> CAPITOLO 4 < MAGENTA ROSSO SANGUE

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Salvatore Longobucco partì presto dalla sua Parma, ma trovò una lunghissima coda in autostrada, a causa di un grave incidente fra un Tir e varie auto, avvenuto in prossimità di Casalpusterlengo. Quella circostanza gli fece venire in mente un altro intoppo che trovò sulla strada, qualche anno prima: in prossimità di Corsico, lungo il tragitto che lo conduceva a Milano per recarsi all’Agenzia di noleggio auto, per risolvere il caso dell'”Aforista”. E pensò, procedendo sulla sua Alfa a passo d’uomo, qualora l’omicidio di Magenta potesse essere collegato a quella brutta storia:
“Bah, i protagonisti di quella triste vicenda erano tutti morti, ad eccezione del colpevole e del complice fuggiti sicuramente all’estero. Almeno che potesse esserci qualche parente collegato. Ma perché avercela con me? I colpevoli sono appunto fuggiti e i complici, vittime e carnefici sono appunto tutti deceduti. No, mi sa che dovrò fare mente locale con qualche altro caso del passato più remoto che, ora come ora, non mi sovviene.”

Una volta che la coda degli automezzi si dissipò l’ex Capo RIS si fermò in Autogrill per minzionare e bersi un caffè. Arrivò a Magenta che era passata l’una da qualche minuto, cosicché si fermò a mangiare a un Fast Food lungo la circonvallazione. Consumò un’insalata confezionata a un tavolino di plastica arancione mentre guardava, attraverso la grande vetrata sulla strada, le auto che passavano. Non ricordava l’ultima volta che aveva mangiato a un fast food e, se quel giorno stava accadendo era perché lì poteva pranzare velocemente. Inoltre era un luogo dove, seppur solo, non veniva osservato dagli altri frequentatori. Una cosa che proprio non riusciva a sopportare era quella di sostare nei ristoranti o nelle locande da solo: gli sembrava di essere un povero e triste single guardato con compassione. Infatti il locale era gremito di giovani madri o finte madri e giovanissimi rampolli o finti rampolli. Lasciò perdere quel poco che restava dell’insalata e chiamò col cellulare il Comandante della Caserma Trezzi. Dopo due squilli scattò la segreteria che diceva che sarebbe stato in ufficio intorno alle due. Così decise di andare a fare un giro a piedi nel centro cittadino e passare proprio in prossimità del luogo dove gli avevano comunicato che era avvenuto il brutale omicidio. Parcheggiò l’auto nel piazzale antistante la Basilica di San Martino. La costruzione religiosa era proprio a pochi metri dove era avvenuta la mattanza del povero giovane. Osservò la facciata decorata con bassorilievi raffiguranti scene di vita dei personaggi del passato. “Probabilmente San Martino…”, pensò Longobucco. L’uomo notò anche il grande portale centrale, dotato di un arco poggiante su quattro colonne in stile corinzio e subito sopra un altro bassorilievo raffigurante un battesimo. Per vedere quest’ultimo si avvalse dello zoom dell’applicazione foto dello smartphone.

Era una giornata di maggio, ventosa, con il cielo azzurro percorso in tutti i sensi da grandi nuvole bianche. Si affacciò una grossa nuvola a destra del campanile, gonfiandosi e deformandosi via via che il vento la sospingeva. Era una nuvola primaverile e pertanto pazza e allegra, con la sua pancia gonfia di pioggia e i suoi bordi dorati dal sole. Poi, improvvisamente, la nuvola assunse un aspetto minaccioso. Poco prima era un continente di luminosa e morbida bambagia; in quell’istante sembrò un fungo gigantesco, livido di veleno, col gambo radicato in terra e il cappello che andava sempre più allargandosi e oscurandosi. A Longobucco venne in mente il poema in prosa che aveva studiato da ragazzo a liceo. Bellissime parole di Baudelaire che aveva imparato a memoria perchè gli avevano toccato il cuore:
“Cosa ami dunque, straordinario straniero? Amo le nubi, le nubi che passano… Laggiù, laggiù le meravigliose nubi.” Ma all’uomo, vedendo quella grossa nube a forma di fungo venne anche in mente una citazione che si pensava avesse mormorato il fisico Oppenheimer, vedendo la luce accecante dell’esplosione nucleare illuminare il deserto del Nuovo Messico:
” Io sono la morte che tutto rapisce, sommovitrice di mondi.”

Terminata la parentesi di nostalgiche reminiscenze scolastiche, si avviò verso il luogo del crimine. Era di fronte al negozio d’abbigliamento dove era avvenuto il delitto efferato. Da lì si poteva raggiungere la Caserma dei Carabinieri a piedi, proseguendo lungo la strada, impiegandoci non più di dieci minuti. Pertanto pensò di non tornare alla sua auto ma di recarsi dal Comandante Vignati continuando la sua camminata. Un po’ di sano movimento non gli avrebbe fatto che bene alla sua salute, ma soprattutto al suo umore. Rimase fermo ancora un po’ sulla scena del crimine e appurò che l’assassino non poteva trovare luogo migliore per commettere un omicidio di grande clamore: a pochi metri dalla Basilica e poche centinaia di metri dalla Caserma. Facendo questa desolata constatazione si incamminò verso l’edificio dei Carabinieri. Non vedeva l’ora di visionare i filmati sull’assassino, registrati dalle telecamere esterne dei negozi.

Arrivò di fronte e dal vivo era più piccolo da come lo aveva visto sulle foto da internet. Scosse la testa e pensò che fosse veramente troppo piccola come Caserma per una città di quasi 24 mila abitanti.

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