> CAPITOLO 26 < MAGENTA ROSSO SANGUE

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Per Antonia, le letture fatte da Sergio non avevano lo stesso effetto soporifero immediato di Virginia, quando era coricata a letto la sera:

“… Aprì gli occhi. Non piangeva più. Non c’è niente che asciughi più in fretta delle lacrime. Eravamo fermi davanti a un palazzetto che aveva almeno duecento anni, con un loggiato gotico al primo piano e sul tetto i fumaioli del camino arzigogolati come pinnacoli di chiesa, con un balconcino di ferro battuto e alte finestre rettangolari che guardavano sul rio. Da quando Venezia è Venezia, tutti i veneziani, e tutti i forestieri che ci vengono a lavorare, a vivere o a morire, hanno un sogno: abitare in una casa che guarda l’acqua…”

Ma nonostante che il libro “La lunga attesa dell’angelo” di Melania G.Mazzucco destasse molto interesse alla donna, non riusciva a seguire la narrazione perché, quella sera, voleva sapere qualcosa di più sulla vita privata del vicino gentile:

<<Scusami se ti interrompo Sergio. Posso farti una domanda?>>

Passarono parecchi secondi prima che l’uomo rispondesse e la non vedente si disse più volte a sé stessa:
“Ecco che non dovevo, l’ho messo in imbarazzo…” finché:

<<Certo dimmi pure… >>

E Antonia tirando un sospiro di sollievo contenuto, chiese:

<<Che lavoro fai?>>

E con stupore della donna, lui rispose subito:

<<Faccio l’assistente sociale in una Onlus sita in un piccolo paese vicino ad Abbiategrasso.>>

Antonia fece un evidente sorriso a Sergio. Una manifestazione ed espressione di gioia nei confronti dell’amico, che lei sapeva ovviamente di provare in quel momento, ma di cui non poteva conoscere i suoi connotati visivi. E non poteva sapere quale fosse la reazione emotiva del vicino perché, in quel momento, non pronunciò parole, finché egli continuò, senza che lei chiedesse qualcos’altro:

<<Assisto i ragazzini che hanno perlopiù problemi di autismo. Faccio quasi sempre il turno del pomeriggio.>>

Non appena l’uomo finì di dire queste ultime parole, ricominciò nella lettura del libro:

“… Quelli che contano ovviamente abitano fin dalla nascita in una casa che guarda l’acqua. Per tutti gli altri, riuscire ad abitarla nel corso della propria vita significa essere venuti fuori dalla miseria, dall’anonimato della plebe, dall’oscurità del mestiere: essersi arricchiti, affermati, avere potere – essere qualcuno. È questa, la Vittoria, per un uomo…”

Sergio spense la lampada che puntava sul libro e si sentì, nell’oscurità il leggero tonfo del libro sul comodino. Antonia si era dolcemente addormentata. L’uomo uscì dalla casa della donna, dopo aver chiuso a chiave la porta e, nella semioscurità della strada, andò verso la sua abitazione:

quella notte c’erano anche i piani e i progetti diabolici di Mister Hyde.

Nel frattempo, a Parma, Longobucco stava leggendo una fiaba al suo bambino, non da un classico libro cartaceo ma dal suo tablet, letta direttamente su un link internet.
Scritta da un certo Pierpaolo Romani.
Quella sera, il piccolo Luca andò eccezionalmente a letto più tardi del solito, perché era il compleanno di sua mamma Martina.

“C’era una volta una piccola libellula che viveva con le altre larvette, sue sorelle, sul fondo dello stagno dove insieme nuotavano, si nutrivano, giocavano e si difendevano dagli assalti dei pesci grandi e piccoli che coglievano ogni occasione per tentare di mangiarle. Col tempo la larva di libellula crebbe e un giorno sentì dentro di sé l’irrefrenabile desiderio di salire in superficie. Era arrivato per lei il momento del grande cambiamento: lasciare il fondo dello stagno, salire fino al pelo dell’acqua, iniziare a respirare, cominciare una nuova vita fuori dallo stagno. Non era solo una sua scelta, la libellula doveva raggiungere l’aria perché sentiva ormai che nell’acqua non riusciva più a respirare, le branchie stavano scomparendo e si erano formati i polmoni e sulla schiena erano spuntate 2 antenne che erano sul punto di aprirsi.

La libellula decise che avrebbe tentato l’impresa il mattino dopo e disse alle sue sorelle: “Sorelline mie, sento che devo lasciarvi per raggiungere l’aria, domattina salirò alla superficie dello stagno, ma non temete, una volta che mi sarò trasformata tornerò qui da voi, vi racconterò ogni cosa e vi aiuterò a fare lo stesso, ve lo prometto. Io non farò come le altre libellule che ci hanno lasciato e non sono più tornate, io vi voglio bene e non vi abbandonerò mai”.

La mattina dopo la libellula salutò tutti e muovendosi dal fondo il più velocemente possibile raggiunse la superficie seguendo lo stelo di una foglia lunghissima che partiva dal fondo. Quando la libellula raggiunse l’aria e fece il suo primo respiro sentì un dolore fortissimo e poi una nuova sensazione corporea, era di colpo diventata più leggera ed agile e vide sulla schiena le ali aprirsi velocemente come due grandi vetrate morbide e flessibili, con un balzo lasciò l’acqua e come per miracolo iniziò a volare. Che capacità meravigliosa! Come era stato possibile! Volare era un sogno: sentire in vento, il calore del sole, cullarsi tra i vortici d’aria, incontrare altri insetti, e vedere lo stagno dall’alto. La superficie dello stagno era molto più piccola di come sembrava e tutto intorno luccicava il verde del bosco, il riflesso dei fiumi. E poi si vedevano campi, colline, montagne, case, e altri stagni e laghi; che mondo meraviglioso, e tutto da esplorare. La libellula guardò per l’ultima volta le ninfee e i fiori dello stagno, le piante e le alghe che aveva conosciuto e pensò tra sé che le sue sorelle larve apparivano ora come immerse in una gabbia e i temibili pesci sembravano solo dei goffi animali arroganti reclusi in una scatola umida. Che felicità e che libertà che stava provando!

D’un tratto il pensiero andò alle larve di libellula, sue amiche, e il senso di libertà e felicità fece spazio ad un senso di tristezza e malinconia: la libellula capì che mai sarebbe potuta tornare nell’acqua, salutare le sue amiche e tanto meno aiutarle, ora era chiaro il perché tutte le altre libellule non erano mai tornate allo stagno.

La libellula pensò tra sé: “ah se avessi saputo prima tutte queste cose, non sarei mai stata così preoccupata o impaurita e sicuramente sarei salita in superficie molto prima, mi dispiace però aver fatto alle mie sorelle una promessa che non potrò mantenere, spero un giorno di poterle abbracciare di nuovo e volare con loro, ora so che il dolore della mia trasformazione, le angosce, i cambiamenti erano necessari e mi hanno permesso di essere quella che sono ora”.

Nei giorni successivi la libellula fece molte altre scoperte e conobbe tanti insetti e animali, sentì raccontare tante storie incredibili, poi un giorno in mezzo ad un prato vide un insetto meraviglioso. Atterrò sul prato e vide che era un bellissimo grillo, i suoi colori, le sue forme il suo canto lo rendevano completamente diverso da tutti gli altri animali incontrati prima e solo guardarlo faceva provare un’immensa gioia. Il grillo era allegro, sereno, intelligente e sembrava conoscere tutte le cose. La libellula volle raccontare al grillo la sua storia e gli parlò anche della falsa promessa che aveva fatto alle sue sorelle e di come era dispiaciuta di non poterle andare a trovare.

Il grillo ascoltò la libellula attentamente e poi le disse: “Cara libellula, tu sei molto buona e amorosa, e per questo non devi temere e sono contento del fatto che tu hai capito che tutte le difficoltà e i dolori che hai provato in passato erano necessari, tutto avveniva per farti poi provare la gioia di una vita molto più bella e felice. Allo stesso modo devi capire che anche la nostalgia e la malinconia e l’amore che senti ora per le tue sorelle è necessario, infatti più tu le pensi, le desideri, le aspetti, le ami, più velocemente loro si trasformano perché il motore della natura è l’amore ma bisogna prima passare per la porta del dolore, della fatica, della trasformazione, questo è il prezzo che l’amore chiede per portarci alla gioia”.

Longobucco fece non poca fatica a leggere tutta d’un fiato la fiaba e fu molto felice che suo figlio l’ascoltò con molta attenzione.

Prima di addormentarsi chiese all’uomo:

<<Papà, tu non hai mai avuto paura dei cattivi?>>

All’ex capo RIS gli si raggelò il sangue pensando inevitabilmente al suo lavoro, pensando al killer mascherato di Magenta. In quel momento gli balenò per la testa un brutto presentimento:

“E se quel maniaco assassino prendesse di mira anche la mia famiglia?”
Guardò gli occhi candidi assonnati di Luca che attendeva una risposta e non riuscì a trattenere una lacrima che scese velocemente sul suo viso.
<<Che c’è papi? Perché piangi?>>

<<No, no Luca, non sto piangendo. È una lacrima di allergia.>>
E l’uomo inscenò un finto starnuto fin troppo fragoroso.
Il bambino si mise a ridere di gusto.
Longobucco fece finta di ridere anche lui e poi baciò il figlio sulla fronte dandogli la buona notte.

Spense la luce dando libero sfogo alle sue lacrime.

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