> CAPITOLO 21 < IL MARE FRA DI NOI

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A volte la notte me ne sto sveglio nel letto e mi chiedo: “Dove ho sbagliato?”. Poi una voce mi dice: “Ti ci vorrà più di una notte per questo”.
Charlie Brown, in Charles M. Schulz, Peanuts, 1950-2000

Passai tutto il tempo che rimaneva della mia terribile giornata, sempre recluso nel bilocale del palazzo di Marcelo. Furono ore interminabili senza niente da leggere, senza niente di niente che mi desse la possibilità, almeno, di impegnare quelle squallide ore pomeridiane.

Il mio smartphone personale fu sequestrato dall’aguzzino brasiliano.

“Chissà che non ci siano messaggi importanti di Lucilla. L’incubo che ho fatto ieri notte, riguardo lei, mi ha proprio angosciato. Visto che, effettivamente, quelli precedenti si sono drammaticamente avverati, non vorrei che fosse in pericolo”, pensai con molta preoccupazione.

Non appena rientrammo nell’autorimessa venni letteralmente trascinato da João fuori dal Suv all’ascensore e poi dentro l’appartamento dal quale non si poteva uscire, perché la porta era serrata e senza maniglia. Stetti sdraiato sul letto della camera guardando il soffitto e sonnecchiando. Perlomeno riuscii a non addormentarmi profondamente e così non feci il solito incubo a puntate. Non mi venne neanche portato il pranzo, tanto avevo comunque sempre lo stomaco chiuso come il giorno precedente. Luda non rientrò con me. Evidentemente aveva impegnato il suo tempo libero per assolvere l’attività di zoccola al servizio di Marcelo. La sentii rientrare dopo le nove di sera. Tanto per cambiare, si presentò completamente nuda in camera da letto. Aveva buttato i suoi abiti sparpagliati nella casa.

<<Guarda che ti ho posato un vassoio sul tavolo della sala. Ci sono sandwich e frutta a volontà, birra e acqua. Io ho già mangiato fuori e quindi il cibo è tutto per te>> mi disse la donna appoggiando una mano sullo stipite della porta. 

Mi alzai dal letto per andare a cenare in sala e decisi di rimanere lì, per parecchio tempo, evitando così di assistere allo spettacolino di yoga e arti marziali eseguito da Luda completamente nuda. Mangiai qualche sandwich osservando il panorama della città dalla finestra. Si vedevano grattacieli e palazzi illuminati dagli ultimi chiarori del sole al tramonto. L’appartamento, rispetto a quello dell’anfitrione criminale, dava sul lato opposto della Favela e pensai all’assurdità di quella contrapposizione sociale in così pochi chilometri.

Il palazzo di Marcelo era strategicamente fra la ricchezza e il degrado e lui era il vigile criminoso delle due realtà. Pensai con tenerezza ai due ragazzini Pedro e Luis che potevano essere, sicuramente, le vittime dello sporco smercio criminoso ad opera della mafia russa e brasiliana. “Poverini…e  mi piange il cuore perché non posso oppormi a questo scempio. Speriamo veramente che succeda qualche avvenimento provvidenziale e così venga fatta giustizia.”

Mi misi a pregare fino a notte fonda per i bambini della Favela, per Mariana e per Lucilla. Stravolto, me ne andai a letto e quella notte dormii poche ore ma profondamente, senza sognare e quindi senza fare incubi.
La notte passò e il risveglio non fu traumatico perché non feci incubi e non trovai Marcelo e Luda che copulavano, di fianco a me nel letto.

“Meno male che stamattina non hanno avuto il cattivo gusto di umiliarmi sotto il naso”, pensai.

La giovane criminale russa non solo si era già alzata e aveva già fatto la doccia, ma la trovai addirittura vestita che stava già terminando di fare colazione a tavola in sala. Era già pronta per uscire.

<<Ho delle pratiche da sbrigare, ti aspetto in autorimessa fra trenta minuti. Non dimenticarti di indossare il giubbino antiproiettile.>>

“Pratiche da sbrigare? Posso ben immaginare quali pratiche debba sbrigare quella prostituta!”, pensai con sarcasmo.

Feci anch’io colazione.

C’era sul tavolo il solito vassoio con le classiche fette biscottate e marmellata, biscotti, brioche, succo di frutta e un thermos contenente caffè. Mi lavai e quando mi stavo vestendo sentii il rumore della porta d’ingresso. Quando andai in sala c’era il mostro João che mi stava aspettando, in piedi, di fianco alla porta con le braccia conserte. Ebbi nei suoi confronti lo stesso pensiero rivolto a Gabriel:

“Chissà se quest’uomo avesse mai articolato, nella sua vita, almeno qualche frase di senso compiuto.” Quando uscii dal luogo di reclusione insieme a lui rimasi stupito che non mi prese per un braccio e mi fece anche un lieve sorriso. Era un mezzo sorriso da orco che però mi spiazzò, perché ero convinto che quell’uomo fosse completamente privo di espressioni emotive umane.

Venni accompagnato da lui al SUV civilmente. Volli credere nella mia immensa bontà d’animo, che João in fondo, in fondo avesse un briciolo di compassione nei miei confronti e nonostante tutto anche nei riguardi di Mariana. Probabilmente anche lui era una vittima di quel mafioso di Marcelo Oliveira.
Mi sedetti, come solito, sul sedile anteriore e c’era naturalmente Gabriel al posto di guida che mi sorrise alla Gassman. Sul sedile posteriore Luda White aveva un’espressione glaciale, evidentemente concentrata e convinta di mettere in pratica il volere criminoso di Marcelo.

        
Il volere criminoso di Marcelo Oliveira fu compiuto dalla russa Luda White, con la mia complicità imposta col ricatto. Se ci fosse stata in gioco solo la mia vita non mi sarebbe importato nulla, ma non potevo sopportare che un’altra persona potesse soffrire per causa mia, oppure morire nelle peggiori delle ipotesi. Anche se Mariana mi aveva preso in giro fin dall’inizio della nostra storia, io ero comunque sicuro che lei avesse provato con me emozioni profonde e mi volesse bene. E anch’io provavo gli stessi sentimenti per lei. E fui così costretto a partecipare, con la russa di ghiaccio, alla cattura dei due poveri ragazzini brasiliani. Pedro e Luis furono adescati e indotti nel patibolo, a loro insaputa, con un grande inganno. Ormai si fidavano di noi.

La nostra finta complicità di sposini con l’aggiunta dei regali: prima le maglie di Neymar, merendine e bibite e dulcis in fundo uno smarthphone a testa, fecero pienamente breccia nei loro cuori.

<<Che ne dite se vi invitiamo a mangiare nella nostra casa? Vi spiegherò anche come usare gli smarthphone>> chiese Luda a entrambi in portoghese, facendo però, con loro, gli occhi dolci.

I due piccoli disperati della Favela accettarono con molto entusiasmo e così ci seguirono dandoci la mano con piena fiducia: la mano di Pedro nella mia e quella di Luis nella mano di Luda. Gli altri piccoli amici brasiliani li salutarono con invidia, ma non sapevano che loro furono i più fortunati a rimanere in quel luogo degradato e almeno sarebbero rimasti ancora in vita.

La banda del muretto fu ben ricompensata da Gabriel con dello sporco denaro elargito da Marcelo. Ospitammo Pedro e Luis in un appartamento preparato ad hoc sempre nel palazzo di Marcelo. Era un appartamento con una cameretta accogliente tinteggiata di azzurro e con appesi dei poster dei calciatori campioni famosi, oltre chiaramente a Neymar. Venne preparato per l’occasione un lauto pranzo e rimasi impressionato per la grande quantità di cibo che ingurgitarono due così piccole creature. E vedendoli sorridere soddisfatti, aumentò sempre di più il mio senso di colpa. Anche se non era a me attribuibile il loro destino infausto, mi sentii comunque un uomo di merda. Invece Luda White sorrideva compiaciuta per essere riuscita nella prima missione demoniaca. Il pranzo venne servito da Gabriel che sorrideva alla Gassman ogni volta che ci portava le pietanze e in quel momento mi ricordò quasi il nemico cattivo di Batman, ovvero Jocker: crudele ma sempre sorridente.

Terminato il pranzo, Luda accompagnò i ragazzini nella cameretta che si buttarono subito a letto e si addormentarono su dei materassi, che probabilmente non avevano mai avuto modo di apprezzare nella loro vita. La giovane russa chiuse la porta della cameretta a chiave e mi comandò di seguirla. Andammo nell’appartamento di Marcelo e precisamente nel suo studio dove aveva un monitor collegato a delle piccole videocamere, che riprendevano la cameretta dove dormivano i due piccoli sfortunati brasiliani.

L’anfitrione “Lucifero” era seduto davanti al monitor, mentre io e la siberiana eravamo in piedi dietro di lui.

<<Hai fatto un ottimo lavoro Luda, ma anche tu Giulio sei stato tutto sommato bravo.>>

“Vai all’inferno da dove sei venuto, grandissimo pezzo di merda!”, pensai con tutto l’odio e il disprezzo che ebbi in corpo.

<<Ebbene Luda, domani arriveranno due tuoi amici russi a ritirare queste due prede e comincerò a incassare un bel po’ di denaro.>>

La giovane russa sorrise diabolicamente con le sue labbra sottili e i suoi occhi azzurri sembravano sempre più glaciali. Nelle mie vene mi sembrò che scorresse acqua ghiacciata anziché sangue caldo, come presagio che la mia morte era comunque vicina, non potevo resistere ancora per molto come complice e spettatore di quelle atrocità, su degli innocenti e sperai che almeno Mariana sopravvivesse alle angherie di Marcelo e magari un giorno riuscisse a fuggire.

               

Passai una notte insonne.

Avevo vissuto, a occhi aperti, delle ore di incubo reali. Sensi di colpa su sensi di colpa e arrivai al punto di pensare che la mia venuta al mondo fosse una colpa.

“Perché sono nato, Dio?
Sono nato per fare soffrire e anche patire per gli scempi creati da altri esseri umani?”

Ormai entrai in una fase di delirio esistenziale, ma quando le primi luci del mattino attraversarono le finestre, mi addormentai.
Mi svegliai poi di soprassalto, per aver udito un forte rumore, forse dopo pochi minuti; non mi resi conto dopo quanto tempo che chiusi gli occhi, sovrastato dalla stanchezza.
Fatto sta che di fianco a me, nel letto, non c’era Luda e mi si presentò davanti una figura di una persona col volto coperto da un passamontagna nero, che mi sparò un qualcosa sul petto che non era una pallottola. Sentii un gran dolore e mi addormentai profondamente.

Aprii gli occhi ed ebbi una totale confusione in testa:
<<Chi sono io? Dove mi trovo?>> dissi a me stesso con grande agitazione.
Dopo alcuni minuti mi ricordai chi ero e che cosa mi era successo nell’appartamento di Marcelo.
Mi trovavo in una stanza bianca ben illuminata e stavo sdraiato su un letto in mutande e non avevo le mani legate. Mi accorsi che avevo sul petto un grosso cerotto, proprio sul punto dove mi avevano sparato, probabilmente, una freccetta imbevuta di liquido narcotizzante. Mi alzai e mi girava leggermente la testa, così mi sedetti ai piedi del letto. Notai che la stanza non aveva le finestre ma solo una porta chiusa e vidi in alto un bocchettone dell’aria condizionata e di fianco una piccola videocamera. Il locale conteneva solo me e il letto e un attaccapanni su cui mi pareva che fossero appesi la mia polo e i miei jeans.
<<Ma dove cavolo mi trovo? E da quanto tempo sono qui?>>

Non appena mi posi quelle domande, si aprì la porta ed entrò nella stanza una donna dallo sguardo serio vestita col camice bianco. Aveva i capelli castani raccolti a coda di cavallo e gli occhi scuri.
<<Buongiorno>> le dissi, d’istinto, senza sapere se fosse giorno oppure sera e lei senza manifestare emozioni mi disse:
<<Buongiorno a lei, stia pure seduto che la devo visitare.>>

Non mi ero accorto che la donna portava in mano una borsa in pelle da medico. Fui confortato che essa parlasse bene l’italiano ma, non appena la presumibile dottoressa cominciò a visitarmi accuratamente, venni colto da lugubri sentimenti di rassegnazione e pensai:
“È giunta la mia fine, Marcelo ha deciso di eliminarmi e così mi ha venduto ai suoi amici malavitosi russi e ora sono nella loro tana, per essere visitato e mandato al macello per distribuire tutti i miei organi sani.”

<<Si vesta e mi segua…>> mi disse la donna, dopo avermi provato la pressione sanguigna, i battiti del cuore, la respirazione dei bronchi e accuratamente osservatomi i denti, la lingua e gli occhi, utilizzando una piccola torcia.

“Immagino che ora mi faranno le radiografie a tutto il corpo” pensai mestamente. Così presi dall’attaccapanni quelli che erano effettivamente i miei abiti, mi vestii e indossai anche le mie scarpe sportive che si trovavano in terra proprio sotto i jeans. Attraversammo un breve corridoio, sempre ben illuminato e in alto, sulle pareti, c’erano sempre dei bocchettoni dell’aria condizionata ma non vidi delle videocamere. In fondo allo stesso c’era una porta aperta. La donna mi indicò di entrare nel locale, ma lei non fece altrettanto. Prima di andarsene, andò davanti all’uscio e fece il gesto dell’okay con la mano. <<Prego signor Garavaglia, si accomodi pure qui davanti alla scrivania>> mi disse un uomo con tono gentile, che stava seduto in fondo alla stanza, dietro il tavolo ed era avvolto da una piccola nuvola di fumo da sigaretta. Il locale era ben illuminato, però di luce solare, proveniente da un finestrone alla sua sinistra.

“Anche lui parla bene l’italiano ma con uno spiccato accento inglese ed è gentile. Dove caspita mi trovo? Non starò mica sognando?”, pensai molto perplesso. L’individuo cortese, prima di continuare a parlare, tirò due profonde boccate di sigaretta. Aveva una faccia molto rugosa e mi ricordava tantissimo l’attore William B. Davis nella parte “dell’uomo che fuma” nelle serie TV X-FILES. Mi sembrava comunque di averlo già incontrato da qualche parte, ma non mi ricordai dove.

<<Mi chiamo Arthur Smith, ma mi chiami semplicemente mister Smith. Faccio parte della squadra Interpol che contrasta il crimine internazionale sull’asse Russia, Italia e Brasile. Io sono il capo responsabile e sono ben felice che sia andata a buon fine l’operazione che ci ha permesso di incastrare il criminale brasiliano Marcelo Oliveira e una cellula malavitosa russa dedita al traffico illecito di organi umani. Tutto questo anche grazie al suo inconsapevole contributo.

“Mio inconsapevole contributo?” ripetei a bassa voce e feci uno sguardo basito che non passò inosservato a mister Smith.

Mister Smith sorrise evidenziando maggiormente tutte le rughe sul suo viso e disse:
<<Certo signor Garavaglia, lei ci è stato di grande aiuto alla buona riuscita dell’operazione da noi nominata “Russian Thrill”. Lei è stato, suo malgrado, coinvolto in prima persona in una rischiosa missione internazionale. Prima di darle delle spiegazioni volevo ufficialmente scusarmi per i nostri metodi, certamente poco ortodossi. I nostri uomini dell’unità speciale d’assalto, che voi italiani chiamate comunemente “Teste di cuoio”, si sono attenuti al protocollo e l’hanno narcotizzata sparandole addosso una freccetta e poi l’abbiamo trasferita qui, nella nostra base segreta di Porto Rico. L’abbiamo comunque fatta visitare dalla dottoressa Stignani, professionista di origini italiane, che come ha avuto modo di appurare è una donna fredda e di poche parole ma è un medico molto valido. Pensi che è in grado di rilevare eventuali malattie, senza l’ausilio delle radiografie ed esami specifici, tutto solo con una semplice visita ambulatoriale e non ha mai fallito. Siamo ben contenti che l’abbia trovata in buone condizioni.>>

Mentre ascoltavo il mio “salvatore” a bocca aperta, pensai con molta apprensione all’incolumità di Mariana. Ma mantenni il più possibile la calma e stetti ad ascoltare il mio interlocutore con attenzione.

<<Sorvegliavamo da parecchio tempo tutte le persone collegate a Oliveira e soprattutto le sue donne. Quando avevamo notato un’assidua relazione di Mariana Ribeiro, con lei, attraverso i Social, intuimmo che poteva esserci un interessante sviluppo nell’indagine, puntando sull’orgoglio di Oliveira che avrebbe fatto, prima o poi, un passo falso a causa della sua smania di dominatore assoluto su tutte le sue amanti. Immagino che abbia appreso proprio ora il cognome reale di Mariana, vero? Perché sappiamo che le ha fatto sempre credere che lei fosse figlia di Oliveira? Invece è stata, diciamo così, adottata da lui e le ha affibbiato una nuova falsa identità, trasformandola poi da figliastra a concubina.>>

Io feci segno di sì con la testa all’uomo che intanto si alzò e fece gli ultimi tiri di una sigaretta, ormai ridotta al filtro. Schiacciò il muccio nel posacenere e andò ad aprire la grande finestra per arieggiare il locale. Notai che l’uomo era vestito con un abito completo di lino blu e pensai ancora che l’avevo già visto da qualche parte. Ma quando tornò al suo posto, si sedette e accese la sigaretta, mi ricordai:
“Ma certo! È l’uomo al quale chiesi, in viale Monza a Milano, una sigaretta. Attendevo Mariana per il nostro primo incontro amoroso. Mi ricordo ora, sta usando lo stesso accendino di quel giorno. Un accendino in metallo che sembra in argento.”

Mister Smith fece il primo tiro della nuova ennesima sigaretta. Ripose l’accendino nel taschino della giacca e osservando il mio sguardo stupito, mi disse sorridendo, intuendo dal mio sguardo che mi ero ricordato di lui:
<<Certo signor Garavaglia, ero io quel giorno in viale Monza a Milano.>>
<<Quando lei ebbe il suo primo appuntamento, in carne e ossa, con Mariana a Milano e poi mollò il lavoro e la moglie per trasferirsi dall’amante in Brasile, fummo più convinti che Marcelo Oliveira si sarebbe esposto, avrebbe fatto sicuramente un passo falso. Non conoscevamo di preciso la sua tana, anche perché ogni sua proprietà era intestata a un prestanome e intorno a lui ruotava un’omertà inattaccabile. Quindi, lei e la sua amante brasiliana, siete stati sempre pedinati finché finalmente Oliveira ha commesso l’errore di sequestrarvi, quando vi eravate recati alla casa sull’albero alla foresta di Tijuca. Da lì, l’operazione Russian Thrill ha avuto un’accelerazione sostanziale. L’abbiamo tenuta sempre sotto controllo, anche naturalmente quando lei e la russa Luda White siete andati nella Favela di San Paolo per rapire i piccoli Pedro e Luis con l’inganno. Può lasciare alle spalle i suoi sensi di colpa, anche se sappiamo benissimo che lei è stato costretto: i due ragazzini sono sani e salvi e sono già tornati alla loro São Camilo.>>

Feci un gran sospiro di sollievo e chiesi finalmente di Mariana.

<<La sua amante brasiliana è anche lei incolume senonché l’abbiamo trovata parecchio denutrita, ma tutto sommato è in buona salute.>>

Alle parole confortanti di mister Smith riguardo Mariana, scesero delle lacrime copiose dai miei occhi.

<<Tenga signor Garavaglia.>>

L’uomo della provvidenza mi diede dei fazzoletti di carta per asciugarmi e continuò:
<<Non la rivedrà più. Vivrà in un luogo segreto con una nuova identità, per la sua incolumità. È un’importante testimone di tante nefandezze commesse da Oliveira.>>

Al pensiero che non l’avrei più rivista mi misi a piangere di nuovo.

<<Dopodomani dovremo compilare ufficialmente un rapporto, in cui contestualmente lei dovrà confermare tutta questa triste storia e le persone con le quali è venuta in contatto. Oltre ovviamente a Marcelo Oliveira, abbiamo catturato e sono ancora vivi: Luda White, Gabriel Barbosa e João Pinto, diciamo gli altri suoi persecutori diretti. E in aggiunta, anche due russi che avevano il compito di prelevare i due ragazzini brasiliani. Tutti quanti saranno torchiati, perché il nostro futuro obiettivo sarà quello di smascherare l’organizzazione criminosa dei traffici illegali di organi, che dovrebbe avere sede a San Pietroburgo.>>

Io continuai ad annuire con la testa.

<<Fra non più di una settimana lei sarà libero. Immagino che vorrà rientrare in patria. A proposito, ho da darle il suo smartphone perché ci sono dei messaggi nella sua segreteria. Potrebbero essere importanti per lei.>>

Il signor Smith prese il mio apparecchio telefonico dal cassetto della sua scrivania e lo appoggiò, sulla stessa, sotto il mio naso. Lo presi subito in mano curioso di ascoltare i messaggi.


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2 commenti

  1. valy71 ha detto:

    Mi prende tantissimo Il mare 🌊 tra di noi!
    Ciao Carlo, un caro saluto 👋
    Valeria

    Piace a 1 persona

    1. carlobianchiorbis ha detto:

      Grazie Valy, mi fa immensamente piacere🙏😘

      "Mi piace"

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