> CAPITOLO 9 < I LIKE TO KILL

I like to kill – Chapter 9

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“Piccoli uomini e piccole donne, tutti quanti poveri pagliacci al servizio di un padrone al quale dire sempre YES SIR a prescindere dalla sua etica e dal suo indirizzo professionale. Il lavoro nobilita l’uomo, stronzate! Il lavoro rende l’uomo schiavo, non solo del padrone ma anche schiavo della sua falsa personalità. Qualsiasi lavoratore al di fuori di una Azienda ha un comportamento diverso, è solitamente più onesto, più sincero e più altruista. Tutti i santi giorni ci tocca recitare questa farsa per sopravvivere.”

Massimo Lovetti, che stava viaggiando sul solito treno proveniente dalla sua Mortara, faceva sovente queste meste considerazioni. Guardò dal finestrino la solita campagna fatta di campi e marcite pronte per le coltivazioni, ma almeno era primavera e vedeva anche distese verdi e dorate che sembravano come degli arazzi dipinti da Antonio Ligabue. Il sole appena sorto ad est passò attraverso il vetro del finestrino illuminando il viso di Lovetti, segnato da leggere rughe sulla fronte e accecando i suoi occhi chiari. Fu per questo che indossò un paio di occhiali da sole neri. Quel mattino non riuscì a sistemarsi bene i capelli. Gli capitava spesso ultimamente e pertanto ogni minuto passava la mano sul ciuffo lungo, assestandolo verso il sopracciglio sinistro. Con i capelli tinti in real black e gli occhiali neri e scuri, più che un professore sembrava un becchino. Il treno arrivò alla stazione di Vigevano e Lovetti scese dalla carrozza insieme ai soliti numerosi studenti e alla solita signora Concetta, commessa della cartoleria del centro città.

<<Buongiorno.>>
<<Buongiorno.>>

Ogni mattino lui e lei si scambiavano semplicemente il solito cordiale saluto. Erano ormai parecchi anni che si conoscevano di vista ma niente più, il loro rapporto era confinato a un semplice ed educato buongiorno.

Lovetti uscì dalla stazione e sulla piazza c’era Salvatore De Santis ad attenderlo. L’amico d’infanzia Desa oppure soprannominato Morgan, lo attendeva appoggiato sulla Peugeot 208 grigia fumandosi una sigaretta. Sul sedile posteriore dell’auto francese aveva un cesto stracolmo di sandwich per la ricreazione degli studenti. Panini imbottiti di ogni ben di Dio preparati al bar di primo mattino. Salvatore riuscì ad avere, grazie a una buona parola di Massimo con il preside Martini della scuola, la prelazione assoluta per la vendita. Per questo motivo, De Santis accompagnava Lovetti dalla stazione alla scuola, ogni mattina in cui il professore dava lezione durante le prime ore. Il percorso fino all’Istituto Tecnico era brevissimo (pochissimi minuti a piedi), ma a entrambi faceva piacere chiacchierare sull’auto. Rimanevano anche dieci minuti a parlare sulla vettura parcheggiata nel cortile della scuola.

Quel giorno il barista, prima di salire sull’auto, gettò la sigaretta consumata a metà e, una volta sedutosi, avviò il motore mentre diceva all’amico che intanto si era anche lui accomodato di fianco:

<<Allora caro Massimo? Domani mattina ti toccherà andare alla Caserma dei Carabinieri come persona informata sui fatti, per l’omicidio del tuo collega.>>

<<E si caro Desa mi tocca, che palle! Evidentemente hanno convocato me, per primo, in quanto ho più hanno alle spalle, come attività di professore nell’Istituto. E poi verrà, naturalmente, anche il turno per gli altri colleghi. Sicuramente verranno sentiti anche i nostri cari amici Mario e Claudio. Mi sa tanto che sarai coinvolto anche tu.>>

<<Mi sa tanto anche a me, temo di sì. Le forze dell’ordine non trascurano nulla, in questi casi cercano di coinvolgere più persone possibili. Ma ti sei fatto un’idea di chi può essere stato? Fra l’altro hai sentito il notiziario di stamattina? Anche se i carabinieri cercano di mantenere il più stretto riserbo del caso è trapelato un particolare che mi ha, devo dire, turbato non poco.>>

<<No Morgan, quale particolare?>>

<<Tiraboschi è stato, sembrerebbe, ucciso con le stesse modalità del killer Aforista. >>

<<No?! Non ci posso credere, non è possibile, era stato arrestato Locatelli del nostro condominio e dopo pochi mesi morì suicida. Quindi stai pensando la stessa cosa che sto pensando io? E cioè che Locatelli non fosse l’Aforista?>>

<<E sì, oppure potrebbe essere un pazzo maniaco che vuole copiarlo. Però, pensandoci bene, noi che lo abbiamo conosciuto da vicino in quegli anni, era stato accusato di pedofilia ma era troppo sfigato per essere il killer.>>

<<È vero, sono d’accordo con te Morgan.>>

I due amici arrivarono al parcheggio interno dell’Istituto Tecnico Statale “Francesco Selmi”, parlarono del più e del meno ancora per alcuni minuti e poi scesero dall’auto, issarono insieme il cesto e si avviarono all’interno della scuola. Non appena entrati, salutarono il loro amico comune d’infanzia Mario che stava seduto alla scrivania. Lovetti andò verso l’aula dei professori e De Santis affidò a Mario Casari il cesto con i panini per la ricreazione dei ragazzi. Mentre il barista stava per lasciare l’amico bidello, rimase per alcuni secondi a osservare la madre di una studentessa che si stava proprio recando da Lovetti per parlare di sua figlia.

<<Che gnocca, che super bionda, Morgan cosa ne pensi?>> chiese Mario a bassa voce.

<<E sì, è snella ma ha un culo meraviglioso. L’aspetterei quasi quasi all’uscita della scuola e la inviterei nel mio bar, le offrirei naturalmente una completa colazione gratis e le farei un filo strepitoso, le farei un pressing talmente asfissiante che non potrà mai negarmi un invito a cena e poi volare dritta dritta nel mio letto per una notte di fuochi d’artificio>> disse De Santis anche lui a bassa voce e chiese:

<<Sai come si chiama?>>

Casari prima di rispondere si mise a sghignazzare per alcuni secondi coprendosi la faccia con le mani, per non fare chiasso:

<<Sei proprio un pirla Morgan, ah ah ah, sei proprio un pirla, ah ah ah.>>

E ripresosi dalla breve euforia rispose:

<<Si chiama Barbara Trevisan ed è madre di un’alunna di Massimo.>>

<<Bene caro, buono a sapersi, speriamo che quel porcello del nostro amico non me la consumi prima di me! >> disse De Santis ridacchiando e osservandola. Dopodiché volse lo sguardo verso l’amico e, con occhi luminosi di arrapamento, lo salutò. Intanto la madre della studentessa entrò nell’aula dei professori chiedendo permesso. Lovetti fece accomodare la giovane madre che si sedette e accavallò con eleganza le gambe nude e abbronzate, mentre una ballerina si sfilò dal suo piede destro. La donna si chinò leggermente per sistemare la scarpetta, facendo vedere un décolleté molto generoso e poi si rizzò, rivolse lo sguardo verso il professore e disse:

<<Mi scusi professor Lovetti, ma non ci siamo già visti da qualche parte ultimamente? >>

<<No, signora, non mi pare.>>


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