> CAPITOLO 11 < IL MARE FRA DI NOI

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Noi dobbiamo attribuire la massima importanza al fatto che le fantasie che i bambini ascoltano, per la prima volta, debbano essere adattate nel modo più perfetto alla promozione della virtù.
(Platone)

È arrivata l’alba ma non sono riuscito a prendere sonno. Di fianco al letto, sul comodino, ho trovato un foglietto scritto e firmato a mano da Mariana, in italiano corretto e in bella grafia:

“Amore mio ti attendo sul terrazzo alle 11 in punto.”

Il biglietto profuma di una buona essenza che non riesco a individuare. È un’essenza che all’olfatto, di primo mattino, ti fa venire voglia di fare sesso. Guardo l’ora per la trentesima volta da quando mi sono coricato a letto: sono le nove e trenta. Penso che, senza dubbio, da quando sono sbarcato con l’aereo a San Paolo e mi sono affidato alla mia amante brasiliana, non ho privacy. È stato messo il foglietto sul comodino questa notte o mattino presto, mentre ho riposato quei pochi minuti di dormiveglia e non mi sono neanche accorto. Forse Gabriel o qualcuno sul libro paga di “papà Marcelo” si è introdotto nel mio appartamento senza neanche chiedere il mio permesso. Vabbè che sono loro ospite, però… E ora penso ancora ai piccoli misteri di Mariana: perché ha sviato il discorso quando le ho chiesto di poter visitare il Casinò di suo padre e poi da chi sarà andata ieri sera, così in tutta fretta e corrucciata? Penso che tutte queste cose non mi trovano comunque impreparato, le avevo in qualche qual modo previste. Prendo in mano ora il mio smartphone e rileggo l’inizio di un mio nuovo romanzo che magari un giorno pubblicherò su Wattpad. L’ho scritto sulla App Word in questa notte insonne appena trascorsa. È una favola, per tutti (grandi e piccini) e non so ancora se avrà un seguito, perché un po’ difficoltosa come sviluppo narrativo.

Comunque il titolo sarebbe “Le avventure di un globulo rosso” e il prologo è il seguente:


-Sono nato ma non so da chi, nel senso che non so chi è il mio papà e la mia mamma. Sono un globulo rosso e però ho un nome. Un nome che mi sono dato essendo orfano: Bardosso. Viaggio, viaggio e viaggio nei corpi dei mammiferi, animali e uomini. È un lavoro stancante il mio, ma mi dà tante soddisfazioni. Faccio parte dei tanti globuli rossi (milioni) e sono importante ma non proprio indispensabile perché faccio parte dei tanti, tantissimi che hanno la stessa funzione: grazie all’emoglobina trasferiamo continuamente ossigeno e anidride carbonica, facendo la spola dai polmoni alle zone più periferiche del corpo di un mammifero. Dicevo non indispensabile nel senso che noi globuli rossi moriamo e non se ne accorge nessuno, veniamo subito rimpiazzati senza neanche un minimo pensiero e ricordo del nostro importante lavoro. Per fortuna sono ancora vivo e vegeto ma nonostante, appunto, questo mio ruolo importante, non ci crederete, ma fra poco sarò un immigrato. Sì proprio così, ma un immigrato costretto. Sarò obbligato a trasferirmi da un corpo all’altro, un po’ come uno schiavo di colore ai tempi antichi dell’umanità, ma a quanto pare lo schiavismo c’è ancora nella società occidentale e non, solo che è sicuramente in una forma subdola legalizzata. Dicevo che sarò costretto a immigrare, ma perché? Io non voglio, vivo nel corpo di Amadeus. Sì proprio Amadeus, il presentatore con un gran naso. Non è un bell’uomo è un tipo ed è un purosangue siciliano. Sempre allegro, felice e pimpante. Nel suo corpo sto bene e mi diverto, non mi annoio mai insomma. Però l’illustre presentatore ha deciso di donare il suo sangue domani. Okay una buona azione per il prossimo, ma non vi siete mai chiesti che noi globuli rossi abbiamo un’anima? Abbiamo anche noi una dignità? E noi globuli rossi spesso viviamo quindi un’avventura. Avventura però rischiosa, perché può succedere che passando dalla vena alla siringa e viceversa in un altro corpo umano potremmo soccombere. Questa che vi racconterò è la mia umile avventura cari piccini e grandi uomini. Ma ci sono ancora grandi uomini al mondo? Questo è poi una considerazione troppo complessa. Accontentiamoci della mia semplice ma emozionante avventura.-

Sono sul terrazzo e non vedo più la piscina ma un’ampia piattaforma di colore grigio, sulla quale c’è disegnato un grande cerchio giallo con all’interno una “H”, sempre di colore giallo. Evidentemente la grande vasca è stata coperta da una struttura amovibile che funge come base di atterraggio. Sono in anticipo di dieci minuti rispetto all’orario dell’appuntamento e ora capisco perché, nel foglietto, Mariana ha scritto alle 11 in punto: sta arrivando un elicottero che deve atterrare sulla piattaforma. Mi tocca rientrare nell’ascensore se non voglio essere scaraventato giù dal grattacielo. Rimango lì fino a quando non sento più il rumore dell’aeromobile. Esco e vedo venirmi incontro la mia amante brasiliana. Sull’elicottero non noto nessuno e ne deduco che l’ha pilotato lei, da sola e molto probabilmente mi porterà a fare un giro da qualche parte per la mia terza “surpresa”. È molto sorridente, come suo solito, ma intuisco, dal leggero incurvamento degli angoli della sua bocca, che percepisce dall’espressione del mio viso un’evidente perplessità. Infatti non mi sento proprio a mio agio: primo perché soffro tremendamente di vertigini, soffro l’aereo e figuriamoci quindi l’elicottero e secondo perché mai e poi mai pensavo che Mariana fosse così in gamba, cosa mi devo aspettare ancora da lei? Da quest’ultima considerazione mi riprometto che devo assolutamente sapere ancora tante cose sul suo conto, onde evitare che mi ritrovi sì, con una “surpresa”, ma che non sia spiacevole. Meno male che mi sono vestito in modo adeguato: polo, jeans, scarpe sportive e occhiali da sole. Ma soprattutto mi sono premunito di qualche preservativo che ho messo nel portafoglio.

<<Amore mio non devi preocupação, vir che ti porto in un bel posto>> mi dice lei con tono suadente e rassicurante, prendendomi per mano. E io la seguo sull’elicottero come un bambino emozionato e impaurito. Siamo seduti e mi allaccio, come lei, la cintura di sicurezza. Mi passa le cuffie con il microfono e facciamo una prova di comunicazione:

<<Mi senti meu amor?>>
<<Si cara. E tu?>>

E lei annuisce con la testa, indossando un paio di occhiali da sole scuri. Nel mentre la osservo bene in quanto, prima, con la foga di eccitazione e inaspettato turbamento non ho avuto modo: ha i capelli corvini raccolti a coda di cavallo ed è vestita con un paio di jeans aderenti e una maglia a maniche lunghe con tulle a pois nera. Mariana accende il motore e mi sorride. Perlomeno evita di farmi il solito sghignazzo vedendo il mio sguardo sicuramente terrorizzato. Mentre le eliche cominciano a girare, osservo, come un bambino che ha visto Babbo Natale per la prima volta, il cruscotto che è una plancia nera tutta composta da tanti indicatori circolari con lancette, tipo tachimetri. Probabilmente potrebbero esserci dei tachimetri veri e propri, comunque sono proprio tanti, a occhio almeno una ventina. Le eliche sopra le nostre teste girano rumorosamente, a pieno regime e mi sento già il cuore letteralmente in gola.

<<Aiutooo! Stiamo decollandooo!>> Mariana pilota con padronanza l’elicottero, mentre io soffro come un cane. Le chiedo dove siamo diretti e lei mi risponde:

<<Rio de Janeiro.>>

“Sti cazzi” penso e stringo i denti sperando di non cagarmi addosso.


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