> CAPITOLO 14 < I LIKE TO KILL

I like to kill – Chapter 14

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E venne l’alba dopo la tempesta, crudele e mortale, caduta sulla giovane Sabrina Miccio. Una violenta burrasca di overdose di farmaci che aveva segnato la fine dei giorni della professoressa. Il tempo e le indagini faranno forse chiarezza sui forti dubbi delle forze dell’ordine, convinte che la donna non si sia suicidata, ma costretta a farlo perché sapeva di segreti e pertanto doveva tacere per sempre. In caserma, dopo il primo interrogatorio di Massimo Lovetti del giorno precedente, ricominciarono di buon mattino le indagini sulle persone collegate alla vittima. Mario Casari, il bidello, fu il primo a essere sottoposto alle domande del tenente Gornati e della detective Alice Leoni. Era assente il capo RIS Salvatore Longobucco in quanto volle assistere personalmente all’autopsia sul cadavere di Sabrina Miccio. L’esame autoptico venne affidato al dottor Silvio Greppi da Varese, esperto medico legale con tanti decenni di attività alle spalle.
Mario Casari arrivò camminando con le ginocchia rientranti e con la schiena leggermente ingobbita e si sedette sbuffando goffamente.

<<Buongiorno signor Casari, la ringraziamo per essere venuto, dobbiamo porle delle domande riguardo l’omicidio di Tiraboschi. Lei che rapporti aveva con la vittima? >>

Il bidello, prima di rispondere, si asciugò col fazzoletto le gocce di sudore sulla fronte leggermente rugosa e osservò per alcuni secondi negli occhi l’affascinante detective che abbassò imbarazzata il suo sguardo:

<<I nostri rapporti erano solo limitati alle normali attività scolastiche. Non ho mai avuto scambi di opinioni con il professore Tiraboschi. >>

Gornati prima di fare un’altra domanda constatò che gli occhi scuri di Casari erano inespressivi, non facevano trapelare alcuna emozione. Ogni tanto però si accarezzava i suoi capelli brizzolati e corti tagliati a spazzola.

<<Che idea si è fatto del suicidio della professoressa Miccio?>>

<<Non saprei>> rispose secco il bidello e osservò ancora negli occhi la detective che questa volta, senza condizionamenti gli chiese:

<<Dove si trovava la notte del 14 aprile? >>

<<Mi scusi, ma non vede la mia situazione signora bella?>> rispose molto scocciato l’interrogato.

<<Certo signor Casari, ma abbiamo ragione di pensare che l’assassino di Tiraboschi abbia avuto dei complici. >>

Il bidello rispose con ritrosia alla detective:

<<A casa del mio amico Salvatore De Santis, quasi fino all’alba. Era il giorno di chiusura del suo bar. C’erano con noi anche il professore Massimo Lovetti e Don Claudio Casnaghi, nostri amici comuni. Avevamo fatto un gran torneo di Risiko.>>

Non appena Mario Casari dichiarò il suo alibi, il vice capo RIS pensò con rabbia:
“Guarda caso, tutti e quattro amici d’infanzia, si sono creati un bell’alibi comune.”

Infatti, negli interrogatori successivi, De Santis e il sacerdote dichiararono lo stesso alibi. Inoltre Don Casnaghi, di cui la detective Leoni aveva scoperto essere amico e compagno di scuola di Sabrina Miccio, non dichiarò niente di significativo su di lei, in quanto, molto probabilmente, i dettagli importanti erano stati confessati a lui in chiesa e pertanto vincolati dal sigillo sacramentale. La detective Leoni incalzò di nuovo il bidello, con due ultime domande, alle quali egli rispose sempre più seccato:

<<Mi scusi di nuovo signor Casari, ma io devo fare il mio lavoro. È invalido dalla nascita?>>

<<No! Sono così dall’età di quindici anni, a causa di una forma rara di virus. >>

<< È patentato?>>

<<Si! Patente B speciale, ma attualmente sto cercando di acquistare una nuova auto, perché la mia Yaris è ormai da rottamare.>>

Vennero anche interrogati il giovane professore di ginnastica Andrea Barbaglia che ricopriva il ruolo solo da inizio anno scolastico e una professoressa supplente, ma non emersero particolari degni di rilievo. Invece, altri quattro professori dell’Istituto non vennero nemmeno presi in considerazione per un interrogatorio, in quanto erano insegnanti temporanei e risultava che non avessero mai avuto contatti particolari con la vittima. Nei giorni successivi furono programmati anche degli interrogatori a tre studentesse che avevano intrattenuto una relazione con Tiraboschi. Avrebbero dovuto presentarsi accompagnate da un genitore perché minorenni. Arrivò il turno della professoressa Valeria De Marchi e nel frattempo entrò nell’ufficio anche il maggiore Salvatore Longobucco. Il capo RIS si posizionò davanti alla finestra come fece il suo collega nell’interrogatorio di Lovetti.

<<Come mai è così convinta che la sua collega non può essersi suicidata? >>, chiese Longobucco con tono quasi sconsolato, in quanto l’autopsia sul cadavere della donna non aveva dato buoni riscontri come si attendeva e cioè che fosse stata obbligata e quindi avesse magari dei segni di violenza sul suo corpo. L’interrogata, con voce commossa e provata rispose:

<<Io e Sabrina abbiamo avuto un’importante storia d’amore. Una volta finita fra noi due, lei non si è mai voluta rassegnare all’idea che io mi fossi fidanzata con un uomo. Così, una sera mi confessò al cellulare che era andata a letto con Tiraboschi per ripicca nei miei confronti. Fu proprio la sera del giorno in cui parlammo, nei bagni della scuola, del suo omicidio. Lei in quell’occasione fece l’ennesimo tentativo di approccio, per convincermi a rimetterci insieme. Ma io la respinsi. Tuttavia quella sera, dopo parecchi minuti di conversazione al cellulare, mi convinsi che ero pazzamente innamorata di lei e le espressi le mie intenzioni di lasciare il mio fidanzato Carlo e che sarei andata a vivere con lei. Sabrina fu così entusiasta della mia decisione che si mise a piangere, prima si staccare la comunicazione. Capite ora perché non può essersi suicidata! >> e la professoressa si mise a singhiozzare a dirotto tanto che dovette alzarsi la detective Leoni per consolarla. Il tenente Gornati, che aveva già verificato dai tabulati telefonici che effettivamente Valeria De Marchi aveva ricevuto, quella sera, una telefonata sul suo cellulare da quello di Sabrina Miccio, le chiese:

<<Mi può dire dov’era la notte del 14 aprile? >>

La donna rispose che l’aveva passata a casa del suo fidanzato Carlo.
Per ultimo fu interrogato il preside della scuola Giorgio Martini, vestito come si addice a una persona nella sua posizione professionale: abito grigio con doppio petto e cravatta nera. Viso ben rasato, occhi marroni chiari molto vicini e sopracciglia curate. Il tutto contrastante con una capigliatura stramba fatta di un esagero riporto e occhiali da vista antiquati, troppo antiquati, in colore marrone, modello vecchietto nato negli anni venti.

<<Abbiamo constatato che la vittima ha avuto una relazione con almeno tre studentesse minorenni e tre professoresse di cui una è stata trovata presumibilmente suicida ieri nella sua abitazione. Sa spiegarci come mai lei non ha mai disposto per il suo trasferimento punitivo, signor Martini?>> chiese con tono molto deciso il maggiore Longobucco. Il preside si tolse gli occhiali e cominciò a lustrarli con la cravatta. Un atteggiamento che, evidentemente, gli faceva guadagnare tempo e ragionare prima di rispondere. Quindi si rimise gli occhiali e, prima di rispondere, guardò l’interlocutore con la tipica espressione inespressiva che si può assumere soltanto quando si è presidi:

<<Dovete sapere che io sono divorziato e ho un figlio unico con dei gravi problemi, è autistico. La mia ex moglie ci ha abbandonati, lasciandomi la patria potestà. Il professore Angelo Tiraboschi, prima di essersi specializzato come insegnante di Estimo, era volontario in un Istituto per ragazzi con problemi di autismo. Mio figlio era seguito ottimamente da Angelo che lo aiutava negli studi.>>

Mentre disse queste parole i due colleghi dei RIS di Parma si guardarono e scossero la testa mestamente. Dal canto suo la detective Leoni fece un lieve sorriso amaro e chiese al preside:

<<Dove si trovava la notte del 14 aprile? >>

<<Sono stato a casa con mio figlio.>>

La lunga giornata degli interrogatori terminò e i quattro amici di vecchia data erano al solito bar di De Santis.

<<Grazie ragazzi per questo alibi concordato di comune accordo, non mi andava proprio di fare sapere le mie abitudini personali alle forze dell’ordine>> disse Lovetti.

<<Devi ringraziare il “santissimo”, è stata una sua idea>> disse Salvatore De Santis mentre stava portando i boccali di birra al tavolo.>>

I quattro amici alzarono la caraffa di birra e dissero all’unisono:
<<Grazie Don Claudio! >>

E il sacerdote disse:

<<Ognuno di noi non aveva un alibi credibile o perlomeno non volevamo mettere in pasto ai media la nostra vita privata, perché è risaputo che le notizie private escono dagli ambienti delle forze dell’ordine come l’acqua da un colapasta. Pertanto è stata la scelta giusta, secondo me.>>

<<Certo la scelta giusta!>> dissero tutti di nuovo all’unisono e bevvero la birra fresca che scese nel loro esofago contaminato di meschinità. Mario, Massimo e Salvatore mentre bevevano osservarono Don Claudio che si incupì in un’espressione di totale turbamento.

<<Scusatemi cari amici, ma ora vi devo lasciare, fra due giorni ci sarà il funerale della povera Sabrina e vorrò celebrarlo io, l’ho promesso ai suoi cari genitori. Sarà dura, ma glielo devo.>>

Gli amici lo salutarono mestamente.


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