> CAPITOLO 23 < IL MARE FRA DI NOI

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La preghiera non è un ozioso passatempo per vecchie signore. Propriamente compresa e applicata, è lo strumento d’azione più potente.
(Mahatma Gandhi)



Non avevo mai visto una persona in coma dal vivo, se non nei film. E il destino portò, proprio di fronte a me, mia moglie Lucilla sdraiata su un letto, tutta intubata, in uno stato di incoscienza permanente. La osservai sull’uscio della camera singola dell’Ospedale per alcuni istanti, dopodiché entrai mettendo il mio trolley di fianco a un piccolo mobile squadrato.
Mi avvicinai a lei molto imbarazzato e profondamente turbato. Mi sedetti su una sedia vicina al letto e stetti, per parecchi minuti, a osservarla, mentre le lacrime cominciarono a bagnarmi il viso e giù fino alla camicia. Superato il primo impasse emotivo, mi affiancai alla sua sinistra portando con me la sedia, con circospezione, quasi come se non volessi turbarle il labile stato vitale.

Prima di sedermi ancora, baciai il suo naso a patatina e le accarezzai gli smorti capelli rossi. Mi accomodai sulla sedia e appoggiai la mia mano su quella sinistra di mia moglie, nella fragile speranza che il mio calore potesse già farla risvegliare. Tenni la mano così per tutte le ore della notte, fino all’alba. Stetti in quella posizione, seduto, a pensare solo ai momenti belli che avevamo vissuto. Pregai tanto per lei e lacrimai ancora, fino a quando non ebbi più nemmeno una goccia da versare.

E venne il mattino che portò luce all’interno della camera. In quel momento sperai, con tutto il mio cuore, che Dio fosse in quei raggi solari che le accarezzavano il dolce viso e la risvegliassero dal coma. A un certo punto arrivò Monica, la sorella. Aveva i capelli sempre tinti di biondo, come la vidi l’ultima volta a un matrimonio di un parente. Il suo sconcerto nel vedermi non fu mascherato, anzi sbuffò scocciata e non mi salutò. Si mise davanti al letto e osservò la sorella con sguardo molto imbronciato. Io mi alzai e le chiesi se voleva sedersi sulla sedia, ma lei rimase impassibile, in quella posizione, come se non avessi parlato. Dopo un paio di minuti arrivarono anche la madre e il padre: Arianna e Piero.

Anche loro mi riservarono lo stesso trattamento adottato da Monica senonché Arianna aveva uno sguardo leggermente meno corrucciato nei miei confronti. La madre assomigliava tanto a mia moglie, mentre il padre a Monica: avevano occhi scuri, labbra sottili e naso prominente. Tutta la famiglia Montonati era presente, al completo e io mi sentii veramente fuori luogo, quel mattino.
Cosicché me ne andai a cercare un posto dove poter alloggiare. Quel giorno mi sentii più straniero, di quando misi piede sul suolo di San Paolo in Brasile.

Trovai alloggio in una locanda, a metà strada fra il centro di Vigevano e l’Ospedale. La camera singola mi servì più che altro per lavarmi e riposarmi di giorno, perché le notti le passavo ad assistere Lucilla. Anche se il personale medico sosteneva che non fosse necessaria la presenza di qualcuno durante la notte, io preferii stare accanto a mia moglie in quelle ore, in quanto di giorno c’era sempre la presenza di sua sorella piuttosto che dei suoi genitori. Trascorsi alcune notti accanto a Lucilla e non ci furono segnali di risveglio. Cercai di parlarle il più possibile, di farle ascoltare le canzoni dei suoi cantanti preferiti. Ma niente, l’oscurità che avvolgeva il suo stato vegetativo, era ormai evidentemente complice permanente del buio della notte.

La stanchezza prendeva poi, inevitabilmente, il sopravvento sulla mia ostinazione che mi dava la forza di cercare di stare sveglio e così, spesso, mi addormentavo per ore. Ero convinto che la mia vicinanza poteva prima o poi dare i suoi frutti, soprattutto se stavo desto. Ma non arrivavano e Lucilla era sempre in coma.

Di giorno cercavo sempre di evitare l’incontro con i componenti della famiglia Montonati.

Passarono i giorni e il denaro a disposizione cominciò a calare, cosicché mi misi a cercare un lavoro temporaneo.

Riuscii a trovare un posto di cameriere, dalle 08:30 alle 15:30, in un bar del centro, in Piazza Ducale. Proprio il lavoro che facevo da ragazzo durante le vacanze scolastiche. L’orario era perfetto e il lavoro non mancava e quindi, riuscivo anche ad arrotondare lo stipendio con qualche mancia. Inoltre, l’attività di cameriere non mi pesava, perché mi faceva ritornare psicologicamente giovane. E poi, Piazza Ducale in Vigevano era sempre, per me, il plus ultra. Un luogo sempre illuminato dal sole. Per chi vi giungeva di giorno, poteva ammirare una vasta pavimentazione in porfido, che sembrava come se ci fosse un leggero strato d’acqua lucente, tutto attorniato dallo splendido porticato del Brunelleschi. Mentre, di notte, sembrava la superficie di un mare calmo illuminato dalle luci dei lampioni. Un posto per me incantevole e meraviglioso, da godere serenamente, fin da bambino.
Quando portai la mia ex fidanzata (proveniente da Trezzano sul Naviglio nella provincia di Milano) a vedere per la prima volta il “Salotto d’Italia”, rimase a bocca aperta per 5 minuti. E da quel giorno, almeno una volta alla settimana, dovevamo fare tappa nella mia città.

Le giornate passavano e anche le notti, finché non venni a sapere da un’infermiera che mia moglie doveva essere trasferita in un altro Ospedale, più attrezzato, ma non sapeva quale posto avessero scelto i suoi familiari.

“Io sono un familiare però? E avrei più voce in capitolo essendo ancora il marito!”, pensai.

Fra l’altro appresi che, non solo Lucilla non aveva chiesto la separazione, ma addirittura non aveva aperto nessun nuovo conto corrente. Era sempre rimasta titolare del conto bancario, cointestato con me.
Poi però, pensai nel profondo della mia coscienza, che effettivamente non potevo biasimare il comportamento dei miei suoceri e di mia cognata. Dovevo assolutamente cercare di riavvicinarmi a loro e guadagnarmi, almeno, un briciolo di stima nei loro confronti.

Sperai che il tempo avrebbe medicato le ferite dei nostri rapporti e pensai, comunque, che sicuramente il risveglio di Lucilla avrebbe riunito tutti quanti.



Ero accanto a Lucilla e stavo pregando. Arrivarono le 2 e 30 circa di notte e mi addormentai, travolto dalla stanchezza. Dormivo tenendo sempre la mia mano su quella di mia moglie.

Cominciai a entrare nella fase REM e sognai.

“Mi trovavo sempre nella solita chiesetta di periferia e aveva insolitamente i muri tinti d’azzurro. Mi sembrava di essere sempre in Ospedale, però ero in un luogo sacro. Vidi scomparire d’incanto le ragnatele che, nei sogni precedenti, decoravano in maniera lugubre l’ambiente. Una moltitudine di ragni che passarono di fianco a me, lasciarono la chiesetta attraverso la porta alle mie spalle. Sentii dei canti polifonici di bambini che mi avvolsero in un benessere celestiale. A un certo punto comparvero piccole creature dall’altare. Erano nove putti alati che aleggiavano a un metro dal pavimento formando un piccolo cerchio. Dall’interno del circolo arrivò una colomba che si diresse verso di me. Si fermò sopra una panca, a mezzo metro da me che stavo sempre appena oltre la porta d’ingresso. Il volatile era ancora più bianco della neve e mi disse con la voce di Lucilla:

<< Ti voglio ancora bene, nonostante tutto.>>”

Mi svegliai sentendomi una vampata di calore che, dai piedi, attraversò tutto il corpo fino ad arrivare al capo. Guardai l’orologio a parete della camera che segnava le cinque e dieci e sentii la mano di Lucilla, sotto la mia, muoversi leggermente.

Mi alzai di scatto e vidi aprirsi i suoi occhi blu. Piansi a dirotto ma di felicità. Dopo quel giorno non feci più l’incubo della chiesetta in campagna.
Quel gioioso mattino del risveglio di Lucilla, arrivò tutta la famiglia Montonati al completo. Non appena mia moglie aprì gli occhi, avvertii subito l’infermiera e telefonai a mia suocera Arianna. Il medico di turno, dottor De Giovanni, mi invitò a uscire dalla camera perché doveva visitare mia moglie accuratamente.

Ero seduto su una sedia nel corridoio e quando arrivarono Monica e i suoi genitori mi alzai subito e gli sorrisi salutandoli con la mano alzata. Non fecero altrettanto con me, apertamente, ma mi sorrisero tutti e tre.

<<Come sta? >> mi chiese Piero.

<<L’ho vista aprire gli occhi e poi è successo tutto così in fretta: ho chiamato l’infermiera e Arianna. Poi è entrato subito il medico che ora l’ha sta visitando.>>

<<E sì, immagino che la visita sarà lunga, è stata parecchio tempo in coma, andiamo ad accomodarci nella sala visitatori>> disse Monica.
E così la seguimmo.
Attendemmo parecchio tempo, più di un’ora, finché finalmente arrivò il medico in sala. Ci alzammo tutti quanti in piedi e ci mettemmo intorno a lui ad ascoltarlo.

<<Lucilla è cosciente ma non riesce ancora a esprimersi. Le ho fatto delle domande chiedendole di rispondermi, facendo dei cenni con la testa e ho appurato che, al momento, non si ricorda di quello che le è successo. È molto probabile che abbia avuto una forte perdita della memoria. Ci vorrà del tempo e pazienza per fargliela recuperare, ma, mi raccomando, non andate sull’argomento del suo gesto estremo. Ora, raccomando anche di non entrare tutti insieme nella camera, ma assolutamente di alternarvi, per un massimo di cinque minuti ciascuno. Così, per almeno una settimana finché pian piano non si ristabilisce. Buongiorno… >>
<<Buongiorno… >> rispondemmo all’unisono e ci guardammo tutti quanti un po’ con sguardo pensieroso

Passò più di una settimana da quando mia moglie si risvegliò dal coma. Come raccomandato dal medico rispettammo rigorosamente i cinque minuti di visita ciascuno. Quando era il mio turno le stavo molto vicino e le accarezzavo dolcemente i capelli e le mani. Non mancava mai un mio bel bacio sulla sua guancia e sul suo nasino a patata. Ogni volta mi sorrideva teneramente, ma quando le chiedevo se si ricordasse di me, lei mi rispondeva di no, crollando leggermente la testa e guardandomi con occhi rattristati. Così, dopo due giorni, non insistetti più, per non affaticarla poiché, oltretutto, doveva riprendere linearmente l’uso della parola e aveva incontri frequenti con la psicologa.

Il dottor De Giovanni ci informò che avrebbe dovuto seguire sedute di psicanalisi per molti anni. Mi ero già persuaso che la strada per farle tornare la memoria sarebbe stata lunga. I miei suoceri e la cognata non vennero riconosciuti nemmeno loro e mi misi il cuore in pace che non c’era un blocco da parte sua, causato dalla mia presenza. Dei ricordi negativi di me che contrastavano inconsciamente la sua forza di ricordare.

Il medico ci consigliò, ulteriormente, di attendere a farle vedere delle foto di lei, con i suoi familiari, perché, anziché aiutarla nello sforzo a ricordare, c’era il rischio di creare confusione nella sua testa. Ma quando cominciò a rimettersi in sesto, anche le foto non l’aiutarono a rammentare nulla.

E così, con il passare dei giorni, gradatamente, Lucilla ritornò a parlare come prima che facesse il gesto estremo e dovette però, anche ricostruire i ricordi della sua vita. Venne dimessa e decisi, con la famiglia Montonati, di comune accordo, di prendersi loro, cura di lei, per alcuni mesi, finché non si fosse ricordata del suo passato, prima che mi conoscesse. Tutte le sere ero invitato a cena da loro, nella dimora di Mortara e con accortezza cominciai a stare vicino a mia moglie a tavola e in salotto a bere il caffè, facendo il carino con lei, un po’ come se fosse un mio primo approccio per conquistare il suo cuore.

Intanto che Lucilla era in buone mani dai genitori e la sorella, cercai di riprendere in mano la mia vita.

Ricominciai ad assumere regolarmente il farmaco “Salvo”. Feci gli esami del sangue e i valori erano comunque sotto controllo, nonostante avessi smesso di prenderlo, contrariamente a quanto mi aveva prescritto l’endocrinologo, prima che facessi la pazzia di andarmene in Brasile.

Continuai a lavorare come cameriere nel bar del centro e mi venne anche prolungato, di qualche mese, il mio contratto temporaneo. La sera andavo sempre dalla famiglia di Lucilla e i rapporti che ebbi con i suoceri e la cognata migliorarono sensibilmente, avvantaggiati anche per il presentarsi di una bella notizia: Monica si era finalmente fidanzata.

Così l’atmosfera fu, nei giorni seguenti più gioviale, per la presenza frequente del fidanzato di mia cognata, Luigi. Il mio approccio con Lucilla migliorava sempre di più e quella nuova situazione riaccese la miccia di un amore che avevamo perduto. Stavamo appunto ritrovando la passione fra di noi, non tanto grazie ai ricordi, piuttosto per la mia corte che le feci, come se fosse la prima volta. Infatti io cercai, con calma, di fare ricordare a Lucilla i nostri momenti più belli del passato, mostrandole delle foto. Una volta le feci anche leggere delle mie lettere d’amore, a lei dedicate, scritte a mano, ma mia moglie era sì entusiasta, le sembrava di ricordare, ma era come se rivivesse quei momenti con distacco, come se un’altra persona avesse recitato il film della sua vita.

Una sera, eravamo soli in sala. Monica era uscita col suo fidanzato e i suoceri erano in cucina. Ci guardammo negli occhi e ci baciammo intensamente e con molto ardore. Tanto è vero che mi sembrò di rivivere appieno il nostro primo bacio.

Fu una cosa meravigliosa. Il cuore mi batteva come un adolescente e fui così felice che la sollevai con le braccia, sotto il sedere e gridai: <<Arianna, Piero, ho deciso che da domani cerco un bilocale arredato in affitto e non appena disponibile, lei tornerà a vivere con me.>>

I miei suoceri vennero in sala e ci sorrisero approvando la mia decisione.


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