> CAPITOLO 2 < I LIKE TO KILL

I like to kill – Chapter 2

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“Ciao maggiore Longobucco! Come vedi, ora la mia vendetta è compiuta, non sentirai piĂą parlare di me!”

Il capo RIS di Parma Salvatore Longobucco si svegliò la mattina presto dal solito incubo, prima che suonasse la sveglia. Era il prezzo che doveva pagare per sempre sulla sua pelle, il danno psicologico per il fallimento del caso Atropo di Monza. Fu il primo insuccesso della sua encomiabile carriera. Atropo l’aveva fatta franca ma, dopotutto, da fuorilegge vendicatore era riuscito a eliminare una buona fetta della malavita brianzola. Questa era la consapevolezza segreta del maggiore, già da quando il russo Bykov cominciò i suoi efferati omicidi. Ora Longobucco doveva pensare a un nuovo caso, nuovi delitti e altre vittime su cui indagare.

Ricevette la telefonata, il mattino del giorno precedente, dal maresciallo scelto del Comando dei Carabinieri di Vigevano, Antonio Pennetta. Era stato trovato, a notte fonda, il cadavere di un uomo atrocemente ammazzato. Era supino a terra, con la testa sotto l’acqua corrente della fontana di San Francesco, davanti all’omonima chiesa in centro a Vigevano. Il maggiore non poté recarsi immediatamente nel grande comune della Lomellina, in quanto la sua Martina aveva appena contratto un’anomala forma influenzale, che non poteva permetterle di accudire il loro piccolo bambino: Luca di soli 10 mesi. Pertanto Longobucco dedicò la giornata intera alla famiglia e verso sera accompagnò la compagna e il figlio dalla suocera Annamaria. Intanto mandò al Comando dei Carabinieri di Vigevano il suo vice, tenente Stefano Gornati.

Erano le cinque e quindici e il maggiore era di fronte allo specchio per lavarsi la faccia. La sua immagine riflessa era quella di un uomo che aveva ormai compiuto i cinquant’anni da parecchio. Anni sufficienti che mostravano sul suo viso qualche ruga abbozzata qua e là come il segno di una matita sul foglio: delle lievi rughe agli angoli degli occhi scuri e profondi e altre sulle guance e ancora altre più marcate sulla fronte. La sera precedente si era già fatto la barba e la doccia. Erano le sue solite pratiche igieniche del mattino, ma a causa dell’inaspettata solitudine le fece alla sera, come distrazione, per contrastarla. Quando si trovava in trasferta per le missioni lavorative non sentiva la solitudine, mentre nella sua dimora di Parma sì. E questo era l’effetto imprevisto del “home sweet home”, dove tutto è calorosamente familiare e quando mancano le persone amate, che colorano la tua vita, ti senti tremendamente solo.
Ma Longobucco, mesi prima, non sapeva nemmeno dell’esistenza della “casa dolce casa” finchĂ© non la provò effettivamente sulla sua pelle. Fino a pochi mesi prima lui e Martina avevano avuto un rapporto alquanto libero: lei era spensieratamente libera di avere rapporti sessuali con qualsiasi suo collega di lavoro ospedaliero e così anche lui. Ma, con l’arrivo del pargoletto inaspettato, tutto cambiò, come succede in gran parte delle coppie “allegramente libertine”. E Longobucco accettò, suo malgrado, il lieto evento e non volle mai curarsi se fosse veramente suo figlio. Poteva essere figlio di un chirurgo oppure semplicemente di un infermiere, oppure nella migliore delle ipotesi sangue del suo sangue: l’importante era comunque che il padre dichiarato all’anagrafe fosse lui e che si sarebbe preso incondizionatamente tutte le sue responsabilitĂ . E magari un giorno, se la veritĂ  fosse venuta a galla, si sarebbe impegnato ad affrontare il discorso con il suo erede personalmente, non avrebbe lasciato assolutamente un’incombenza così delicata a Martina.

Mentre Longobucco si stava asciugando il viso, si guardò i capelli constatando che ormai non faceva piĂą caso a quelli bianchi perchĂ© erano diventati tutti uniformemente grigi. E questa era un’altra conseguenza negativa del fallimento Atropo. Fece colazione e si vestì. Alle sei in punto era al posto di guida della sua Alfa. In poche ore, facendo sosta a metĂ  strada in autogrill, si trovò a pochi chilometri da Vigevano. A circa duecento metri dal ponte sopra il fiume che una volta poteva vantarsi di chiamarsi azzurro, vide frontalmente un grande cantiere per la realizzazione di un altro ma piĂą enorme ponte che sembrò a buon punto di completamento. Il ponte appariva enorme non tanto per la sua lunghezza quanto per la grandezza della sua campata. Il capo RIS, mentre seguì l’indicazione del satellitare che lo condusse verso la destinazione, sperò, di tutto cuore, che un’opera così imponente non fosse il solito sperpero delle ormai risicate casse dello Stato e fece un mesto sospiro perchĂ© pensò che, purtroppo, nel sessanta per cento di questi contesti i soldi dei contribuenti vengono sempre dilapidati.

A un certo punto gli scappò l’occhio sui cartelli stradali che indicavano la direzione della cittĂ  di Garlasco e gli venne in mente il drammatico omicidio di una giovane ragazza. Fu un caso risolto con la condanna dell’allora fidanzato, ma Longobucco pensò, non proprio brillantemente, in quanto non fu trovata l’arma del delitto e non furono trovate delle vere prove schiaccianti. Il maggiore arrivò in via Castellana al civico 26, di fronte all’ingresso della Caserma dei Carabinieri. Si aprì il cancello automatico e Longobucco entrò all’interno dirigendosi al piazzale del parcheggio. Non appena scese dall’Alfa gli andò incontro il carabiniere Strazzeri:

<<Buongiorno maggiore, la attendevamo, prego, mi segua che l’accompagno nell’ufficio del comandante Pastori. >>

Il carabiniere era in divisa e sembrava fiero del suo portamento. Longobucco non fece caso alla fisionomia del giovane militare. Nell’ufficio c’erano, oltre al maresciallo scelto Pennetta anche il collega, suo vice capo RIS, tenente Gornati e il comandante della Caserma, il colonnello Attilio Pastori. Longobucco non fece neanche in tempo a osservare il viso del comandante che fu subito incalzato da lui:

<<Prego maggiore, si accomodi pure, tutto bene il viaggio?>> e senza neanche attendere la risposta del capo RIS, cominciò subito la disquisizione del briefing:
<<Conosciamo l’identitĂ  della vittima: Angelo Tiraboschi. Era un professore dell’Istituto Tecnico Statale “Francesco Selmi” a Vigevano. Il suo vice qui presente, tenente Stefano Gornati, ha giĂ  coordinato l’ispezione del luogo del ritrovamento del suo cadavere, che stava supino sotto la fontana di San Francesco, di fronte all’omonima chiesa. Ho qua il suo rapporto>>.

<<Buongiorno tenente. >>

<<Buongiorno maggiore.>>

I due colleghi, nel frattempo, ebbero modo di salutarsi e altrettanto fece il maresciallo Pennetta che sorrise al capo RIS inarcando le sue folte sopracciglia. Pastori, con lo stesso sguardo di una persona che vedesse, per la prima volta il film Profondo Rosso, lesse il rapporto:
<<La vittima è stata probabilmente tramortita con un colpo di martello tira chiodi sulla fronte e poi uccisa con un colpo secco al cuore inferto con l’aculeo di un punteruolo. Inoltre, nell’occhio del cadavere è stata infilzata una siringa senza il liquido. All’interno della stessa c’era un piccolo foglietto con scritto sopra un breve aforisma formato da lettere ritagliate da un quotidiano e incollate:
“La morte è l’abisso da cui non è consentito a nessun viaggiatore di tornare”. Si tratta di un aforisma di George Washington. Signori…>>

Prima di continuare, il comandante Pastori fece una pausa come se stesse per riprendersi da uno shock, come se avesse rielaborato la scena del crimine nella sua mente e avesse assistito allo scempio in prima persona.

<<… Signori, il modus operandi è il medesimo dei quattro omicidi avvenuti negli anni settanta e ottanta sempre in questa cittĂ . Per cui le ipotesi sono due: ci troviamo di fronte a un copycat, oppure il colpevole che era stato arrestato, in seguito suicidatosi in prigione, non era effettivamente lui. >>


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7 commenti

  1. Minjee Lee Brue ha detto:

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    Piace a 2 people

    1. carlobianchiorbis ha detto:

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      Thank you dear nice friend

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    2. carlobianchiorbis ha detto:

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