> CAPITOLO 30 < I LIKE TO KILL

I like to kill – Chapter 30

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<<Da una prima verifica del medico legale risulta che Gornati sia morto per affogamento ed è molto probabile che avesse un tasso alcolemico molto elevato, prima che andasse a finire con la propria auto dritto nel Ticino.>>

Il maggiore Longobucco, tornato dalla sua Parma, andò direttamente in caserma dal comandante Attilio Pastori che lo stava mettendo al corrente, dettagliatamente, di quanto era accaduto al suo collega. C’erano presenti al briefing anche la detective Leoni e il maresciallo scelto Antonio Pennetta. La collega non sembrava molto affranta per quanto accaduto a Gornati. Mentre ascoltava, il maggiore pensò che fosse molto strano che il suo vice si fosse ubriacato. Longobucco sapeva che beveva, ma moderatamente. Non lo aveva mai visto eccedere nelle cene insieme nella locanda Vesuvio. Sapeva che era un gran fumatore ma assolutamente non un gran bevitore. Si ricordò di quella sera in cui gli era avanzata addirittura mezza pinta di birra, nonostante avesse mangiato una pizza capricciosa con tanto di acciughe e capperi.
“Sono quei particolari che potrebbero essere normalmente insignificanti per le persone comuni, ma io, nella mia professione non trascuro niente,” pensò il capo RIS e gli venne in mente il suicidio sospetto di Sabrina Miccio:

“Il tenente Gornati stava scoprendo qualcosa sul conto dell’Aforista e quindi è stato eliminato pure lui, con una simulazione di incidente?”

Continuava, intanto, la disquisizione, il comandante Pastori:

<<Abbiamo già verificato tutto il tragitto che porta al Ticino: sulla strada “Chiappana” non ci sono videocamere di sorveglianza che puntano sul percorso. Quelle poche presenti sono di proprietà private e sono puntate sui loro ingressi e cortili interni. Magari, se avessimo potuto vedere delle registrazioni del passaggio dell’auto di Gornati sulla strada, avremmo avuto dei dettagli importanti, quali la velocità di percorrenza o se sbandava. E anche, naturalmente, verificare le auto che hanno percorso quella strada nello stesso orario del nostro povero collega. Sta di fatto che il tenente è finito proprio direttamente nel fiume, e non ci sono, in prossimità della riva, segni di frenata che possano fare presupporre un tentativo per evitare la sciagura. Ma quello che ci chiediamo ora è: che cosa ci faceva Gornati ad Abbiategrasso?>>

Rispose alla domanda la detective Leoni:

<<Il tenente aveva un parente, mi pare di ricordare che vivesse lì un cugino.>>

Mentre essa diceva queste parole guardava Longobucco perché intendesse che la sua intimità con Gornati era diventata molto stretta e che a lui non rimaneva che rosicare e pentirsi. Ma l’uomo contraccambiò lo sguardo con una totale indifferenza poiché era un dettaglio, di cui comunque erano già venuti a conoscenza, lui e Pennetta durante la prima sera trascorsa nella pizzeria “Vesuvio”.

<<Okay dottoressa Leoni, la prego di interrogare al più presto il cugino di Gornati affinché possiamo verificare i suoi spostamenti nella giornata della disgrazia. La potrà accompagnare il qui presente maresciallo Antonio Pennetta.>>

Il sottoposto annuì scuotendo la testa e sorrise inarcando le sue folte sopracciglia. Quando il comandante disse queste parole, Longobucco pensò di andare, da solo, in perlustrazione sulla strada che portava alla “Chiappana”.

Egli era più che convinto che in quel luogo, in quella valle che conduceva al Ticino di Abbiategrasso, c’era la chiave che lo avrebbe portato a scoprire l’identità dell’Aforista.


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