> CAPITOLO 1 < I LIKE TO KILL

I like to kill – Chapter 1

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C’era una luna piena e luminosa che dominava nel buio della notte sopra i tetti della sempre splendida Vigevano. La serata era passata da qualche ora e le persone avevano speso il loro tempo negli Happy Hour di qualche locale trendy, oppure semplicemente passeggiato nella meravigliosa Piazza Ducale denominata il “Salotto d’Italia”. C’erano persone che avevano faticosamente sbarcato il tratto di lunario, dopo una giornata di lavoro passata in quel di Milano: andata e ritorno nell’asettica metropoli con un treno fatiscente e mai all’altezza del prezzo pagato per il viaggio. Viaggio necessario come forestiero per un giorno quando, negli anni d’oro delle “scarpe vigentine”, c’era invece anche gente di Milano e provincia che portava la propria manodopera nella cittĂ  Lomellina e viaggiava su corriere appositamente organizzate dalle grandi aziende calzaturiere. E pertanto non era necessario, per i pendolari di allora, utilizzare il treno locale bastardo, sempre in ritardo, sempre freddo d’inverno e sempre caldo e soffocante in estate. C’erano anche persone che dopo aver trascorso una giornata di merda non trovavano niente di meglio che terminarla con una bella sbronza.

Fra quest’ultime c’era Armando Muterini che si svegliò e si alzò di soprassalto. Era seduto all’aperto sui blocchi di porfido umidicci, in Via Roma, con la schiena appoggiata sulla porzione di parete, fra le vetrine del Cube Lounge Bar e Icube vendita iPhone. Fu scosso dal suo torpore, da un invadente millepiedi che si arrampicò lungo tutto il suo corpo e arrivò fino all’angolo della sua bocca. L’insetto venne accalappiato dai lunghi peli neri dei suoi folti baffi, per pochi secondi: tanti ne bastarono per procurargli un leggero prurito che lo fecero svegliare. Muterini starnutì vigorosamente e fece cadere in terra il millepiedi, che si allontanò per andare ad avventurarsi in altri malcapitati. Quindi, guardando nel vuoto con occhi scuri, spalancati e molto sporgenti, aprì e chiuse la bocca ripetutamente tre volte, rendendosi conto che stava quasi rischiando di inghiottire qualcosa di schifoso. Fece di nuovo lo stesso movimento con le labbra sottili coperte dai baffoni, ma più lentamente, rendendosi anche conto che i postumi della sbornia presa al bar gli provocarono nella bocca, un sapore di ruggine e uova marce. Si passò energicamente la mano sui capelli grigi e radi, fece uno sbadiglio intenso e, barcollando paurosamente, si avviò verso Piazza Ducale, appoggiandosi e strisciando con la spalla sulle vetrine dei negozi che davano sulla strada. Terminati i negozi alla sua sinistra strisciò su una parete grezza fatta di mattoni rossi a vista che diventò in cemento grigio sempre grezzo. La parete aveva una rientranza di due metri, con una sbarra orizzontale in ferro arrugginito, a un metro dal fondo stradale. L’ubriacone appoggiò entrambe le mani sulla sbarra, sputò per terra e si guardò i piedi. Osservando le scarpe e la sbarra più volte ebbe una prima allucinazione, per effetto dell’alcool, entrato ormai in circolo nel sangue: gli sembrò di essere un cavallo lasciato in quel punto da un principe rinascimentale; vide una corda attaccata alla sbarra metallica e come preso dal panico, cercò di slegare la corda dalle briglie sul collo. Ma poi si mise a ridere a squarciagola perché si rese conto che stava vaneggiando. Con molta fatica arrivò finalmente all’arco di ingresso della Piazza fermandosi e appoggiandosi, poco prima, a un bidone pubblico dei rifiuti. Non appena posò il piede destro sulle piastrelle in marmo, antistanti la Cattedrale di Sant’Ambrogio, gli si chiusero gli occhi involontariamente per i bagliori dei lampioni.

Non appena li riaprì, a fatica, per procedere nel cammino, si mise a osservare Piazza Ducale con sguardo incantato. Era come se l’avesse vista per la prima volta. L’effetto dell’alcool gliela fece sembrare come fosse una spiaggia frequentata da donne nudiste. Donne con seni piccoli ma simpatici, donne con le poppe a pera, donne col pube glabro e altre peloso nei punti giusti. Ma a un tratto, quello che sembrò un paradiso di sole femmine, ritornò a essere, alla vista, la solita Piazza, pur sempre bella, ma la solita inalterata Piazza Ducale. L’uomo si incamminò di nuovo procedendo sotto il portico alla sua destra.

Quella notte non si vedeva in giro un’anima viva, a parte l’incontro indesiderato col millepiedi. Erano le 3 del mattino, di un mercoledì qualunque di inizio primavera. Armando, sempre barcollando e rasentando le mura e le vetrine, inciampò inavvertitamente in una fessura tra due piastrelle di marmo e cadde a terra come un sacco di patate, riversandosi a pancia in su. Si ritrovò in una goffa posizione con lo sguardo rivolto verso la torre del castello. Osservò la torre del Bramante dal basso verso l’alto nella sua magnificenza, come non l’aveva mai vista nel suo splendore: tutta illuminata da una meravigliosa luna piena. Osservò anche i merli della grande torre e gli sembrò di vedere delle persone che erano affacciate fra i rialzi in muratura, che lo stavano osservando.

Si infastidì e gli urlò:
<< Ehi! Che cosa volete da me? Che cosa avete da guardare? >>

Gli sembrò anche di sentire suonare le campane della torre:
din don dan, din don dan e ancora din don dan, din don dan.
Le sentì suonare forte, a festa.

<<Ma che caz… su… su…suonano le campane a quest’ora? Sono ubriachi, hic hic. >> disse l’uomo con voce rauca.

Ancora colto da un piccolo barlume di lucidità, si ricordò che aveva bevuto parecchio la sera prima e così si fece forza e si alzò di nuovo procedendo verso Via Caduti per la Liberazione. Non appena uscì dal porticato, lasciò anche la Piazza dirigendosi finalmente verso casa e, quasi contento per essere riuscito nell’impresa e ancora naturalmente sotto l’effetto gaiezza dell’alcool, si mise a cantare quello che sarebbe diventato il tormentone estivo del 2017:
“Fra le granite e le granate” di Gabbani.
Procedendo a passo lento e sempre barcollante riuscì ad avere più stabilità rispetto a qualche minuto prima, in quanto stava cominciando a dissiparsi il tasso alcolemico nel suo organismo.

‘Oggi il paradiso costa la metà… hic hic, lo dice il venditore di felicitĂ  in fuga dall’inferno… hic hic hic, finalmente in viaggio la tua vacanza in un pacchetto omaggio… hic hic …
e Armando canticchiando e singhiozzando, arrivò a metà via…
Estate
Li dove siete? Hic Hic
Com’è che state?
Ci state bene? Hic
E hic… state…’

Egli arrivò alla fine della via trovandosi di fronte alla Chiesa di San Francesco. Si appoggiò alla cancellata di recinzione del luogo sacro per prendere fiato. Tirò fuori dalla tasca un fazzoletto di cotone, che probabilmente non vedeva la lavatrice da più di un mese, e si asciugò il sudore dalla fronte alta e stempiata, il naso grosso e bulboso e le gote rosee e paffute. Si girò verso la sua sinistra in quanto gli sembrò di aver visto il passaggio di qualcuno con la coda dell’occhio. Infatti, avanti una decina di metri, lungo la strada vide una persona di spalle che si allontanava e notò che indossava un giubbino con cappuccio sulla testa e dei pantaloni extra large; entrambi gli indumenti, scuri.
Armando pensò:
Mah, mi sa che quello deve essere proprio uno fuori di testa, conciato così con questo caldo.
Poi gli scappò l’occhio verso la fontana di San Francesco.

<<Ehi tu!? Hic, mi sa che sei più sbronzo di me, ti stai bevendo l’acqua dalla fontana come se fossi un cane?! Hic, hic.>>

Ma l’ubriacone, osservando meglio, vide che era immobile come la statua del Santo sovrastante. CosicchĂ© si avvicinò bene a lui e disse ad alta voce:
<<Mi sa tanto che questa volta ho bevuto veramente troppo, vedo scendere il sangue dalla bocca del leone.>>

Invece, arrivato a mezzo metro dalla fontana e sfregandosi energicamente gli occhi, vide che sgorgava acqua che si mischiava al sangue abbondante, proveniente sicuramente dalla persona che stava supina e con la testa sotto l’acqua corrente. Si avvicinò ancora di più per vedere meglio e inciampò inavvertitamente ancora, andando a cadere con il viso sopra la camicia tutta fradicia di sangue di un uomo. Armando si alzò subito schifato e, molto intirizzito, vide che era un cadavere con una siringa conficcata nell’occhio sinistro e la fronte grondante di sangue. Talmente grondante che ricopriva tutto il viso facendolo sembrare una maschera di indefinito rosso porpora.


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