> CAPITOLO 26 < I LIKE TO KILL

I like to kill – Chapter 26

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Il preside Martini dispose la chiusura per lutto dell’Istituto Tecnico “Francesco Selmi” per due giorni. In un breve periodo di primavera, furono commessi tre omicidi che rappresentarono, in maniera simbolicamente macabra, la scuola: un professore, la madre di una studentessa e uno studente.

Tutti e tre uccisi dall’Aforista, con il medesimo modus operandi, e i loro corpi trovati massacrati davanti a chiese cristiane. Per tutti e tre non è stato identificato il luogo preciso del delitto, ma solo le zone delle cellule telefoniche dei loro cellulari, poi occultati dall’assassino. Zone localizzate in cui le vittime avevano trascorso gli ultimi attimi di vita sulla terra.
Pertanto la chiusura dell’Istituto Tecnico fu un atto doveroso nel rispetto delle vittime e dei parenti delle stesse.

Ormai ogni emittente televisiva trasmetteva nei TG e in ogni programma di intrattenimento il caso di Vigevano con i raccapriccianti omicidi firmati dall’Aforista.

Caterina Donati venne a sapere, proprio da un network televisivo, l’omicidio del suo ex fidanzato Gabriele Brusa. In un primo momento, quando apprese della morte del porco nazista tatuato (che tentò di violentarla, per poi abbandonarla senza pietà in strada, mezza nuda, al suo destino), ebbe un sussulto di immenso e immorale piacere di rivalsa. Ma poi, da buona cristiana credente e praticante, si rese conto che la vendetta fu effettivamente sproporzionata, anche se, quella lurida notte, a mente calda, gli aveva augurato di ben peggio. La ragazza, non potendo andare a scuola, era a casa da sola. Era orfana di padre da parecchi anni e la madre Teresa era sempre assente per lavoro (faceva l’interprete per un’importante multinazionale di Milano e pertanto era sempre in trasferta all’estero). Comunque Caterina preferiva la solitudine alla compagnia della madre, perché il passatempo preferito di Teresa era quello di tormentarla su ogni cosa. Un giorno sì e uno no c’era la presenza della donna delle pulizie che, all’occorrenza, le faceva da mangiare anche per il giorno dopo, ma la ragazza preferiva cibarsi di schifezze (così venivano chiamate dalla madre) che per lei erano leccornie da gustare sul divano, in salotto davanti alla TV. Caterina aveva anche la possibilità di andare dalla nonna materna Virginia. Ma essa declinava spesso l’invito dell’anziana donna trovando sempre svariate scuse. La nonna era troppo somigliante a sua figlia Teresa, sia caratterialmente che come fisionomia e pertanto, per la ragazza, non era assolutamente gradita la sua compagnia. Cosicché decise di andare a trovare consolazione da colui che le faceva una corte serrata da diversi giorni, nonostante fosse già insieme a Gabriele da mesi, ovverosia Salvatore De Santis.

Caterina arrivò nel bar da lui gestito intorno alle 11. Non appena si trovò di fronte al banco, c’era una ragazza che stava servendo un aperitivo a un cliente. Si trattava di Monica Salmoiraghi che si voltò verso di lei e le chiese cosa desiderasse da bere.

<<Un aperitivo analcolico per favore.>>

La barista, non appena terminò di servire un cliente, preparò il drink per la giovane ragazza e quando stava per porle il bicchiere pieno e colorato, sentì chiedersi:

<<Oggi non c’è Salvatore?>>

Monica, prima di rispondere, pensò a quanto fosse malato di figa il suo collega, ma non al punto di mettersi con una minorenne.

<<È uscito ma non so se rientra fra poco. Tu sai Katia a che ora rientra Salvatore?>> chiese alzando il tono della voce.
La collega, che aveva appena servito a un tavolo, si avvicinò al banco e rispose:

<<Mi ha detto che sarebbe andato dal commercialista e il suo ritorno sarebbe stato non più tardi di mezzogiorno.>>
Katia Mengacci si avvicinò alla collega e salutò Caterina sorridendole.

Passarono soli pochi minuti e tornò De Santis. La minorenne e il barista furono entrambi lieti di vedersi.

<<Ciao bellezza, come stai?>>

Anch’egli aveva appreso dai mass media l’uccisione di Brusa e fece molta fatica a mostrarsi falsamente affranto.

<<Non molto bene come potrai immaginare, caro.>>

Ma anch’essa non mostrò un’espressione del viso realmente afflitta.

<<Andiamo di là nel mio ufficio così potremo parlare più tranquillamente.>>

E Caterina lo seguì senza batter ciglio. Monica, che osservò Salvatore mentre passava dinnanzi a lei, senza guardarla, si morse il sottile labbro inferiore e scrollò il capo.

Nel mentre, in una stanza segreta allestita dalla Procura di Pavia, stava avvenendo la registrazione della conversazione tra De Santis e la ragazza. Monica Salmoiraghi aveva piazzato una cimice dove le aveva indicato il capo RIS Longobucco: sulla parete esterna, in fondo al cassetto della scrivania. Pertanto dovette svuotare metà cassetto e sfilarlo completamente dai binari, dopodiché piazzare la cimice sulla parete esterna in legno grezzo, reinserire il cassetto e infine rimettere gli oggetti all’interno, stando attenta a disporli grossomodo com’erano in origine, affinché De Santis non se ne accorgesse e non si insospettisse. La barista collega non aveva perdonato il trattamento “usa e getta” di Salvatore nei suoi confronti, soprattutto quando era andato a letto con Katia dopo soli pochi giorni che l’aveva lasciata. Il maggiore Longobucco intuì subito nell’interrogatorio in caserma, avvenuto giorni prima, che il rapporto intimo della barista con De Santis non era stato un semplice flirt e che era rimasta delusa e risentita. Pertanto, quando le chiese in gran segreto di collaborare con le forze dell’ordine, accettò subito senza esitazione alcuna.

Si sentì la prima voce femminile proveniente dalla cimice:

‘Ma sei pazzo Salvatore?’

‘Perché dovrei essere pazzo, Caterina?’

‘Perché ieri notte sei venuto con la torcia a farci spaventare mentre eravamo appartati in auto. Mi stavi quasi per far venire un colpo.’

‘Ma guarda che non ero io. Ti pare che io possa avervi pedinato e oltretutto fare anche il guardone?’

‘Certamente no, Salvatore, scusami. Ma ero così convinta che fossi tu, che stavo quasi impazzendo dalla delusione. E poi quel brutale assassinio di Gabriele, nelle stesse modalità degli altri omicidi…’

‘Cosa vorresti insinuare ora, che io potrei essere l’Aforista?’

‘No, però Don Claudio che sapeva tutto, vabbè che c’è il segreto confessionale, però…’

‘ Su dai tesoro, sei molto confusa, vieni qui tra le mie braccia che lo so io di che cosa hai bisogno. Hai bisogno di essere consolata.’

E la ragazza si lasciò andare fra le braccia dell’uomo che le accarezzò anche teneramente i capelli blu. Caterina osservò gli occhi dell’uomo e disse:

‘ I tuoi occhi di colore diverso mi fanno impazzire!’

Nel frattempo, nella stanza segreta, i due carabinieri Gennaro e Giuseppe, che stavano registrando la conversazione, si osservarono sorridendo, poiché intuirono chiaramente quello che stava per succedere nell’ufficio del bar di De Santis. Ed essi non si stupirono più di tanto della situazione imbarazzante, anche perché era una di quelle circostanze che potevano presentarsi di sovente, andando a spiare nelle sfere private altrui.
L’uomo baciò la ragazza con trasporto. Dopo pochi secondi si spogliarono a vicenda e, prima che cominciassero a fare l’amore, lui andò a chiudere a chiave la porta dell’ufficio.

Caterina con una candida voce fervente disse:

‘Sii delicato amore perché sono vergine.’

Gli uomini delle forze dell’ordine che ascoltavano da chilometri di distanza, nonostante che ne avessero sentite d’ogni sorta nella loro carriera, rimasero comunque stupiti e Gennaro disse a Giuseppe, a bassa voce:

<<Ma sentì te cosà sta a ffa’ chistu strunz.>>


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