> EPILOGO < MAGENTA ROSSO SANGUE

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Salvatore Longobucco stava tornando nella sua dimora di Parma. Martina e il figlio Luca, lo attendevano. Durante il tragitto ripercorse nella sua mente il probabile ultimo briefing avvenuto in caserma a Magenta. L’assassino, l’uomo mascherato, dopo aver realizzato il suo piano di vendetta diabolico, aveva pure servito alle forze dell’ordine, su un piatto d’argento, la confessione registrata di Giacomo Tagliabue, colpevole, insieme ai suoi fratelli e il padre Vittorio, di aver assassinato Miriam Maresca, inscenando un finto suicidio. Così, le Autorità Giudiziarie avrebbero riaperto il caso ormai archiviato da anni.

Ma mentre l’ex capo RIS di Parma arrivò davanti alla porta basculante del suo box, aveva un tarlo che si insinuava nella sua testa:

“Eppure c’è ancora un tassello mancante in questa brutta vicenda e che sicuramente riguarderà proprio me.”

Scese dall’auto per aprire la porta del box e con la coda dell’occhio vide, alla sua sinistra, delle suole di scarpe spuntare da un grosso cespuglio del giardino di casa sua. Accorse immediatamente a vedere. Spostò con la mano le frasche e vide in terra la guardia del corpo tramortita. Era l’uomo che doveva vigilare sui suoi affetti.

<<No cazzooo!>>, urlò ad alta voce e andò subito verso la porta d’ingresso. Martina, che lo sentì urlare, era già davanti all’uscio e non appena se lo trovò di fronte a un metro gli chiese:

<<Che c’è Salvatore? Perché hai urlato? E perché sei qui ora? Non dovresti essere nella sede dei RIS?>>

Longobucco fece un sospiro di sollievo vedendo la sua compagna, ma, subito dopo, gli venne un brivido lungo la schiena, immaginando quello che poteva essere accaduto e sperava in cuor suo di sbagliarsi e così, con un filo di voce terrorizzata domandò:

<< Ma Luca?>>

<<E appunto Luca. È venuto a prenderselo il capo RIS Vignati. Mi ha mostrato il tesserino ed è proprio come me l’hai descritto tu: con i capelli impomatati di gel e con gli occhialini da professore. Mi ha detto che volevi fare una sorpresa a Luca, fartelo portare nella sede dei RIS e fargli vedere dove hai lavorato per parecchi anni. Fra l’altro gli ho dato il tuo numero di cellulare perchè lo ha cancellato inavvertitamente dalla sua rubrica telefonica e voleva chiamarti per sapere a che ora saresti arrivato.>>

Non appena la donna terminò la frase, squillò l’apparecchio di Longobucco:

<<Pronto!>>

<<Buongiorno Longobucco. Ho qui con me suo figlio, non faccia azioni avventate e vedrà che non gli torcerò nemmeno un capello. Venga alla casa rurale nella periferia di Parma in Via Genova 31, la attendo là.>>

Martina aveva capito quello che era successo dallo sguardo affranto di Salvatore e si mise le mani sul volto per la disperazione.

L’ex capo RIS, senza più proferire parola, in pochissimi secondi era già seduto sulla sua Alfa e partì a tutto gas.
In pochi minuti arrivò all’indirizzo indicato dal killer. Si trovò di fronte una casa isolata. Era in quel momento terrorizzato al solo pensiero che avrebbero fatto del male al suo bambino.
Parcheggiò l’auto praticamente a mezzo metro dall’ingresso dell’edificio. Scese dalla Alfa e senza neanche esitare un secondo varcò la soglia. Non appena entrò nella casa, trovò un buio assoluto e sentì un forte dolore al capo per un colpo contundente.

Si risvegliò trovandosi seduto su una sedia, ben legato con le mani dietro la schiena. Vide di fronte a sé, nella semioscurità, un uomo in piedi con le braccia conserte che lo osservava.
Aveva capelli e barba folta biondi.

<<Eccoci qui all’inferno Longobucco! Come vede ho mantenuto la promessa.
Le piace questo mio camuffamento? Devo dire che è stato proprio divertente in Caserma. Incontrarla finalmente personalmente dal vivo ed è stato un gioco da ragazzi metterle il foglio nella tasca della sua giacca. E poi oggi? È stato un capolavoro. La sua compagna Martina non ha esitato nemmeno un secondo affidandomi il vostro bambino. Ero proprio uguale al capo RIS Vignati, evidentemente.>>

<<Dov’è mio figlio?>>, chiese l’ex capo RIS, con un filo di voce tremolante.

Il killer non rispose e accese un audioregistratore che emise una voce conosciuta:

“Il capo RIS Andrea Rinaldi è stato corrotto da nostro padre Vittorio. Quando avevamo costretto, con la forza, Miriam Maresca a salire sulla sedia, le avevamo inferto, inavvertitamente, degli ematomi sulla pelle che fuoriuscirono dopo averla impiccata. Così nostro padre riuscì, con parecchio denaro a corrompere Rinaldi. Non potevamo rischiare che sarebbe risultato, dai rilievi, che la donna non si fosse impiccata. Fu Rinaldi a consigliare nostro padre, di trasferire tutta la famiglia a Magenta e pertanto, in realtà non aveva litigato con suo fratello.”

Il killer spense l’apparecchio, si avvicinò a Longobucco e lo adagiò sul pavimento vicino ai suoi piedi. Poi parlò di nuovo:

<<Volevo anche vendicarmi sul suo ex capo Rinaldi, ma ha rovinato tutto morendo anzitempo. Quando ho appurato che lei eri stato il suo stagista e poi, quando aveva intrapreso la carriera di capo RIS, vidi in lei, il suo stesso stile di look, così decisi di vendicarmi sulla sua persona.
Lei doveva espiare le sue colpe.>>

A Salvatore Longobucco cominciarono a scendere delle lacrime sul viso, pensando alla fine che il killer aveva fatto fare ai figli dei fratelli Tagliabue e pertanto poteva riservare al suo piccolo Luca.

<<Anche se non ci crederà, in gioventù, ero una persona molto buona. Facevo volontariato. Volevo molto bene a Miriam Maresca. A lei piaceva tantissimo vedere i film cartoon di Shrek, insieme a me.
Quel bastardo di Vittorio Tagliabue le ha tolto tutto! Tutto! Pure la vita!>>

Il killer fece un breve pausa e ricominciò a parlare singhiozzando:

<<Cercavo di starle vicino il più possibile. Ero così ingenuo che non mi accorsi che era incinta, finché non la vidi più per parecchio tempo. Poi fui felice quando la rividi, ancora più bella di prima, ma aveva sempre un velo di tristezza sul suo viso. Bellissima come un sole ricoperto da nuvole minacciose.>>

I singhiozzi del sequestratore si accentuarono ancora di più, insieme alle lacrime sempre più copiose di Longobucco.

<<E poi io venni a sapere da lei, che finalmente si confidò con me, che aveva avuto una figlia, ma il padre gliela portò via. Così, quando un giorno lei riuscì a convincerlo di fargliela vedere, era molto entusiasta e mi abbracciò forte, forte. Il calore del suo abbraccio me lo sento ancora ora sulla mia pelle.
La seguii. Era una notte d’estate. Erano in una casa isolata nella periferia di Bobbio. Ero terrorizzato quando, davanti alla residenza, sentii le sue urla di disperazione. Mi feci comunque coraggio e salli le scale e, arrivato davanti all’ingresso della camera, mi trovai di fronte Miriam in balia di cinque bestie sataniche, che la stavano uccidendo e io ero inerme, pietrificato dalla paura. Non riuscii a fare nulla… >>

Il killer era ormai un fiume in piena di lacrime, disperazione e parole. Invece Longobucco solo lacrime che si riversarono su tutto il suo corpo.

<<Mi videro ed ebbi solo la forza di fuggire come un codardo. Scappai via con la mia auto ma loro mi inseguirono. Persi il controllo dell’automezzo e precipitai in un burrone. Da lì è stato per me un vero inferno: anni e anni di coma e nella mia mente sempre lo stesso incubo della scena reale dell’omicidio della povera Miriam. Finché un giorno finalmente mi svegliai e comunque la mia vita è stata una continuazione dell’inferno vissuto in coma. Dicono che ci sono state persone che in coma hanno vissuto l’esperienza del Paradiso. Ebbene, io invece ho vissuto quella dell’inferno! E ancora ora la sto provando con lei, caro Longobucco!>>

Il killer fece una pausa mettendosi le mani sul proprio capo, come se avesse un’emicrania insopportabile.

<<In quegli anni di infermità morì mio padre. Io, unico erede, con a disposizione una montagna di denaro, ho cambiato i miei connotati e l’identità. Pensa che con il denaro, in questo mondo bastardo, hai il potere su tutto e su tutti. Oggi come oggi più che mai. Così ho realizzato il mio disegno divino fatto di vendetta. È uscito dal mio io, una personalità molto malvagia che non immaginavo nemmeno di possedere. Ma era una vendetta troppo frivola, quella di uccidere direttamente i fratelli Tagliabue. No! Ho assassinato le loro creature per ucciderli nel loro animo, per sempre. Così si porteranno nel cuore, per tutta la vita, lo stesso strazio che si è cementificato in me.
Devo riconoscere che lei, Maggiore, è molto in gamba e soprattutto onesto. Ma molto sfortunato, perché è stato, per lei, praticamente impossibile combattere contro di me, genio del male assetato di vendetta. L’ho pedinata a lungo e così, quando ho visto che si stava avvicinando alla risoluzione del caso, ho agito in anticipo.

Ora la slegherò e non si azzardarti a muoversi da qui, fintanto che non la contatterò al suo cellulare. Gliel’ho infilato nella tasca destra della giacca. Il suo bambino è sorvegliato da un mio complice e basta che io gli faccia uno squillo e zac!>>

Il killer mimò il gesto di tagliarsi la gola e Longobucco aveva ormai il sangue completamente raggelato nelle vene e non aveva più lacrime da versare.

L’uomo camuffato si avvicinò all’ex capo RIS e gli slegò le braccia tendendo in mano un cellulare col dito su un tasto.

<<Addio Longobucco>>, disse il killer e si dileguò.

Il sequestrato, nonostante fosse libero di muoversi, cercò di mantenere il più possibile la freddezza. Non poteva rischiare di non rispettare i patti col diavolo fatto persona. Raccolse dal pavimento l’audioregistratore e se lo mise nella tasca sinistra della giacca. Poi prese dall’altra tasca il suo cellulare, lo accese e inserì velocemente il codice PIN.
I minuti scorrevano come se fossero ore ed egli stette sempre seduto lì, a osservare il suo apparecchio in attesa della chiamata dall’inferno. Finalmente arrivò:

<<Pronto!>>

<<Parco Ducale. Panchina vicina al Palazzo.>>

Longobucco si alzò e uscì immediatamente dalla casa. Salì sulla sua Alfa che era nella stessa posizione in cui l’aveva lasciata prima e vide che c’erano ancora le chiavi infilate nel cruscotto. Senza esitare, la accese e partì a spron battuto, pensando a cosa stesse tramando mai nella sua testa diabolica il killer.

Percorse il tragitto verso il parco, contravvenendo a tutti i codici della strada. Attraversò parecchi semafori rossi e rischiò di investire delle persone. Andò a sbattere contro un edicola e ripartì. Venne inseguito, nel frattempo, da pattuglie di polizia e carabinieri.
Finalmente arrivò di fronte all’ingresso del parco. Abbandonò l’auto e corse all’interno dello stesso col cuore in gola. A un certo punto le sembrò di intravedere da lontano suo figlio.

“Sì è lui!”, pensò con grande gioia ritrovata, nel suo cuore, mentre le lacrime tornarono a scendere copiose dai suoi occhi. Il piccolo Luca lo vide arrivare e gli corse incontro. Teneva in mano una maschera verde. Longobucco lo raggiunse e lo prese in braccio stando attento a non stringere troppo le braccia intorno a lui, per la troppa foga. Intanto cadde in terra la maschera, che teneva in mano il bambino, il quale poi disse:

<<Guarda papi quella maschera, sai che è quella di Shrek? Me l’ha regalata una giovane donna, bella e gentile che portava gli occhiali scuri da sole. Poi se n’è andata via con l’uomo simpatico con gli occhiali che è venuto a prendermi in casa. Mi hanno detto che quando saresti arrivato qui, avremmo dovuto giocare con loro: si sono nascosti nel parco e dobbiamo scovarli.>>

Longobucco, tenendo sempre in braccio il figlio, si guardò intorno e poi scoppiò in un pianto liberatorio, accarezzando la testa del piccolo.

<<Papà perché piangi?>>

<<Niente Luca, piango perché ti voglio un bene dell’anima.>>

Ormai, Sergio e Antonia si erano dileguati in un luogo lontano. L’uomo fermò l’auto tenendola in folle, sul ciglio della strada di un ponte sopra un fiume.

<<Un attimo cara che devo fare una cosa. >>

La donna annuì sorridendo.

Sergio scese dall’auto e aprì il bagagliaio. C’era adagiata all’interno l’accetta della morte. Egli l’afferrò in mano e vide che luccicava sotto un sole luminoso.
Fece per specchiarsi al metallo della lama e gli sembrò di vedere un’orribile faccia rossa, con tanto di corna: Lucifero!

Vide che non arrivava nessuno da entrambi i sensi di marcia. Prese lo slancio col braccio e gettò l’accetta nel fiume.

Salì di nuovo sull’auto e, prima di ripartire, infilò una chiavetta USB nelll’autoradio.

Iniziarono le note musicali di – Easy di Commodores – …

“Know it sounds funny but I just can’t stand the pain
Girl, I’m leaving you tomorrow
Seems to me girl you know I’ve done all I can
You see I begged, stole and I borrowed, yeah…

Antonia sorrise molto dolcemente…

“… Ooh, that’s why I’m easy
I’m easy like Sunday morning
That’s why I’m easy
I’m easy like Sunday morning
Why in the world would anybody put chains on me? Yeah…”

<<Sappi che non sono proprio l’uomo buono che tu ti aspetti. Ho una doppia personalità. Se nel nostro lungo viaggio incontreremo delle persone che volessero farti del male, non so come potrei reagire. Potrei diventare molto, ma molto malvagio nei loro confronti. Non hai paura di me Antonia? Sei ancora in tempo a cambiare idea. Io non ti voglio minimamente obbligare.>>

<<Non ti devi preoccupare caro Sergio, insieme a te mi sento viva! E poi, oltre alla cecità, non mi fa paura assolutamente nient’altro al mondo.>>

“RITROVARE QUELL’EMOZIONE PERDUTA CON GLI ANNI, QUELLA BELLA SENSAZIONE CHE COGLI DENTRO DI TE E TI SENTI COME UN RAGAZZINO CON LE SUE PAURE E LE SUE INSICUREZZE.
VORREI RICOMINCIARE UN’ALTRA VITA MA NON È POSSIBILE.
È UN PENSIERO BELLO E STUPENDO MA NON SI PUÒ COMBATTERE CONTRO IL TEMPO, PERCHÉ LUI FUGGE VIA E TI LASCIA I SEGNI E I SOGNI.
MA SI PUÒ CERTAMENTE SOGNARE E QUESTO GRAZIE A LEI ANTONIA.
E, A VOLTE, I SOGNI POSSONO DIVENTARE REALTÀ.
MAGARI UN GIORNO POTREMO VIVERE UNA BELLISSIMA REALTÀ INSIEME.
LE HO LASCIATO QUESTO AUDIO MESSAGGIO AFFINCHÉ POSSA SENTIRMI VICINO, IN QUESTO LUNGO PERIODO CHE SARÒ ASSENTE.
SONO GLI ULTIMI GIORNI DI PRIMAVERA E COLGA L’OCCASIONE DI USCIRE IN GIARDINO E RESPIRARE, A PIENI POLMONI, ANCORA UN PO’ D’ARIA FRESCA, PENSANDOMI INTENSAMENTE.
ANCH’IO FARÒ ALTRETTANTO E CI SENTIREMO VICINI COL PENSIERO.
E QUANDO FARÀ PIÙ CALDO, IN PIENA ESTATE, DI SERA, SENTIREMO IL CANTO DELLE CICALE CHE CI ACCOMUNERÀ IN SIMBIOSI CON LA NATURA.
E POI VERRÀ L’AUTUNNO E DAL FRUSCIO DEL VENTO SUI RAMI DELLE PIANTE, CAPIRÀ QUANDO QUASI TUTTE LE FOGLIE SARANNO CADUTE E MI SENTIRÀ ARRIVARE PER SCADARLE IL CUORE DAL FREDDO INVERNO.”

💕 The end💕

#magentarossosangue

Un romanzo di #carlobianchiorbis

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