> CAPITOLO 20 < IL MARE FRA DI NOI

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Il Brasile è la somma meravigliosa di ogni possibile contraddizione: in ogni uomo veramente brasiliano scorre un sangue ricco di fermenti europei, africani, indios, meticci, ed è proprio questo che rende il Brasile così magicamente colmo di luci ed ombre, così fragile, allegro, violento, e tuttavia così impossibile da dimenticare.
(Jorge Amado)

Ci accomodammo su un Suv di colore nero metallizzato. Io mi sedetti davanti e Luda, dietro. Prima di salire sull’automobile Gabriel ci diede un giubbino antiproiettile da indossare. Il nostro autista personale ci sorrise, come solito alla Gassman, mostrandoci che sotto la sua camicia hawaiana lo indossava pure lui. Mi chiesi se quell’uomo conoscesse il significato della parola tristezza e se mai qualche volta nella sua vita avesse pianto, oppure se fosse mai stato corrucciato, come sarebbe stata la sua espressione.
Infine, se avesse articolato, nella sua vita, almeno qualche frase di senso compiuto, perché fino a quel momento non lo avevo ancora sentito parlare.

<<Come ben sai, Giulio, nelle Favelas le sparatorie sono all’ordine del giorno, soprattutto perché noi andremo nelle zone più degradate dove c’è tanta miseria e disperazione. Così avremo più possibilità di adescare persone giovani ancora più vulnerabili. I vetri del Suv sono tutti antiproiettile>> mi disse la giovane russa con i suoi occhi azzurri di ghiaccio.
<<Certo, è meglio tutelarsi>> le risposi con un lieve sorriso. Per l’occasione Luda portava addosso già una camicia di jeans e mi diede da indossare una camicia di cotone scura, nuova, ancora confezionata. Mi tolsi la polo per indossare il giubbino e sopra di esso la camicia. Stando seduto non riuscii a resistere alla tentazione di non guardare, con la coda dell’occhio, la giovane russa. Essa si tolse la camicia per indossarlo anche lei e notai che portava il reggiseno. Il giubbino antiproiettile aderiva perfettamente al mio busto ed era leggero. Pensai che un indumento così, non fosse nemmeno in dotazione nelle forze dell’ordine brasiliane e forse addirittura nemmeno in quelle della CIA.

Uscimmo dall’autorimessa sotterranea del palazzo di Marcelo e in pochi minuti eravamo già nella Favela di San Paolo.
<<Quando scenderemo dall’auto, mi raccomando, ricordati che ci dovremo comportare da veri e propri sposini. I ragazzini, come già accennato da Marcelo sono molto furbi, si accorgerebbero subito se dovessimo avere dei tentennamenti nei nostri comportamenti.>>
Feci cenno di sì con la testa volgendola leggermente verso di lei che mi parlava dal sedile posteriore. Attraversammo strade strettissime rasentando auto parcheggiate che sembravano vecchie di almeno trent’anni. Forse perché i vetri del nostro Suv erano leggermente oscurati, le baracche sembravano senza colore, le vedevo quasi tutte in bianco e nero. Capii che eravamo ancora in una zona del quartiere relativamente tranquilla, dai gruppetti di bambini che avevano al seguito persone adulte che avevano le sembianze di genitori oppure parenti o amici fidati. Piccoli maschietti e femminucce vestiti in maniera abbastanza decorosa e anche grandi, in gruppi di quattro, cinque, sei, che si fermavano a osservare il nostro lento passaggio, come se vedessero la processione di una divinità sconosciuta.

Accostammo anche nei pressi di una piccola piazza dove c’era un mercato e almeno si intravidero delle bancarelle di frutta e verdura; dei colori che ravvivavano un ambiente desolatamente cupo di sporcizia e miseria. Ma i bambini che ci guardavano al nostro passaggio erano sorridenti, nonostante la triste situazione in cui riversavano. <<Estamos em São Camilo, a área mais perigosa (Siamo a San Camillo, la zona più pericolosa).>> Disse Gabriel rallentando sensibilmente la velocità del Suv e indicandoci, con la mano destra, parecchi fori di proiettili sulla fiancata in legno di una baracca. In quel momento fui pervaso dallo stupore per aver finalmente sentito la voce di Gabriel che aveva addirittura formulato una frase di senso compiuto. Aveva un tono di voce profondo e rassicurante ma non tanto sufficiente a calmare una forte agitazione, che mi stava travolgendo fino a portarmi in uno stato di panico incontrollabile.

Gabriel parcheggiò il Suv sul lato destro della strada fra due auto e parlò incredibilmente di nuovo:
<<Espere aqui para eu voltar em alguns minutos (Aspettatemi qui che ritorno fra pochi minuti).>> Scese dall’auto e andò verso un gruppetto di persone che stavano sedute su un muretto basso, in fondo alla strada, sul lato sinistro della nostra postazione. Non appena egli fu di fronte a loro, vidi un uomo che si alzò e gli strinse la mano. Si misero a parlare per qualche minuto e notai, nonostante la distanza considerevole, che l’interlocutore di Gabriel era robusto, tatuato e aveva una lunga catena d’oro al collo. Aveva le sembianze di un cantante rap. Il nostro autista mise la mano sulla sua tasca posteriore per estrarre il portafogli. Evidentemente stava dando dei soldi all’abitante della Favela, il quale gli strinse di nuovo la mano. Gabriel ritornò da noi sorridendo alla Gassman e fece un cenno con la testa a Luda prima di sedersi al posto di guida. <<Possiamo andare Giulio>> disse lei con decisione scendendo dall’auto e caricandosi sulle spalle uno zainetto. Non appena scesi e l’affiancai mi disse:
<<In questo zainetto abbiamo merendine e altri regalini, ma soprattutto degli smartphone di ultima generazione, costosissimi, che doneremo alle nostre prede, solo nel momento in cui saremo convinti che abboccheranno al nostro amo.>>
Io annuii con la testa e le feci un sorriso amaro. Luda mi strinse la mano cominciando a mostrare la nostra finta complicità da sposini.

Camminando insieme a lei potei vedere meglio l’ambiente urbano desolante che ci circondava: le case, se così si potevano chiamare, erano, in maniera evidente, costruite con diversi materiali di scarto, dai mattoni alle lamiere di eternit, alcuni recuperati molto probabilmente dall’immondizia e dalle discariche a cielo aperto. Case in gran parte, senza intonaci, con mattoni grezzi a vista, affastellate l’una sull’altra come metastasi di un’urbanizzazione andata ormai a una deriva irreversibile. Arrivammo quasi davanti al gruppetto e lei si fermò, mi guardò intensamente con i suoi occhi azzurri di ghiaccio e mi baciò con grande passione sulle labbra e con tanto di lingua nella mia bocca. Io stetti al gioco e lei, abbracciandomi, capì che ero molto agitato perché tremavo come una foglia per la paura. Così dopo il bacio mi parlò al mio orecchio sottovoce:
<<Su dai, stai tranquillo, al limite sai benissimo che sono esperta di arti marziali.>>
Infatti, non appena il “rapper” di prima, si avvicinò a noi e le disse:
<<Olá beleza, mesmo que Gabriel tenha me dito que vocês são recém-casados e você veio aqui para dar caridade às crianças para homenagear a graça de Nossa Senhora do seu país, você deve se submeter ao meu pássaro, ok? (Ciao bellezza, anche se mi ha detto Gabriel che siete sposini e siete venuti qui per fare beneficenza ai bambini per onorare una grazia della Madonna del vostro paese, tu devi sottostare al mio uccello, va bene?>>
Lei gli prese un braccio e glielo piegò facendogli fare un urlo che probabilmente lo aveva sentito anche Marcelo dal suo palazzo.

Gli amici del rapper seduti sul muretto si misero a ridere a squarciagola e lui non poté far altro che indicarci che potevamo andare verso il gruppetto di ragazzini che stavano giocando.

I ragazzini giocavano a calcio, spensierati, in mezzo alla polvere che saliva dal suolo come la materializzazione di un demonio proveniente dalle viscere. Era qualcosa per loro impercettibile, ma che li avrebbe imprigionati, per sempre, in un inferno meritato per la sola colpa di essere nati in un luogo dimenticato da Dio.
Io e Luda White stavamo andando verso di loro, a braccetto, sempre facendo credere che fossimo due freschi sposini innamorati. Stemmo per parecchi minuti a osservarli, mentre giocavano. Il campetto da calcio era un piccolo cortile ricavato in mezzo a una discarica di rifiuti di vario genere e c’era una puzza indescrivibile. Non avevo mai sentito, nella mia vita, un odore così nauseabondo, nemmeno quando andai in gita, con la scuola elementare, in una stalla di maiali di una cascina di campagna.

Noi stavamo a circa due metri dal bordo ideale del campetto. Le porte erano state ricavate con delle gomme d’auto usurate e delle altre di scarto erano poste, agli angoli, delimitando il campetto. Contai i ragazzini ed erano quattro contro quattro, portiere compreso. Io e la giovane russa cercammo di mostrarci il più possibile interessati alla loro partitella e facemmo il tifo e applaudimmo a ogni loro gesta sportiva.

<<Ciao ragazzi, che ne dite di fare una pausa? Ho qui delle merendine e bibite per voi… >> urlò Luda in lingua portoghese.

Qualcuno di loro l’ascoltò e volle approfittare della generosità della bella e giovane donna forestiera, accompagnata da un uomo dallo sguardo buono e rassicurante, ma venne desistito a non accettare da altri compagni che erano evidentemente i capi banda. La compagna delle mie sventure mi abbracciò con una forza di cui non pensavo che una donna potesse avere e mi baciò in bocca di nuovo con tanta passione. Volle recitare con me tutta la messinscena fino alla fine. Poi mi parlò nell’orecchio di nuovo sottovoce:
<<Ora tiriamo fuori le due magliette di Neymar e vediamo se non vengono qui subito di corsa da noi! Intanto sollevami dal sedere e baciami ancora, così attiriamo sempre di più la loro attenzione.>> E così feci. Non appena lei mise i piedi sul suolo, tirò fuori due magliette verde oro con il numero 10 e scritto Neymar e urlò:
<<Os dois primeiros que me vieram ganhar essa camisa do Neymar (I primi due che arrivano qui da me vincono questa maglia di Neymar). Tutti e otto i ragazzini smisero di colpo di giocare e in pochi secondi corsero all’impazzata verso di noi.

Vinsero il premio maglia verde oro Pedro e Luis. Pedro aveva dodici anni mentre Luis era più grande: quattordici anni. Il bambino più piccolo sfruttò in pieno la sua piccola statura e risultò più veloce, mentre Luis e gli altri bambini, essendo più avanti negli anni, ma anche più grossi fisicamente, arrivarono dopo di lui. Pedro mi faceva già tanta tenerezza e mi sentii già rabbrividire al pensiero che lui potesse essere destinato alla mafia russa per il traffico di organi. Gli accarezzai la testolina con i capelli castani, corti e ricci, non appena indossò la maglia del suo idolo campione Neymar e lui mi sorrise teneramente con i suoi dentini piccoli e gialli. La maglia verde oro gli stava piuttosto abbondante ma lui era comunque fiero di indossarla. Anche Luis la indossò e gli stava quasi a pennello. Entrambi i ragazzini vincitori avevano la pelle mulatta e gli occhietti scuri e vispi, pieni di vita. Luda distribuì a tutti le merendine e le bibite. Sia io che la giovane russa rimanemmo a bocca aperta nel vedere la velocità e la voracità che i bambini ci impiegarono nel consumare il tutto. Dopodiché tornarono tutti quanti a giocare a pallone.

<<Ora abbiamo guadagnato, con fatica, la loro fiducia. È ancora presto giocarci la carta degli smartphone per adescarli. Torneremo qui domani>> disse Luda con fermezza e io non potei fare altro che annuire con la testa.

Li salutammo con la mano e gran parte di loro, fra cui ovviamente Pedro e Luis, fecero altrettanto. Lungo la strada vedemmo sempre il solito gruppetto delle persone a guardia del quartiere São Camilo, seduti sul muretto. Il capo banda “rapper” se ne guardò bene di fare ancora lo spaccone con Luda. Anzi ebbi quasi l’impressione che cercò di nascondersi alla sua vista. Infatti la donna fece una smorfia sprezzante, in segno di ulteriore rivalsa, guardando il gruppetto.

Tornammo all’auto dove ci attendeva Gabriel, ci sedemmo agli stessi posti del viaggio di andata e non resistetti alla tentazione di chiedere al nostro autista riguardo lo stato di salute di Mariana.

<<Ela está bem, ela está bem, você pode ter certeza de que ela está indo muito bem>> mi rispose l’uomo sorridendomi come suo solito.

Io feci un sospiro di sollievo ma, mentre mi voltai leggermente verso il retro dell’auto, vidi Luda che mi osservò con il volto piuttosto imbronciato.

“Che cavolo hai da guardarmi così, razza di perfida russa battona! ” dissi a me stesso nei suoi confronti, con tutto l’odio che provai per lei e Marcelo.

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3 commenti

  1. Stef555 ha detto:

    Grazie per la condivisione. Non ho la capacità di scrivere un romanzo. Ci vuole costanza, fede. Io ho solo brevi attimi e penso alle coccole!🤷👋

    Piace a 1 persona

    1. carlobianchiorbis ha detto:

      Grazie a te… Io scrivo per passione, gratis e senza pretese particolari. Mi emoziona e spero, ogni tanto, emozionare chi legge le mie opere Letterarie. Ciaooo

      "Mi piace"

      1. carlobianchiorbis ha detto:

        Grazie a te… Io scrivo per passione, gratis e senza pretese particolari. Mi emoziona e spero, ogni tanto, emozionare chi legge le mie opere Letterarie. Ciaooo

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