> CAPITOLO 13 < MAGENTA ROSSO SANGUE

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<<Perché signor Tagliabue non ci ha raccontato della brutta vicenda di suo padre Vittorio avvenuta a Piacenza parecchi anni fa? Come poteva mai pensare che non ce ne saremmo accorti?>>, disse, con tono della voce risoluto, il comandante della Caserma Trezzi, che aveva convocato il padre della vittima Alberto nel suo ufficio.

C’erano presenti anche Longobucco e Vignati.

Dopo la domanda, Giacomo Tagliabue era seduto su una sedia che in quel muto lasso di tempo, sembrò cigolare in un rumore simile a un leggero miagolio di un gatto in calore.
L’interrogato, prima di rispondere osservò negli occhi i tre uomini delle forze dell’ordine seduti di fronte a lui, come se volesse cercare nelle loro pupille una giustificazione plausibile alla sua omissione nell’incontro precedente.
Mentre il padre della vittima cominciò a parlare, arrampicandosi sugli specchi, con molte discutibili discolpe che sembravano aumentare la sua inaffidabilità, anziché diminuirla, con l’inevitabile conseguenza che venne messo sotto torchio, l’ex capo RIS si ricordava sempre di più del caso della donna suicida. Dopo essersi documentato su quella brutta storia, gli sembrò di rivivere quei giorni…



– Era giovane, pieno di speranze ed entusiasmo. Partecipare agli stage, per lui, era come vivere, in prima persona, i film americani polizieschi di Clint Eastwood. Si ricordò del capo RIS di allora: Andrea Rinaldi. Era un uomo che tutto sommato gli assomigliava: brizzolato e occhi scuri.
Si vestiva in modo casual ed elegante allo stesso tempo e Longobucco lo rammentò con affetto perché ereditò il suo stile.
Morì per un male incurabile a poco più di sessant’anni compiuti. Gli tornò in mente la casa di campagna dove trovarono la giovane donna suicida. Il suo nome era Miriam Maresca.
Dovette intervenire il Reparto Investigazioni Scientifiche, dopo la denuncia della madre nei confronti di Vittorio Tagliabue, che avrebbe ucciso Miriam inscenando poi un suicidio: la donna fu trovata appesa a una trave, con una corda al collo.

L’uomo era accusato di avere avuto una relazione extraconiugale con la figlia e di averla messa incinta. Miriam avrebbe messo al mondo una figlia, che poi il padre adultero avrebbe fatto sparire sottraendola a lei. I due avrebbero avuto un intenso litigio e l’uomo avrebbe ucciso l’amante perché aveva intenzione di denunciarlo.
Ma la povera giovane donna era una minorata mentale e la fantomatica figlia non fu mai trovata. Venne appurato dai RIS che la donna si era veramente impiccata e non c’erano lesioni sul suo corpo. Longobucco era alle prime esperienze investigative ed effettivamente, pensando a quei giorni lontani, non era in grado di giudicare se i rilievi sul posto fossero stati fatti a regola d’arte. –

Intanto Giacomo Tagliabue aveva terminato di arrampicarsi sugli specchi e concluse dicendo:

<<Insomma, cosa volete che vi dica? Porgo le mie più sincere scuse. Era una brutta vicenda che riguardava la vita privata di mio padre, di cui non ne vado assolutamente fiero. Non pensavo che avesse rilevanza nella vostra indagine e poi è una storia di cui mia moglie non è nemmeno a conoscenza. Preferivo non menzionarla.>>
<<Va bene signor Tagliabue, direi che può bastare. Mi raccomando, si tenga per favore sempre a disposizione delle autorità per eventuali ulteriori convocazioni. Può andare.>>

Il padre della vittima si alzò salutando i presenti e uscì dall’ufficio accompagnato alla porta da Longobucco che ritornò sedendosi al posto dell’interrogato.

<<Allora signori l’indagine si sta delineando>>, disse Trezzi.
<<Direi di sì>>, confermò Vignati.

Intervenne l’ex capo RIS:
<<È evidente che il movente potrebbe essere ricercato nella vendetta.
L’assassino, che abbiamo rilevato essere, inconfutabilmente un uomo dalle immagini dei filmati, è convinto che Tagliabue Vittorio avesse ucciso Miriam e poi simulato un suicidio della stessa. Però Vincenza, la madre di Miriam, defunta dopo pochi anni dalla tragedia – la poveretta cadde nell’abisso dell’anoressia – non aveva cugini e nemmeno zii che frequentasse perché era un’emigrata dal sud. Inoltre aveva la completa potestà genitoriale su Miriam che prese quindi il cognome dalla madre, perchè il padre la abbandonò dopo averla messa in cinta.
Quindi la prima domanda che ci poniamo è: chi può mai essere il killer? A questo punto se non è un parente potrebbe essere un amico intimo della madre, di Miriam, oppure entrambe ?
E la seconda: perché uccidere il nipote Alberto e non il figlio Giacomo ancora in vita, o piuttosto la nuora? Ma ci sono, a questo punto, in pericolo anche gli altri tre figli e nuore di Vittorio Tagliabue e rispettivi nipoti.
Dobbiamo provvedere alla loro tutela dato che il movente dell’assassino è la vendetta e viste le modalità dell’omicidio, non penso proprio che abbia bloccato la sua sete sanguinaria di regolamento di conti.
E ultime questioni che mi assillano: perché vendicarsi dopo tutti questi anni? E perché mascherarsi con la figura di Shrek? Che ci azzecca questo? E perché coinvolgermi direttamente nell’indagine, mettendo un articolo di giornale del passato che mi riguarda, sul cadavere di Alberto?

Pazzo? Può essere, ma anche un pazzo ha una logica di modus operandi.

Se è vero che che il movente potrebbe essere abbastanza plausibile, brancoliamo completamente nel buio per trovare dei sospettati che possano essere il killer mascherato.>>

Dopo la lunga disamina di Longobucco, concluse il briefing Vignati tracciando il profilo del killer:
<<L’assassino, che abbiamo appurato essere un uomo, ha un’età che si potrebbe aggirare dai cinquanta ai sessant’anni. È colto e con una buona disponibilità economica che gli permette, molto probabilmente, di non lavorare. Non ha fretta di uccidere e aspetterà il momento propizio per farlo.>>

Salvatore Longobucco confermò, annuendo, senza proferire parola.

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