> CAPITOLO 24 < IL MARE FRA DI NOI

ALL LANGUAGES 👇

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid02THyeVpm4Kb9S8EsehtLHM1d1mcHwasJXDEsu8bm28AZmWCZNXmuW65RMYnqDFB4kl&id=100063661542082

La memoria assomiglia essenzialmente a una biblioteca dove regna il disordine alfabetico e dove non esiste l’opera completa di nessuno.
(Iosif Brodskij)

E così trovai un bilocale arredato, in affitto a Mortara, opportunamente nella città di residenza dei miei suoceri, a circa un paio di chilometri dalla loro abitazione.

Lasciai finalmente l’alloggio della locanda dove vivevo, confortevole e carino ma era pur sempre una camera con un piccolo bagno.

Lucilla era entusiasta di vivere con me. Andai sempre a lavorare al bar, a tempo pieno, nel centro di Vigevano ed ero contento, per mia moglie, che trovò un’occupazione di volontariato, su incoraggiamento di suo cugino prete Don Galdino. Prestava aiuto presso una parrocchia della sua Mortara. I giorni passarono sereni e la mia dolce metà aveva ormai ripreso lo stato di salute di un tempo, ma il suo passato fu come un trascorso da lei non vissuto. Insomma, la sua vita ricominciò dal risveglio del coma.

Prima o poi dovevo però dirle la verità di quello che era successo.

Un dì, servendo al bar un cliente che lo frequentava da un po’ di giorni, venni a sapere che gestiva un ristorante rinomato a Milano.
Il signor Marini cercava con urgenza un cameriere di fiducia e mi propose di provare a lavorare da lui, una sera, senza impegni e se mi fosse piaciuto mi avrebbe assunto subito a tempo indeterminato.

Circolavano delle voci che il facoltoso signor Marini bazzicava spesso nel centro di Vigevano, in quanto frequentava una giovane aspirante modella. Aveva la fama del playboy con il pallino per le donne giovani e ambiziose. Solitamente faceva dei regali costosi alla sua amante occasionale, ricevendo in cambio fresche virtù carnali e, quando si stufava, le dava il benservito, elargendo un ultimo regalo ancora più costoso dei precedenti.

Comunque, a me interessava solo un regalo: l’assunzione nel suo ristorante. E così diventai, con piacere, il suo dipendente. Il lavoro nel suo locale pubblico andò a gonfie vele e potevo godere di laute mance arrotondando uno stipendio già gratificante.
C’era però il problema che quel nuovo lavoro mi teneva occupato quattro ore al mattino e quattro alla sera e avevo un buco di circa tre ore, di pausa, al pomeriggio. Impegnavo, comunque, le lunghe pause riposandomi in un locale del ristorante, attiguo all’ufficio del signor Marini.
Ne approfittavo anche per dedicarmi alla mia passione della scrittura di romanzi. Un giorno, io e Lucilla convenimmo così di trasferirci a vivere in un bilocale arredato a Milano.
L’appartamento era in uno stabile vicino alla metropolitana e pertanto era comodo raggiungere il posto di lavoro in centro, senza usare un proprio mezzo di trasporto. Cosicché passarono i giorni. Con mia moglie ricominciai a fare l’amore e fu ancora più bello di quando eravamo fidanzati. Sopraggiunse il problema che Lucilla si annoiava a stare da sola, quando io ero al lavoro e così riuscii a trovare un’occupazione per lei nel ristorante, visto che era molto brava in cucina: aiuto cuoco solo negli orari della cena e così nelle ore diurne, lei poteva badare alle faccende di casa.

“A ricompensa di quello che ha subito può chiedermi un suo desiderio che le sta a cuore. Tutto ciò che desidera, ho un limite abbastanza alto di budget in denaro e di poteri che possono sviare qualsiasi legge esistente nel mondo. Ovviamente sarà soddisfatto una sola volta e pertanto ci pensi bene signor Garavaglia, può prendersi tutto il tempo che vuole. Non c’è un limite temporale ma potrà chiederlo una volta sola.”

Pensando alle parole di mister Smith, mi balenò in testa un’idea, un’ambizione: aprire un’attività di ristorazione con Lucilla e quindi attingere all’offerta dell’uomo della provvidenza. Ma desistetti all’idea.
Infatti passarono degli anni, io e mia moglie cominciammo a stare abbastanza bene economicamente e quindi riuscivamo a mettere da parte del denaro, ma non era sufficiente per mettersi in proprio. Non avevamo voglia di sobbarcarci dei debiti, in quanto conducevamo una vita serena e non volevamo correre il rischio di mettere a repentaglio la nostra affinità di coppia. Ma rinunciai a chiedere del denaro a mister Smith, in quanto, diventando titolari di un’attività e quindi con evidenti responsabilità e maggiori impegni, rischiavo di peggiorare comunque i miei rapporti con Lucilla che andava migliorando sempre di più nel tempo. Inoltre c’era anche il problema che non potevo raccontare a mia moglie la triste e drammatica vicenda che mi aveva portato a conoscere mister Smith: “Può tranquillamente vivere come prima, però di questa storia non ne deve parlare assolutamente con nessuno, nemmeno con il suo gatto. Ci siamo capiti?”, rammentai le sue raccomandazioni.

E così, avrei dovuto dire a mia moglie che i soldi erano una ricompensa, per una sorta di missione, a cui avevo partecipato, mio malgrado, in Brasile, quando ero scappato per una vacanza. Una missione che rivestiva carattere di segretezza. Oltretutto Lucilla stava facendo parecchi progressi nelle sedute con la psicologa. Pertanto, con queste premesse cambiai idea riguardo l’ambizione di aprire un’attività di ristorazione.

Ma un giorno mi si presentò una dolce e amara sorpresa, che mi fece propendere per una decisione, che accolse molto volentieri anche mia moglie.

<<Sua moglie ricorda perfettamente la sua infanzia e la sua giovinezza, anche gli anni di fidanzamento e matrimonio fino a quando, però, lei non ha abbandonato il tetto coniugale. Quel periodo in cui Lucilla è stata piantata, fino ad arrivare al suo gesto estremo, ha rimosso inconsciamente tutto. Diciamo anche che ricorda il suo passato, seppur bello, comunque con distacco, come se non lo avesse vissuto direttamente. Ho avuto alcuni pazienti nella stessa situazione di sua moglie. A questo punto, signor Garavaglia le chiedo: vale la pena insistere, per fare ricordare a Lucilla, quel periodo triste della sua vita?>>

<<Certamente no, io la amo ancora più di prima>>, risposi alla dottoressa Marnati, specializzata in psicologia.

Pensai però, con rammarico, che sarebbe prima o poi emerso, inevitabilmente, qualcosa del passato.

Un giovedì sera d’inverno stavo servendo ai tavoli, quando entrò nel locale una bella donna, vestita con un tailleur giacca e pantalone nero. Era seguita da un uomo alto, vestito anche lui elegantemente con un abito completo color grigio chiaro. La donna teneva per mano un bambino. Mi avvicinai a loro per accompagnarli al tavolo e non potevo credere ai miei occhi:

la donna era Mariana!

Aveva i capelli tinti di castano chiaro ed erano piuttosto lunghi.
Il suo look da donna matura le donava divinamente. Quando fui a un metro da lei, spalancò gli occhi per farmi capire che dovevo, naturalmente, fare finta di niente.

Si sedettero e notai che l’uomo aveva una faccia piatta ed era decisamente stempiato. Il suo sguardo era inespressivo ma sembrava un uomo buono.

Guardai, infine, con attenzione, il bambino e sentii un brivido scorrermi lungo la schiena.

Constatai, con stupore e amarezza, che era come vedere me stesso, da piccolo, allo specchio.

La mia ex amante notò il mio stato di attonimento.

Presi le ordinazioni e parlò Mariana per tutti e sentii che aveva migliorato molto la pronuncia italiana. Così andai in cucina a portare il foglietto.

<<Cos’hai Giulio? Come sei pallido! Non stai bene?>> mi chiese Lucilla.

<<Niente amore, è tutto okay, mi sa che non ho digerito bene stasera.>>

Uscii dalla cucina e corsi subito alla toilette dove vomitai, a causa dello shock emotivo. Ero nell’antibagno per sciacquarmi la bocca quando arrivò Mariana.

Ci osservammo per pochi secondi con sguardo commosso finché lei non mi invitò a entrare nella toilette delle donne.

<<Come hai fatto a trovarmi?>>

<<Mi sono affidata a un detective privato e ho saputo che lavori in questo ristorante con tua moglie.>>

<<Sei felice?>>

<<Sì, tutto grazie a nostro figlio, hai visto come è bello? Assomiglia tantissimo a te.>>

Io annuii leggermente con la testa e feci uno sforzo incredibile per non scoppiare a piangere. Mi feci forza e le chiesi il suo nome.

<<Il suo nome è Antony.>>

<<Quell’uomo con voi è tuo marito? Spero che vi tratti bene.>>

Lei rispose di sì, con un filo sottile di voce e mi disse:
<<È un manager di una grande multinazionale americana. Viviamo negli States e quando sono venuta a sapere che saremmo dovuti venire in Italia, per un suo meeting importante di lavoro, ho preso l’occasione per incontrarti.>>

<<Sai però che ti sei presa anche un bel rischio? >>

<<Sì, certo, infatti non ci vedremo mai più. Ci daremo l’addio. Sono contenta che tu sia tornato insieme a tua moglie.
E immagino che sarai felice?>>

Non feci in tempo a risponderle poiché, nel frattempo, udimmo un rumore provenire dall’antibagno. Aprii leggermente la porta e vidi chiudersi quella d’uscita della toilette.

<<Dici che ci ha sentito qualcuno?>> mi chiese Mariana preoccupata.

<<Spero proprio di no>> le risposi, non troppo convinto.
Ci abbracciammo per alcuni secondi che mi scaldarono il cuore di grande amore e tristezza. Aprii ancora leggermente la porta per vedere che non ci fosse nessuno e me ne andai, senza voltarmi, in sala a continuare il mio lavoro di cameriere. Quando entrai in cucina, mia moglie mi guardò in malo modo, ma non diedi importanza a quel suo atteggiamento e portai le pietanze ai tavoli.

La famiglia di Mariana terminò di cenare e se ne andò che stava quasi chiudendo il ristorante.
Ne approfittai per salutare, per l’ultima volta, Mariana e avere un contatto con il figlio che avrei potuto amare. Strinsi la mano all’americano ringraziandolo per la mancia. Strinsi anche la mano alla mia ex amante, trasmettendole il mio ultimo breve calore amoroso, ma soprattutto accarezzai la testolina del mio Antony e pensai:

“Chissà se un giorno lontano, quando il tempo avrà lavato, definitivamente, i brutti ricordi del passato, Mariana gli racconterà di me…”

Quella sera dell’incontro con Mariana e mio figlio, io e Lucilla uscimmo insieme dal ristorante e prendemmo i mezzi pubblici per tornare a casa, come tutte le sere. Capii subito che Lucilla avesse intuito che c’era qualcosa di strano in me, dovuto alla presenza di quella famiglia americana e molto probabilmente aveva notato la mia esuberanza nel salutarli, perché dalla cucina era possibile vedere tutta la sala pranzo.

Con loro ebbi effettivamente un atteggiamento inusuale, soprattutto che non tenevo solitamente con i nuovi clienti. Non disse una parola per tutto il viaggio e tenne sempre il viso imbronciato. Infatti non appena arrivammo a casa:

<<Ero io nell’antibagno e ho sentito tutto quello che vi siete detti tu e la tua ex amante! >>

“Altroché intuito qualcosa, ha capito tutto!”, pensai guardandola con un sguardo evidentemente imbarazzato.
Non feci neanche in tempo a dirle: <<Lascia che ti spieghi… >> che lei mi interruppe subito e mi disse piangendo:

<< No! No! Fermati Giulio! Non voglio sapere più niente di questa triste storia, ho già saputo abbastanza. Ora vado a letto e fammi almeno il favore di dormire sul divano. E così, per almeno un po’ di giorni, fino a che non mi sia sbollita per bene!>>

Quella notte non dormii e piansi parecchio, fino a quando non mi si seccarono gli occhi e fui costretto ad andare in bagno per idratarli un po’.

Passarono un bel po’ di giorni che dovetti dormire sul divano e non ci parlammo in privato, mentre al lavoro eravamo inevitabilmente costretti a comunicare, per lo stretto necessario. Poi, pian piano, mia moglie cominciò ad aprire, dapprima un piccolo spiraglio, piccoli sorrisi e poi ritornò a parlare con me e la vita ritornò come prima, ma c’era sempre un leggero velo di tristezza nei nostri sguardi. Passarono le settimane, i mesi e arrivò la primavera. La vita di tutti i giorni continuava e la nostra affinità amorosa non si era fortunatamente interrotta. Un giorno dei tanti, nei quali mi venne in mente mio figlio Antony, pensai anche a Pedro e Luis e al loro Brasile, a San Paolo e la Favela. Mi trovavo a casa perché era il giorno di chiusura del ristorante. Mariana era uscita a fare la spesa. Presi in mano la cornetta del telefono e composi un numero di cellulare che ormai avevo imparato a memoria. Dall’altra parte ci fu la risposta dopo quattro squilli:

<<Yesss?>>

<<Salve mister Smith, sono Giulio Garavaglia e ho deciso di esaudire il mio desiderio… >>

ALL LANGUAGES 👇

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid02THyeVpm4Kb9S8EsehtLHM1d1mcHwasJXDEsu8bm28AZmWCZNXmuW65RMYnqDFB4kl&id=100063661542082

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...