra Dio e Lucifero era ancora vivace e smanioso di manifestarsi in quella camera d’ospedale, in altri luoghi e ancora in altri esseri umani.

La stanza, tutta tinteggiata di bianco, e il pavimento azzurro carta da zucchero contrastavano con l’oscurità dell’uomo che aveva entrambe le braccia ingessate e tutto il viso bendato. Gli rimanevano solamente la bocca e gli occhi scoperti. Di fronte a lui c’erano in piedi il capo dei RIS di Parma Salvatore Longobucco e il comandante della Caserma dei Carabinieri di Vigevano Attilio Pastori. Il maggiore Longobucco, prima di parlare con il criminale, scrutò i suoi occhi con fierezza, ma anche con non poca apprensione. Notò che i suoi bulbi oculari erano completamente iniettati di sangue a seguito dell’incidente d’auto e non si riusciva nemmeno a distinguere il colore dell’iride.

<< Finalmente è terminata la mattanza! È incredibile che dopo tutti gli efferati e brutali omicidi da lei commessi, sia andato a schiantarsi con l’auto contro un albero, per schivare un porcospino! >> disse il capo dei RIS, volgendo poi lo sguardo verso il comandante Pastori, il quale fece un sorriso di rivalsa e soddisfazione per l’esito positivo dell’inseguimento del killer.

L’uomo, disteso sul letto e inerme, prima di parlare osservò per alcuni secondi i due militari dell’Arma, come se, nonostante la sua situazione inoffensiva volesse ancora sfidarli impavidamente. Era in un involucro umano che non poteva più scappare e quindi era costretto, prima o poi, a rendere conto delle sue azioni criminose commesse. Pensò che se fosse morto nell’incidente, in quel preciso istante, poteva essere in una dimensione metafisica chiamata “aldilà”. Si immaginò Lucifero sorridente e con le braccia spalancate in mezzo al fuoco ad attenderlo, mentre Dio affranto e sconfitto, a rincuorare le anime terrene, distaccate dai loro corpi contro la propria volontà.

Anche se la vista dell’assassino era offuscata, riuscì a intravedere il maggiore Longobucco che aveva sguardo deciso, occhi scuri e profondi e viso ben rasato e gli sembrò molto più alto di come lo aveva conosciuto; probabilmente perché il collega Pastori era più basso di lui di almeno una spanna. Quest’ultimo aveva occhi azzurri e svegli anche se mostrava evidenti borse di stanchezza sotto gli stessi e aveva una barba incolta. Entrambi non sembravano per nulla intimoriti dal killer. Cosicché egli, tirando un sospiro di rassegnazione disse:
<<Invece maggiore, mi dispiace per lei, ma non è assolutamente incredibile, è normale per me. Io adoro gli animali e non gli torcerei nemmeno un pelo, mentre all’opposto amo uccidere gli esseri umani. È una passione che ho già dai primi anni di vita, fin da quando ero bambino. Vede, ci sono assassini per denaro, assassini per legittima difesa, assassini che lo diventano per vendetta e infine assassini che nascono così, solo per il puro e semplice piacere di uccidere e io faccio parte di quest’ultima categoria. >>

Mentre il ricoverato stava articolando con voce roca ma decisa queste parole, Longobucco constatò che non c’erano limiti all’abominevole pazzia omicida dei killer, e si rassegnò, suo malgrado, ad ascoltare con attenzione perché quella notte, avrebbero probabilmente registrato le prime dichiarazioni di colpevolezza dell’uomo in stato di fermo. Intervenne il comandante Pastori:
<< Vista la sua riprovevole passione nell’uccidere e appurato il suo modus operandi, dobbiamo però ancora comprendere il vero movente che lo ha portato a questa carneficina. Abbiamo fatto delle ipotesi desunte dal passato delle sue vittime, ma vogliamo una sua dichiarazione da mettere agli atti. Inoltre siamo assolutamente certi che lei non abbia agito da solo. Vogliamo avere il nome dei suoi complici. Le ricordo che non è costretto a fare dichiarazioni, senza la presenza di un avvocato. >>
<<No! No! Ho intenzione di raccontarvi tutta la mia storia, fin dal mio primo omicidio. Pensate, è stata una e vera propria cuccagna che ho vissuto fin da bambino.
Per me sarebbe come farvi gustare appieno tutte quelle bellissime emozioni che, ahimè non saranno più ripetibili, credo… >>

Pastori si voltò verso Longobucco, fece un’evidente espressione di repulsione e il collega fece altrettanto, inarcando le sopracciglia come per confermare che non avevano altra scelta. Dopo alcuni minuti venne chiamato dal comandante, il maresciallo scelto Antonio Pennetta, dotato dell’apparecchiatura per la registrazione audio che venne disposta su un tavolino posizionato davanti al letto del ricoverato. Tutti e tre gli uomini delle forze dell’ordine si sedettero per ascoltare la confessione dell’assassino, la sua storia.

<<Addì 22 giugno dell’anno 2017. Sono le ore una e sette antimeridiane. Ci troviamo in una stanza dell’Istituto Clinico Beato Matteo di Vigevano. Sono il maggiore Salvatore Longobucco, capo dei RIS di Parma, che sta effettuando la registrazione audio delle prime dichiarazioni di colpevolezza dell’ormai inconfutabile responsabile che ha commesso tutti gli omicidi, con il modus operandi, che lo ha portato alla triste ribalta della cronaca nera adottando il soprannome di Aforista. Sono stati trovati, nella sua abitazione, le armi utilizzate per i suoi efferati omicidi: un martello tira chiodi e un punteruolo, con piccoli residui di sangue riconducibili al DNA dell’ultima vittima. Sono qui presenti con me il comandante della Caserma dei Carabinieri, colonnello Attilio Pastori e il maresciallo scelto Antonio Pennetta. Dopo uno strenuo inseguimento in auto del sospettato numero uno, avvenuto tre giorni fa, sulla strada provinciale 183 fra Vigevano e Gambolò siamo riusciti a mettere in stato di fermo il fuggitivo, a seguito dell’uscita di strada dello stesso che è andato a scontrarsi contro un albero. Ora, l’uomo, dopo tre giorni di ricovero, non è più in prognosi riservata ed è pertanto stato dichiarato dai medici dell’ospedale in grado di poter parlare. Prima di cominciare con la sua confessione da mettere agli atti e presentare, al Pubblico Ministero di Pavia per la convalida e l’arresto entro 24 ore, l’uomo in stato di fermo, può dichiarare le proprie generalità…>>


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